Parte prima.
LA PATOLOGIA DELLA NORMALITA' DELL'UOMO CONTEMPORANEO.
Quattro lezioni (1953)
1.
LA SALUTE PSICHICA NEL MONDO MODERNO.
Prima lezione.
- Che cos'è la salute psichica?
Ci sono due approcci differenti al problema della salute psichica
nella società contemporanea: uno statistico e uno analitico o
qualitativo.
L'approccio statistico è abbastanza semplice, quindi mi limiterò a
illustrarlo per sommi capi: esso estrapola dalle statistiche le somme
di denaro che nella società moderna vengono destinate alla salute
psichica. Tali cifre non sono per nulla incoraggianti: [dall'inizio
degli anni Cinquanta] gli Stati Uniti spendono annualmente per le
malattie psichiche circa un miliardo di dollari. La metà dei posti
letto negli ospedali è occupata da persone affette da disturbi
psichici. Le cifre sono poi ancor più scoraggianti se volgiamo lo
sguardo ai dati, sconcertanti quanto significativi, che provengono
dall'Europa. Proprio i paesi che sono considerati la patria di una
borghesia stabile ed equilibrata, come Svizzera, Svezia, Danimarca e
Finlandia, presentano rispetto ad altri paesi europei livelli molto
più elevati di schizofrenia, alcolismo, suicidi e omicidi.
I dati statistici ci inducono a riflettere. Come mai proprio questi
paesi europei hanno realizzato sul piano sociale e culturale
quell'ideale che noi, pur auspicandolo, non abbiamo ancora realizzato,
vale a dire un'esistenza borghese sufficientemente agiata e fondata in
larga misura sulla sicurezza economica? E perché la condizione
psichica in quei paesi suscita invece l'impressione che quel sistema
di vita non giovi in realtà alla salute psichica? Contrariamente a
quanto da noi auspicato, esso non sembra comportare un aumento della
felicità.
D'altronde, benché negli Stati Uniti e in Europa il numero delle
malattie psichiche sia in aumento, si riscontrano anche degli sviluppi
positivi: l'assistenza ai malati psichici migliora continuamente e
vengono sperimentati nuovi metodi di cura. Negli Stati Uniti e in
Europa si è inoltre costituito un movimento per la salute psichica. A
dire il vero, non sappiamo se i dati in nostro possesso indicano un
reale aumento dell'incidenza delle malattie psichiche, o piuttosto un
aumento dell'attenzione rivolta alla salute psichica. Grazie al
perfezionamento delle metodologie di ricerca, all'approfondimento
delle osservazioni e al miglioramento delle strutture siamo in grado
di individuare con maggiore precisione i soggetti che soffrono di
malattie psichiche, cosicché le nostre statistiche appaiono più
allarmanti di quanto sarebbero se il problema della salute e della
malattia psichiche ricevesse minore attenzione e interesse. Se optiamo
per un approccio meramente statistico e ci limitiamo a considerare i
dati positivi e negativi, questo genere di conoscenza non sarà molto
utile. Di solito non basta un'occhiata alle statistiche per intendere
il significato delle cifre. Perciò in queste quattro lezioni non
vorrei occuparmi affatto dell'aspetto statistico della salute
psichica, bensì di quello qualitativo.
Che cosa s'intende per salute psichica, per malattia psichica? Che
cosa significano queste espressioni? Qual è il rapporto tra la mia
idea di salute e di malattia della psiche e la struttura specifica
della nostra società del 1953? Se vogliamo parlare della salute
psichica nella società contemporanea, non basta confrontare la salute
psichica da un lato e la nostra società dall'altro, come se si
trattasse di due entità a sé stanti. Occorre invece scoprire e
comprendere le relazioni profonde, quali fattori dei processi e della
struttura della società giovino alla salute, e quali caratteristiche
strutturali siano invece patogene per la psiche.
Se ci chiediamo che cosa si debba intendere per salute psichica,
dobbiamo distinguere tra due concetti radicalmente diversi. Benché le
differenze siano evidenti, oggi entrambi i concetti vengono usati e
tendono spesso a confondersi. Il primo è un concetto relativistico,
sociale, che corrisponde alla condizione mentale della maggior parte
della società. Infatti, così come si può definire l'intelligenza in
rapporto alla sua misurabilità tramite un test, allo stesso modo si
può affermare che la salute psichica è determinabile in rapporto al
grado di adattamento al sistema di vita di una determinata società,
indipendentemente dal fatto che tale società sia sana o malata.
L'unico criterio è che l'uomo vi si sia adattato.
Molti conosceranno il racconto di Herbert George Wells "Il paese dei
ciechi": un giovane, smarritosi in Malesia [sic: in Wells, sulle Ande
ecuadoriane. N.d.T.], incontra una tribù dove da molte generazioni
tutti gli individui sono affetti da cecità congenita. Il giovane
invece, per sua «sfortuna», ci vede: e così tutti diffidano di lui.
Tra gli altri, persino medici esperti diagnosticano la sua malattia
come una strana e fino ad allora ignota affezione del volto, causa di
ogni sorta di fenomeni bizzarri e patologici:
"Queste strane cose chiamate occhi, che esistono per formare nel volto
una lieve e piacevole depressione, in lui sono malate di modo che gli
disturbano il cervello. Sono molto dilatate, hanno le ciglia con
palpebre che si muovono; di conseguenza, il suo cervello è in uno
stato costante d'irritazione e di distrazione". (Wells, 1925, p. 671)
Il giovane si innamora di una ragazza e la vuole sposare. Ma il padre
di lei si oppone alle nozze, a meno che egli non si sottoponga a
un'operazione che lo renda cieco. Prima di dare il suo consenso, il
giovane fugge via.
Il racconto di Wells mostra con estrema semplicità quello che tutti
noi proviamo, più o meno distintamente, quando si parla di normalità e
anormalità, salute e malattia, dal punto di vista dell'adattamento. La
teoria dell'adattamento si basa implicitamente su alcune premesse: 1)
ogni società in quanto tale è normale; 2) chi non corrisponde al tipo
di personalità gradito alla società deve considerarsi psichicamente
malato; 3) il sistema sanitario, in ambito psichiatrico e
psicoterapeutico, ha lo scopo di ricondurre il singolo individuo al
livello dell'uomo medio, indipendentemente dal fatto che questi sia
cieco o vedente. L'unica cosa che conta è che l'individuo sia
adattato, e che non turbi il contesto sociale.
La teoria dell'adattamento è caratterizzata da alcuni elementi. Tipica
è per esempio la convinzione che la nostra famiglia, la nostra
nazione, la nostra razza siano da considerarsi normali, mentre il modo
di vivere degli altri viene percepito come non normale. Mi spiegherò
meglio con un aneddoto. Un uomo va dal medico e gli descrive i suoi
sintomi. Comincia così: «Dunque, dottore, ogni mattina, dopo che ho
fatto la doccia e ho vomitato...». Il medico lo interrompe subito: «Mi
sta dicendo che lei vomita tutte le mattine?», e il paziente replica:
«Perché, dottore, non lo fanno tutti?». Questa storiella è divertente
proprio perché coglie un atteggiamento che tutti noi, chi più chi
meno, condividiamo. Magari sappiamo che alcune nostre idiosincrasie
personali si riscontrano anche in altri individui, ma non sappiamo che
vi sono molte idiosincrasie che esistono soltanto nelle nostre
famiglie, negli Stati Uniti o nel mondo occidentale, e che noi invece
riteniamo comuni a tutti gli esseri umani, mentre in realtà non sono
affatto caratteristiche della natura umana.
Tipico della teoria dell'adattamento non è però solo questo sentimento
provinciale che identifica la normalità con il nostro modo di essere e
di crescere. Dietro di esso si cela una sorta di filosofia
relativistica, la cui principale affermazione è che non si possono
stabilire giudizi di valore oggettivamente validi. Bene e male
sarebbero per così dire solo una questione di fede, nient'altro che
manifestazioni di ciò che viene concretamente realizzato nell'ambito
di una determinata cultura o che viene preferito rispetto ad altre
culture. Quello che i membri di una determinata cultura amano fare è
«bene», quello che non amano fare è «male». Poiché tutto si riduce a
una mera questione di opinione, non sarebbe disponibile alcun criterio
comparativo oggettivo.
In contrasto con la teoria dell'adattamento ve n'è poi un'altra, che
ho già avuto modo di illustrare in "Dalla parte dell'uomo" (1947).
Essa muove dal presupposto che in realtà esistano giudizi di valore
oggettivamente validi, e che tali giudizi non siano una mera questione
di gusto o di fede. Partendo dall'assioma che vivere è meglio di
morire, che cioè la vita è preferibile alla morte, il medico o il
fisiologo possono per esempio trarne il giudizio di merito
oggettivamente valido che il tale alimento è migliore del talaltro, o
che un certo clima o un certo modo di riposare o un certo numero di
ore di sonno sono più indicati di altri. Gli uni giovano alla salute,
gli altri no. Penso che questo non valga solo per il nostro corpo ma
anche per la nostra psiche.
Anche riguardo alla psiche, sulla base della conoscenza che abbiamo
della sua natura e delle leggi che la governano, possiamo arrivare ad
affermare oggettivamente che cosa le giovi e che cosa invece le
nuoccia. In realtà, su di essa sappiamo ancora ben poco: probabilmente
siamo più informati sul fabbisogno quotidiano di vitamine e di calorie
che non su ciò che è indispensabile alla nostra psiche per vivere
normalmente. Sappiamo tutti quanto la conoscenza delle vitamine e
delle calorie abbia influito sulle nostre abitudini di vita. Perché
allora non dovremmo scoprire in relazione alla nostra psiche, a patto
di occuparsene seriamente, che anche su di essa possiamo acquisire una
gran quantità di informazioni se solo le prestiamo un po' di
attenzione?
Il relativismo sociologico, per il quale è bene ciò che serve alla
conservazione e alla sopravvivenza di una determinata società, non è
affatto arbitrario come sembra. Nell'ottica di una determinata
società, qualunque altro punto di vista appare impensabile. Infatti,
una determinata struttura sociale esiste solo fintantoché i suoi
membri si identificano con un atteggiamento che ne garantisca un
funzionamento più o meno agevole. Ogni società, grazie alle sue
istituzioni culturali, al suo sistema scolastico, alle sue convinzioni
religiose, eccetera, cerca in ogni modo di formare un tipo di
personalità che aspiri a fare ciò che deve, e che, oltre a voler fare
quanto è necessario, desideri esercitare con zelo il ruolo che la
società, per poter funzionare senza attriti, gli ha assegnato.
Il buon funzionamento di una società di guerrieri e predatori richiede
che i suoi membri siano bellicosi e aggressivi, che vogliano
conquistare, razziare e uccidere. Una figura come il Toro Ferdinando
(1) costituirebbe per costoro un grave impedimento a guerreggiare e a
veder confermata la struttura della loro personalità, che non è il
risultato di una qualche decisione arbitraria ma affonda le sue radici
in una serie di condizioni storiche oggettive, all'interno delle quali
quella determinata società può funzionare. La struttura della
personalità non può dunque essere modificata tanto facilmente. Oppure
prendiamo l'esempio opposto, quello di una società agricola e
cooperativa nella quale capiti che si smarrisca un membro di una
società di guerrieri. Costui si sentirebbe assolutamente fuori posto,
e sarebbe trattato come un malato. Se altri membri della società
agricola dovessero prenderlo a modello, finirebbero per costituire di
certo una seria minaccia per il funzionamento della loro società.
Si può dire che ogni società nutra un peculiare e legittimo interesse
per una certa dose di conformità. Si tratta di un interesse che deriva
dalla volontà di sopravvivenza della società stessa, la quale in tal
modo vuole confermare la propria struttura e la propria specificità.
La richiesta di comportamenti improntati alla conformità è però molto
accentuata nella vita di ogni giorno. Oggi, nel 1953, non ho certo
bisogno di soffermarmi sul conformismo; sarebbe piuttosto il caso di
sottolineare come attualmente la sopravvivenza della società dipenda
dall'esistenza di alcuni non-conformisti. Se tra gli uomini delle
caverne fossero esistiti soltanto conformisti, vivremmo ancora nelle
caverne e continueremmo a praticare il cannibalismo.
Lo sviluppo dell'umanità dipende da un lato da una certa qual
disponibilità al conformismo, ma dall'altro anche dalla volontà e
dalla determinazione a non adeguarsi. Ai fini non solo del progresso
ma della stessa sopravvivenza di qualsiasi società della specie umana,
la disponibilità a non adeguarsi risulta essenziale quanto la tendenza
a comportarsi in conformità alle norme che in quella determinata
società regolano il gioco della vita.
Tra le varie concezioni che identificano la normalità e la salute con
l'adattamento, ve ne è poi una che considero in sostanza una
razionalizzazione. Il ragionamento è questo:
"Non sono un fautore del relativismo, e neppure sostengo che ogni
società viva in conformità a ciò che è normale, buono e sano. Si dà
però il caso che oggi, nel 1953, la nostra società e lo stile di vita
americano rappresentano la meta e il compimento di ogni umana
aspirazione. E' questo il modo in cui vivono le persone normali,
mentre tutte le società esistite finora o fino a centocinquant'anni fa
erano retrograde, forse anormali, e facevano cose che non andavano
bene. Oggi siamo finalmente giunti al punto in cui il fondamento della
nostra vita e della nostra società coincide con ciò che da un punto di
vista oggettivo, e non relativistico, deve considerarsi normale e
sano".
La pericolosità di tale atteggiamento sta proprio nella sua apparente
oggettività: esso, in realtà, non è che l'ennesima variante di quel
relativismo sociologico dal quale sembra prendere le distanze.
Cercherò di dimostrare che se è vero che nella nostra società vi sono
molti elementi positivi, di cui a mio avviso possiamo anche andare
fieri, dobbiamo comunque chiederci se il modo in cui viviamo oggi noi
americani favorisca maggiormente la salute o la malattia della psiche.
In queste lezioni vorrei analizzare concretamente gli effetti prodotti
sull'individuo dal nostro stile di vita: quali effetti producono
sull'uomo il nostro stile di vita e la nostra organizzazione sociale e
politica? In che modo questi due fattori influenzano la nostra salute
psichica? In che misura questi due fattori contribuiscono alle
malattie psichiche? Quali conseguenze e quali possibilità di
migliorare gli aspetti positivi ed eliminare quelli negativi si
ricavano da un'analisi accurata della questione?
Oggi, nel 1953, gli Stati Uniti vengono giudicati in modo piuttosto
emotivo. Da un lato abbiamo un atteggiamento critico, attualmente
limitato però agli stalinisti. Costoro affermano non solo che in tutto
il paese la gente muore di fame, ma anche che non esiste assolutamente
nulla di positivo e che tutto è marcio. Ma queste critiche non possono
essere prese sul serio; da un punto di vista oggettivo si tratta
infatti di affermazioni totalmente false. Personalmente ritengo che il
mondo in cui viviamo sia pur sempre uno dei migliori che l'umanità
abbia prodotto. Non che questo significhi granché, visto che finora la
specie umana non ha mai prodotto una società buona, e che, vedendo
come vanno oggi le cose, si potrebbero sollevare molte critiche.
Eppure sono spontaneamente portato a valutare in modo più positivo
questo nostro mondo quando sento sempre e soltanto dire che esso è
così terribile. Chiunque sia minimamente informato riguardo agli
avvenimenti degli ultimi cinque o seimila anni deve ammettere che
l'odierna società statunitense rappresenta, malgrado tutto, uno dei
migliori esperimenti finora intrapresi. Pur con tutti i suoi
spaventosi limiti, essa fa comunque sperare in uno sviluppo positivo,
a condizione che dimostriamo di avere sufficiente sensibilità per
capire che cosa sia davvero necessario e per evitare quel che può
essere evitato.
Sul fronte opposto vi sono poi i «patrioti», per i quali l'"American
way of life" rappresenta l'unico ideale possibile, indubbiamente il
migliore di tutti i tempi. Tale punto di vista è piuttosto rozzo,
denota scarsa intelligenza e, temo, anche scarso interesse. A mio
avviso non c'è motivo di considerare virtuoso chi glorifica il proprio
paese, dato che a nessuno viene in mente di considerare tale chi
glorifica sé stesso. Se dico «Io sono una persona fantastica!»,
sicuramente gli altri mi considereranno un po' matto e non proveranno
alcun interesse per me. Se invece affermo «Il mio paese è
meraviglioso!», ecco che la cosa viene considerata segno di grande
intelligenza e virtù. In realtà, chi si accontenta di affermazioni del
genere senza domandarsi che cosa non funzioni, e senza mettervi mano,
manifesta unicamente egocentrismo e mancanza di sincero interesse.
[...]
- Caratteristiche della società moderna.
Prima di affrontare nello specifico la questione della salute psichica
nella società contemporanea, vorrei analizzare brevemente le
principali caratteristiche e gli atteggiamenti sui quali è fondata la
nostra società moderna.
In primo luogo, il mondo occidentale moderno è caratterizzato
dall'emergere dell'individuo dal gruppo al quale era indissolubilmente
legato e nel quale era tenuto a inserirsi. Emergendo come individuo,
il singolo non è più un membro di una società statica quale fu per
molti secoli la società feudale del Medioevo. E' ciò che chiamiamo
individualismo o anche libertà dell'uomo moderno, distinguendolo così
dalla posizione fissa e statica dell'uomo medievale che era
innanzitutto membro di un gruppo e, in ragione di quella struttura,
non cessava mai di appartenere a quel gruppo. L'uomo moderno è emerso
da quei legami primari e da quelle strutture originarie, però - in
tutti questi casi aggiungerò sempre un però - ha paura della libertà
ottenuta. Egli non è più membro di un organismo, ma è divenuto un
automa che cerca un sostituto di ciò che ha perso aggrappandosi alla
società, alle convenzioni, all'opinione pubblica e a ogni possibile
forma di raggruppamento, poiché non sa che cosa fare della sua
libertà. Non sopporta di essere solo, di essere libero dai legami
entro cui la società determinava il suo ruolo.
Un'altra caratteristica della moderna società occidentale,
strettamente connessa all'emergere dell'individuo dall'organizzazione
collettiva della società, è quella che siamo soliti chiamare
iniziativa individuale. Nelle corporazioni medievali le attività
economiche di ogni singolo aderente dipendevano dalla corporazione.
Nella moderna società capitalistica gli uomini sono liberi. Il
capitalista è libero. Il lavoratore è libero. Ognuno va per la propria
strada e sviluppa quella che viene definita iniziativa individuale o
personale. Eppure, malgrado l'iniziativa personale sia stata
fortemente incentivata, soprattutto nel corso dell'Ottocento, oggi ci
troviamo a vivere in una cultura in cui gli uomini agiscono sempre
meno di propria iniziativa. Magari ciò accade con maggior frequenza in
ambito economico, ma comunque sempre in misura minore che
nell'Ottocento. La causa va ricercata in determinati mutamenti
strutturali del capitalismo moderno, sui quali tornerò in seguito. Se
ci chiediamo in che cosa consista, fatta eccezione per il settore
degli investimenti finanziari, l'iniziativa individuale, dobbiamo
constatare che a ben vedere è come se non esistesse più. Se per
spirito di iniziativa intendiamo qualcosa che ha a che fare con la
capacità, propria dell'uomo, di meravigliarsi e di stupirsi, di
considerare la vita come un'avventura, con il fatto di combinare
qualcosa di buono e di distinguersi dal proprio vicino, allora l'uomo
medievale ne possedeva altrettanto, se non addirittura di più. Oserei
affermare che gli individui della maggior parte delle altre culture
rivelano probabilmente più iniziativa di noi. Se consideriamo lo
spirito di iniziativa in rapporto all'uomo, distinguendolo da
un'interpretazione meramente economica, dobbiamo ammettere che
nell'uomo moderno esso ha raggiunto un livello quanto mai basso.
A mio avviso, la terza caratteristica della società contemporanea è la
seguente: da un lato abbiamo creato una scienza e una prassi che ci
hanno consentito di combattere e dominare la natura in misura
inimmaginabile, dall'altro noi uomini orgogliosi, partiti alla
conquista della natura, siamo diventati gli schiavi di quella stessa
macchina economica da noi creata per dominare la natura. Noi dominiamo
la natura, ma le nostre macchine ci dominano. Anzi è probabile che
siamo molto più dominati dagli artefatti da noi stessi creati con le
nostre macchine di quanto non lo siano gli esponenti di molte culture
da quella natura che non hanno ancora imparato a governare. Se per
esempio confrontiamo il pericolo derivante da un terremoto o da
un'inondazione, dunque dalla natura, con i rischi connessi a una
guerra nucleare, risulta evidente che ciò che noi stessi abbiamo
creato ci minaccia molto più di quanto non faccia la natura nelle
culture da essa dominate.
La quarta caratteristica della cultura moderna è il suo approccio
scientifico. Mi riferisco a qualcosa che va al di là del valore
puramente tecnico di un approccio di questo tipo. Dal punto di vista
umano, l'approccio scientifico è la capacità di essere obiettivi,
ovvero l'umiltà di vedere il mondo, le cose, gli altri e noi stessi
così come sono, senza che i nostri desideri e i nostri sentimenti
deformino la realtà. L'approccio scientifico implica la fiducia nella
capacità della nostra mente di riconoscere la verità e la realtà, ma
anche la costante disponibilità a modificare i risultati del nostro
pensiero via via che si scoprono nuovi dati. Un approccio di questo
tipo ci chiede inoltre di essere sinceri e obiettivi, di non
trascurare i dati di nuova acquisizione al solo scopo di evitare di
mettere in discussione le nostre convinzioni. Dal punto di vista
umano, l'approccio scientifico moderno rappresenta a mio avviso uno
dei passi decisivi nell'evoluzione dell'uomo, in quanto espressione di
uno spirito di umiltà, obiettività e realismo che non ha riscontro
nelle culture alle quali tale approccio è ignoto.
Ma che cosa ne è oggi di questo approccio? Noi siamo diventati
adoratori della scienza, e abbiamo rimpiazzato gli antichi dogmi
religiosi con le definizioni scientifiche. Per noi l'approccio
scientifico non è affatto espressione di umiltà e obiettività, ma solo
un nuovo modo di formulare dogmi. L'uomo medio considera lo scienziato
una specie di sacerdote che ha una risposta a tutto, a stretto
contatto con tutto ciò che egli vorrebbe sapere. Così, egli non si
distingue granché da chi si accontenta di partecipare alla
comunicazione con Dio tramite il prete, che è in diretto contatto con
Dio. Chi oggi legge le pubblicazioni scientifiche, si tiene aggiornato
sulle scoperte più recenti ed è convinto che esistano scienziati in
grado di fornire una risposta a tutto, è partecipe di questo nuovo
dogma, la religione della scienza, che gli permette di esimersi dal
ragionare con la propria testa.
Una quinta caratteristica della civiltà degli ultimi due secoli è la
democrazia politica. Anch'essa costituisce un enorme passo avanti, in
quanto consente agli individui non solo di decidere del modo in cui
vengono utilizzate le proprie tasse, ma anche di esprimere la propria
opinione su tutte le più importanti questioni sociali. L'idea, il
principio democratico è nato come reazione allo stato assolutista e
feudale, nel quale gli esseri umani non avevano alcun margine di
intervento nelle decisioni riguardanti la loro stessa esistenza, ma è
andato anch'esso deteriorandosi in vari modi. Per usare una metafora
particolarmente efficace, oggi la democrazia è come una scommessa alle
corse: con tutta l'eccitazione, tutti i rischi e tutte le componenti
irrazionali che ci fanno puntare sul cavallo numero tre solo perché ce
lo siamo sognato la notte prima. Non nego che nel complesso il nostro
sistema elettorale sia caratterizzato da una certa dose di
razionalità; eppure non si può dire che esso tenga in gran conto gli
interessi degli individui nelle questioni che riguardano la società.
E' certo migliore di tutti gli altri sistemi esistenti, ma non c'è
dubbio che sia ancora ben lontano dalla sua idea originaria.
Tutte le caratteristiche della società moderna fin qui enumerate vanno
intese in primo luogo come negazioni delle strutture premoderne.
Libertà personale, iniziativa individuale, approccio scientifico,
democrazia politica, dominio della natura: tutto questo si definisce
innanzitutto come negazione di qualcos'altro. Il nuovo è opposto, è
diverso, e nega i suoi equivalenti nella struttura sociale feudale. Il
rischio, a mio avviso, è di restare bloccati in una forma di negazione
fine a sé stessa, di concepire e formulare tali idee solo in termini
di negazione, che potevano sembrare nuovi due o trecento anni fa.
Occorre invece portare il discorso su un altro livello: il livello
della negazione della negazione, se si vuole, ovvero della valutazione
critica del significato di tale negazione. Occorre, cioè, oltrepassare
il livello della negazione e pervenire a formulazioni nuove e positive
dei nostri intenti. D'altronde, lo stato assolutista o il feudalesimo
non sono più un problema per noi. Può darsi che cent'anni fa un
editoriale del «New York Times» fosse ancora un documento rivelatore,
stimolante e suggestivo. Oggi, nel 1953, gli editoriali non mi fanno
più lo stesso effetto, e penso che questo valga per la maggior parte
delle persone. Semmai gli editoriali si limitano a confermare quello
che la gente già pensa per proprio conto, e per molti si tratta
evidentemente di un'esperienza bella e gratificante.
Se consideriamo le caratteristiche positive della nostra cultura e
della nostra società, dobbiamo riconoscere che ci siamo bloccati al
livello delle negazioni, e che è già un po' troppo tardi. Molto tempo
è trascorso da quando la negazione era veramente feconda e
costruttiva. Dalla negazione dovremmo invece passare a un livello
nuovo, quello della negazione della negazione, ovvero, in altre
parole, a una posizione nuova.
- Condizione umana e bisogni psichici.
Al fine di rendere il mio approccio più plausibile, e prima di entrare
nel merito degli effetti prodotti sull'uomo dalla nostra struttura
sociale e culturale, devo fare alcune considerazioni di carattere
generale. Prima considerazione: ogni individuo deve dare una risposta
al problema della propria esistenza. In altre parole, presupponendo
che l'uomo abbia da mangiare e da bere a sufficienza, dorma quanto
basta e si senta al sicuro (e abbia un normale soddisfacimento
sessuale, direbbe Freud), che non subisca privazioni e la sua vita non
presenti particolari problemi, è proprio allora, secondo me, che
comincia il vero problema per l'uomo.
Se è vero che chi non ha cibo a sufficienza, non si sente protetto e
ha difficoltà di sostentamento è alle prese con problemi reali, è
anche vero che a questo livello si è ancora ben lontani dall'aver
sfiorato gli autentici problemi dell'esistenza umana. Vorrei
riprendere in esame alcuni dati relativi ai piccoli e stabili paesi
protestanti d'Europa, dove praticamente non esistono più problemi di
sostentamento: la gente ha abbastanza da mangiare, c'è cooperazione,
la concorrenza non è esasperata, e non c'è stata neppure la guerra. E
tuttavia è fuor di dubbio che la vita in quei paesi sia caratterizzata
da una noia strisciante, che si traduce in cifre esplosive per quanto
riguarda le malattie psichiche.
Parliamo spesso dei mali della vita: le malattie, i disturbi psichici,
l'alcolismo, eccetera. Ma non ci rendiamo sufficientemente conto del
fatto che una delle peggiori sofferenze nella vita è la noia, e che la
maggior parte della gente sfrutta ogni occasione e sopporta sforzi
immani non per superare la noia - cosa, questa, piuttosto difficile -
ma per evitarla e dissimularla. Molti sono ben contenti di sfuggire
alla noia lavorando sodo per otto ore al giorno, e ringraziano il buon
Dio di aver dato loro il bisogno di dormire, che occupa altre otto
ore. Ma il problema principale è come riempire le restanti otto ore,
come affrontare la noia costantemente prodotta dal nostro sistema di
vita.
La condizione umana è segnata da profonde contraddizioni. La più
profonda è probabilmente dovuta al carattere limitato della nostra
esistenza, che si esprime in ultima analisi nell'ineluttabilità della
morte. Le contraddizioni derivano dal fatto che per costituzione
fisiologica noi siamo parte del mondo animale, dal quale nello stesso
tempo ci sentiamo indipendenti: vi apparteniamo, vi siamo immersi,
eppure non ne facciamo parte. Noi possediamo l'intelletto e
l'immaginazione, che ci consentono - e anzi quasi ci obbligano - di
acquisire la consapevolezza della nostra diversità e peculiarità, e
della ineluttabilità della nostra fine, che è l'esatto contrario della
vita.
Perciò dobbiamo confrontarci con le contraddizioni della nostra
esistenza e dare un senso alla nostra vita. E' impossibile limitarsi a
vivere, mangiare e bere, senza dare un senso alla propria vita.
Dobbiamo sempre dare una risposta al problema dell'esistenza, sia
teoricamente sia praticamente. Intendo dire che abbiamo bisogno di un
quadro di riferimento che ci consenta di orientarci nella vita e
conferisca chiarezza e significato al processo vitale e al posto che
noi occupiamo in esso. Se non cadiamo nella follia, e se non
rimuoviamo la consapevolezza dei nostri problemi esistenziali
ricorrendo in modo coatto alla fuga - cosa che a molti riesce, e a
volte con grande abilità -, dobbiamo confrontarci con il problema del
significato della nostra esistenza. E per questo abbiamo bisogno di un
quadro di riferimento e di orientamento in grado di fornirci un senso.
Un quadro di riferimento non soltanto intellettuale: anche per
un'esigenza d'ordine abbiamo bisogno di un oggetto di devozione su cui
investire le nostre energie che eccedono la semplice produzione e
riproduzione.
Mi si potrà obiettare che tale bisogno non è del tutto evidente. Come
provarlo? Non so se riuscirò a farlo in modo del tutto convincente. Il
mio assunto si basa sull'auto-osservazione - è sempre da qui che si
dovrebbe partire! - e poi sull'osservazione di persone che ricorrono
all'aiuto dello psichiatra e di ciò che accade nel mondo. Sulla scorta
di queste rilevazioni mi sono convinto che vi siano due bisogni
imperativi che non possono non essere soddisfatti: il bisogno di un
quadro di riferimento in grado di fornirci un senso, e il bisogno di
un oggetto di devozione che ci permetta di investire le nostre energie
su qualcosa che vada al di là della produzione materiale di oggetti
destinati al nostro sostentamento. In questo senso, tutti noi abbiamo
bisogno di religione, a patto di intendere il termine religione in
senso molto lato, indipendentemente da qualunque contenuto specifico,
come sistema di orientamento e oggetto di devozione.
Se si intende la religione in questo senso molto generale, appunto
come sistema di orientamento e oggetto di devozione, essa non riguarda
solo il teismo proprio dell'Occidente, ma anche il buddismo, il
confucianesimo, il taoismo, e persino lo stalinismo o il fascismo, in
quanto fanno tutti appello a quei bisogni dell'uomo che nella nostra
cultura vengono soddisfatti dalla religione.
- Salute psichica e bisogno di religione.
Vi sono molti modi di rispondere al problema dell'esistenza umana.
Basta sfogliare un qualunque testo di storia delle religioni per avere
a disposizione tutte le risposte che nel corso della storia sono state
date al problema dell'esistenza umana. In realtà, le varie religioni
non sono altro che risposte diverse allo stesso problema.
Dalla lettura di un manuale di psichiatria e dallo studio delle
nevrosi e delle psicosi si può ricavare l'idea che tali patologie
siano delle risposte che l'individuo dà al problema dell'esistenza
umana. Si può quindi affermare che ad ammalarsi di nevrosi e psicosi
sono proprio le persone più sensibili della media alla questione del
senso della vita. Di norma, la maggior parte delle persone ha la pelle
più dura e risponde alla questione religiosa, vale a dire alla
questione di un determinato quadro di riferimento e di un determinato
oggetto di devozione, nel modo prescritto dalla propria cultura. Chi
invece è più sensibile e non riesce a trascurare l'impellenza del
bisogno di religione, elabora un proprio credo profetico che lo
psichiatra definisce poi nevrosi o psicosi.
A volte mi chiedo se oggi una persona debba impazzire per poter
percepire determinate cose. Lessing ebbe a dire più o meno la stessa
cosa: «Chi non perde la ragione per certe cose, evidentemente non è
nemmeno in grado di ragionare». Temo che noi tutti, o almeno noi
psichiatri, parliamo con troppa disinvoltura di «nevrosi» o «pazzia»
ogniqualvolta un modo di sentire, un tipo di esperienza o una
particolare risposta ai problemi dell'esistenza umana non coincidono
esattamente con quello di cui ci si dovrebbe accontentare. Chi, invece
di accontentarsi, elabora un più profondo, o comunque diverso, sistema
di orientamento e devozione viene semplicemente considerato nevrotico
o pazzo. Naturalmente, con questo non voglio affermare che tutti i
pazzi sono dei santi ispirati da Dio, come credono invece molte
culture primitive.
Certamente la moderna distinzione tra salute e malattia psichica è in
qualche misura giustificata, ma quello che mi lascia perplesso è la
sicurezza con cui tale distinzione viene operata. Si suol dire che in
un ospedale psichiatrico l'unica differenza tra medici e pazienti sta
nel fatto che i primi hanno le chiavi. La battuta esprime bene i miei
dubbi nei confronti di ogni rigida definizione di salute e di
malattia, di nevrosi e di normalità: alla base di tutte queste
definizioni c'è il presupposto che la parte normale della popolazione
abbia già trovato una risposta del tutto soddisfacente al problema
dell'esistenza umana, e che chi non è in grado di accettarla di buon
grado, e va anzi in cerca di qualche soluzione particolare, sia invece
malato.
Per me la religione, intesa in senso lato, è un sistema di
orientamento che in una forma o nell'altra è proprio di tutti gli
esseri umani. Se usiamo il termine religione in questa accezione, la
questione che si pone non è più se la religione sia legittima o meno,
ma solo se sia buona o cattiva, o per meglio dire migliore o peggiore.
In un certo modo siamo tutti «idealisti», poiché siamo spinti da
motivazioni che vanno al di là del nostro interesse personale. Questo
«idealismo» è la più grande benedizione, ma anche la più grande
maledizione dell'uomo. Praticamente non c'è male inflitto dagli uomini
al mondo che non sia dovuto a puro idealismo. «Idealismo» senza un
significato preciso, e riferito a quegli impulsi che, travalicando la
routine quotidiana che mira a perpetuare la nostra esistenza e ad
assicurarci la sopravvivenza biologica, creano un quadro di
riferimento e un oggetto di devozione.
E' sciocco giustificare le nostre scelte dicendo di essere
«idealisti». Siamo tutti «idealisti». L'unica cosa che conta è quali
sono gli ideali che perseguiamo. Se a spingerci è il desiderio di
distruggere la vita, di dominare, controllare e opprimere, nella mia
accezione di «idealismo» tale desiderio, sul piano psicologico, è
«idealista» quanto quello di amare e cooperare. La questione decisiva
è: siamo pericolosi o utili per il mondo? Ma è una questione che ha
senso solo nell'ambito e ai fini di una determinata religione o ideale
da noi sostenuti, e non sulla base dell'affermazione che alcuni
individui sono idealisti e altri no.
In effetti è evidente come persino i peggiori ideali del mondo
continuino ancora oggi ad avere dei sostenitori. Costoro, tra l'altro,
risultano affascinanti proprio per essere idealisti, il che conferisce
alle loro azioni diaboliche una parvenza di dignità. Stranamente siamo
tuttora convinti che il fatto di avere degli ideali sia di per sé
positivo, invece di renderci conto che ciò non è per nulla scontato.
Non possiamo fare a meno di seguire i nostri ideali, poiché sono essi
che ci spingono a farlo. Dunque si tratta di superare l'ammirazione
per l'«idealismo», per la religione, eccetera, e di porre l'unica
domanda che conti: quali scopi vengono perseguiti? Quali sono gli
ideali di quella persona? Quali effetti producono, ed entro quale
quadro di riferimento si collocano?
Parlare di religione buona o cattiva, di ideali buoni o cattivi, ci
riporta alla questione iniziale: se, cioè, sia possibile pervenire a
giudizi di valore oggettivamente validi. A costo di essere tacciato di
dogmatismo e di assoluta mancanza di scientificità, vorrei dire
semplicemente che cosa considero oggettivamente valido ai fini della
salute psichica. Non c'è alcuna novità in quello che dico, che anzi è
ben noto da tempo. Naturalmente potrei tradurre queste antiche verità
in un forbito linguaggio scientifico, ma preferisco usare quelle
antiche parole il cui significato oggi spaventa un po' tutti
(quantomeno noi scienziati).
E' proprio della natura dell'uomo e della sua condizione esistenziale
l'esigenza di avere uno scopo nella vita: essere capaci di amare,
capaci di usare la propria intelligenza e di disporre di quella
obiettività e umiltà che permettono all'uomo un'esperienza non
alienata della realtà esterna e interna. Questa relazione con il mondo
è la maggior fonte di energia di cui disponiamo oltre a quella
prodotta nel nostro corpo dai processi chimici. Niente stimola la
creatività quanto l'amore, a condizione che sia sincero. E non c'è
migliore fondamento per qualunque senso di sicurezza e per un
sentimento dell'Io in grado di sostenere da solo l'identità personale,
di essere a stretto contatto con la realtà. E' questa relazione che ci
permette di superare tutte le finzioni e di acquisire quell'umiltà e
obiettività necessarie per guardare la realtà così com'è, trascurando
tutto ciò che ci separa da essa.
Sebbene non si possa dimostrare in modo inconfutabile che questi sono
gli obiettivi che ogni religione si prefigge, è indubbio che lo siano
almeno per la maggior parte delle grandi religioni. Il che peraltro
non significa che si tratti di obiettivi di natura metafisica o
prodotti dalla fede, ancorché quasi tutte le grandi religioni degli
ultimi cinquemila anni li abbiano definiti in questo modo.
L'antropologia, la psichiatria e la psicologia moderne dimostrano
invece che, partendo dallo studio della natura dell'uomo e dei suoi
problemi, si può desumere - con la stessa evidenza empirica che
comprova l'utilità delle vitamine - che grazie a questi obiettivi è
possibile ottenere la soluzione migliore e più soddisfacente alla
complessa questione della vita e dell'esistenza umana.