Sunday, February 7, 2010

Fiat, Alcoa, precari, come si affronta la lotta



Crisi economica e organizzazione di difesa sindacale
tratto da "Il Partito Comunista" n. 338 http://www.international-communist-party.org/Partito/Parti338.htm#LaFinta
In tutto il mondo la crisi economica del capitalismo si ripercuote gravemente sulle condizioni di vita e di lavoro della classe operaia. Si ha un bel dire “Noi la crisi non la paghiamo”, non sarebbe capitalismo se gli effetti nefasti di questo modo di produzione non ricadessero principalmente proprio sul proletariato. L’unica possibilità che ha la classe operaia per non pagare la crisi è abbattere il capitalismo. Col che cesseranno le crisi economiche in quanto saranno eliminate le loro stesse radici. All’interno del modo di produzione capitalistico la classe lavoratrice può solo resistere agli attacchi che subisce, e che in esso hanno la loro profonda origine, ingaggiando una lotta difensiva. Questa è la lotta economica, o sindacale che dir si voglia, la quale, giunta ad un certo grado di sviluppo ed intensità, con un passaggio da quantità a qualità, diviene lotta politica. Entrambe le forme sono due livelli, fra loro dialetticamente connessi, della lotta di classe; il secondo superiore al primo, il primo necessario al secondo. Condizione necessaria per il passaggio dalla lotta economica della classe operaia a quella politica è il partito di classe. Condizione necessaria, ma non sufficiente, a questo salto di qualità della lotta è il sindacato di classe, in qualunque forma venga a presentarsi.

L’allargarsi dell’esercito dei disoccupati – che Marx definì esercito operaio di riserva – preme sui lavoratori occupati, costringendoli ad accettare salari più bassi. I metalmeccanici, ad esempio, si stanno apprestando ad ingoiare il rinnovo contrattuale con l’aumento nominale più misero degli ultimi decenni. Questo è determinato da un lato dal peso della cassa integrazione e dallo stillicidio di chiusure di manifatture, dall’altro dall’opera disfattista della FIOM che affoga ogni serio tentativo di preparazione di una mobilitazione reale dei lavoratori, nella rivendicazione fallimentare del referendum, nella raccolta di firme per proposte di legge, in scioperi rituali di quattro ore e divisi per località.

Non è solo abbassando il salario che cresce lo sfruttamento dei lavoratori, altri strumenti sono l’aumento dell’intensità del lavoro – la famosa produttività – e dell’orario – ad esempio con lo straordinario. Tutti questi metodi furono descritti minuziosamente da Marx nel Capitale e trovano conferma quotidiana nella condizione operaia in tutti i paesi, del passato, del presente e del futuro capitalistici.

È chiaro che per il comunismo rivoluzionario – quello di Marx e nostro – la denuncia dello “aumento dello sfruttamento” non ha valore morale – come per i piccoli borghesi che sognano, ad esempio, un commercio equo e solidale – ma scientifico, oltre che per schieramento di classe (sentimentalmente: siamo prescientificamente dalla parte della classe operaia): esso sta ad indicare l’aumento della quota di plusvalore che il capitale deve e cerca di strappare ai lavoratori al fine di sfuggire all’inesorabile morsa della caduta tendenziale del saggio del profitto – legge economica descritta dal marxismo e che condanna il capitalismo al declino e alla morte.

In Italia, dall’inizio della crisi, nel maggio 2008, la crescita dei dati Istat della disoccupazione, dal 6,1% a giugno 2007 all’8,2% dell’ottobre 2009, è stata rallentata dal massiccio ricorso alla cassa integrazione. Le ore di cassa ordinaria nel settore metalmeccanico sono cresciute nei primi 10 mesi del 2009 rispetto ai dodici mesi del 2008, di 13,5 volte, colpendo 250.000 lavoratori sui 2 milioni della categoria. Per gli operai di tutte le categorie la cassa ordinaria – confrontando i primi undici mesi del 2009 con l’intero anno 2008 – è cresciuta di 4,2 volte. Quella straordinaria di 2,5 volte. Per gli impiegati la cassa ordinaria è cresciuta di 9,5 volte, quella straordinaria di 3,2. Per operai e impiegati insieme l’aumento della cassa integrazione, ordinaria e straordinaria, è stata di 3,6 volte, per complessivi 816 milioni di ore da gennaio a novembre.

L’esercito dei lavoratori disoccupati, in questo primo anno e mezzo di crisi, è stato accresciuto inoltre dai precari: il padronato non ha avuto bisogno di licenziare chi non aveva un contratto di lavoro a tempo indeterminato, è bastato semplicemente che a contratto scaduto non li riassumesse. Grande risultato, questo, a cui da oltre dieci anni ha lavorato la borghesia in combutta con la triplice sindacale CGIL-CISL-UIL. Di questi precari rimasti disoccupati, il 75% ha meno di 34 anni (dati ISTAT). Quindi la disoccupazione per ora colpisce prevalentemente i giovani e questi – in genere – si appoggiano al sostegno economico della famiglia.

L’ampio ricorso alla cassa integrazione ha fatto sì che per moltissimi lavoratori la crisi si sia manifestata con una drastica riduzione del salario: il massimale mensile stabilito per il 2009 che può entrare nella tasca del lavoratore cassaintegrato è di 886,31 Euro, assegni famigliari esclusi. Nel 1999 – dieci anni fa – questo massimale era di 1.344.839 Lire. Non servono tanti calcoli per vedere che, non la cassa integrazione, ma il normale salario di molti lavoratori oggi è più basso della cassa integrazione di dieci anni fa. Ciò rende bene l’idea della reale diminuzione dei salari in questo ultimo decennio, risultato, in generale, dell’attacco della borghesia e del ruolo antioperaio dei sindacati confederali, e, in particolare, dell’accordo del luglio 1993 sulla moderazione salariale, firmato da CGIL-CISL-UIL e con cui fu formalizzata la prassi – già consolidata nella pratica da decenni – della cosiddetta concertazione.

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La Sinistra Comunista – unica corrente del movimento operaio mondiale che attraverso la selezione della controrivoluzione è rimasta fedele al marxismo rivoluzionario, rappresentata oggi solo dal nostro partito – non ha mai sostenuto banalmente una correlazione meccanica tra crisi e lotta di classe. Abbiamo sempre mostrato come di solito la grande crisi abbia in principio un effetto deprimente sulla lotta operaia, per il ricatto della disoccupazione. Tuttavia il peggioramento generale delle condizioni di vita del proletariato è una delle condizioni, sebbene non sufficiente, affinché esso torni a scendere sul piano dell’aperto scontro di classe. Nel rapporto dialettico fra il peggioramento della condizione operaia e il ritorno all’utilizzo massiccio dell’arma dello sciopero, si inseriscono due elementi chiave: il sindacato e il partito di classe. Questi due distinti organi della classe lavoratrice sono prodotti e fattori in questa dinamica che si combatte alla scala storica e internazionale.

Se, come si può dire, la battaglia sindacale è difensiva, di resistenza, e quella politica offensiva, la classe operaia si trova – non solo oggi ma da trent’anni – certamente in una difficile fase difensiva. I numerosi resoconti di lotte scaturite dalla crisi, in Italia e fuori, parlano di battaglie chiuse all’interno dei confini aziendali. I lavoratori assumono atteggiamenti anche estremi, salendo sui tetti degli stabilimenti, occupandoli, ma che palesano la loro debolezza, disperazione e soprattutto impossibilità di schierare un conflitto generale fra le classi e perfino di immaginare come questo si potrebbe svolgere.

Se fino a ieri in gran parte della classe operaia regnavano l’apatia e il disinteresse per le questioni sindacali, oggi i lavoratori colpiti dalla crisi sono facili vittime – a causa della loro inesperienza – di una grande confusione d’idee, delle trappole preparate loro ad arte dai mestieranti dei sindacati di regime, nonché degli errori e delle ingenuità anche di quei lavoratori che si pongono alla testa delle lotte in contrapposizione all’opportunismo sindacale. Allo stato attuale delle cose tutto ciò sta concorrendo ad impedire, deviare o ritardare il fondamentale passo pratico senza il quale le lotte dei lavoratori, anche se generose, sono destinate a fallire, e cioè la loro unificazione in un movimento generale di lotta. E ciò può avvenire solo se la classe lavoratrice si dota dello strumento necessario a compiere tale passo ovverosia la ricostruzione del vero Sindacato di Classe, fuori e contro i sindacati di regime CGIL, CISL, UIL, UGL.

Sono evidenti i limiti di una lotta condotta entro l’orizzonte aziendale: le esigenze dei lavoratori non possono oltrepassare il confine segnato dalla necessità dell’azienda di restare competitiva, pena la sua chiusura o trasferimento – la temuta delocalizzazione – e la disoccupazione per tutti o parte dei lavoratori. In fase di crescita economica – come nel secondo dopoguerra fino al 1973 – le aziende soffrono meno la morsa della concorrenza e possono esser costrette a concedere qualcosa. Ma in fase di crisi la concorrenza diviene spietata e le imprese ricorrono al massimo sfruttamento della forza lavoro per rimanere sul mercato.

L’unificazione delle lotte operaie è quotidianamente negata ed impedita dall’irreversibile fedeltà al regime capitalistico della CGIL, oltre che evidentemente delle altre confederazioni. I sindacati sottomessi allo Stato e alle necessità del capitale sono il principale strumento con cui la borghesia ottiene di fiaccare e svilire la combattività della classe operaia. Sono essi che si premurano di dare ai lavoratori tutte quelle indicazioni e l’armamentario ideologico che li condanna a non trovare la strada corretta per dar vigore e seguito alle loro lotte difensive.

Uno dei metodi fondamentali è quello di mantenere isolate le singole battaglie ed impedire la loro fusione. A tal fine non vengono fatti propri dal sindacato i comuni obiettivi generali per i quali mobilitarsi e lottare come classe. Anche quando vengono agitate finalità che sembrano unire i lavoratori, in realtà operano in senso opposto, contribuendo a mantenerli divisi. È il caso della richiesta del blocco dei licenziamenti, rivendicazione che tende a volgere lo sguardo dei lavoratori ancora una volta verso la propria azienda, dato che è in quest’ambito che si decide se, quanti e chi licenziare. Inoltre un’impresa che sta per chiudere può bloccare i licenziamenti? Solo in un modo: bloccando il pagamento dei salari.

Per difendersi nella crisi dalle conseguenze dei licenziamenti di massa la giusta rivendicazione di classe per cui mobilitare i lavoratori è quella del salario ai lavoratori disoccupati, unitamente a quella della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario per gli occupati. Questi obiettivi, che soli corrispondono alla necessaria difesa operaia e che superano la difficoltà che il singolo padrone in crisi non può pagare, comportano una lotta generale di tutta la categoria e di tutte le categorie. La controparte non è più la singola cellula produttiva capitalistica, l’azienda, che con la difesa del posto di lavoro si è costretti a mantenere in vita ad ogni costo, cosa spesso oggettivamente impossibile, ma l’intera classe borghese attraverso il suo Stato, cui si richiede il pagamento del salario di disoccupazione.

Ciò non vuol dire naturalmente che il sindacato non debba organizzare i lavoratori anche per la lotta nelle singole aziende. Ma la sua funzione è di inquadrare l’insieme della categoria a scala almeno nazionale e di rappresentare la necessità ineludibile di superare i livelli minimi del conflitto sindacale per spiegare la battaglia sul piano dello scontro aperto e generale di tutti i lavoratori per le loro comuni rivendicazioni.

Altra via per la quale il tradimento sindacale persegue l’obiettivo di mantenere divise le lotte è quella di far passare in secondo piano la relazione che intercorre tra la singola crisi aziendale e quella complessiva e mondiale e presentando ai lavoratori come determinanti le caratteristiche peculiari della singola impresa. Ciò si concreta nella critica al padrone di non saper fare il padrone, nella mancanza di un adeguato piano industriale, nell’incapacità dei dirigenti a compiere il loro dovere, la loro corruzione, ecc. ecc. Secondo questo ragionamento la salvezza della classe dei lavoratori dipende dalla buona salute aziendale, come era per gli schiavi incatenati ai remi delle galere. Lo stesso ragionamento, a scala di un paese, è fatto coi governi: è la politica di Berlusconi che aggrava la crisi! È quando la crisi porta alla chiusura delle fabbriche che questa interclassista solidarietà aziendal-nazionale appare nel suo aspetto mostruoso e che si deve far saltare.

Naturalmente ogni crisi aziendale ha le proprie particolarità. Ma ha in comune con tutte le altre il fatto di condannare una parte dei lavoratori alla disoccupazione e l’altra parte ad un maggior carico di lavoro. Per questa ragione lo sforzo di un vero sindacato di classe è dare la possibilità materiale di sentirsi una classe con gli stessi interessi sociali e di mobilitarsi unitamente per un obiettivo generale, che riguardi tutti i lavoratori in quanto tali, non in quanto dipendenti di questa o quell’altra azienda. E questo perché più vasto ed unito è uno sciopero maggiore è la sua forza.

Ad esempio dal Manifesto del 17 novembre leggiamo che Gianni Seccia, della Fiom, lungo il corteo dei lavoratori Eutelia gridava: «Ci sono 11 mila persone che perdono il posto non perché c’è la crisi, ma perché gli imprenditori fanno i ladri. Chiediamo se questo è normale in un paese civile». Certo che è normale in un paese civile, cioè capitalistico! E lo dimostra proprio la vicenda Omega/Agile/Eutelia che non è per niente eccezionale ma è la pratica comune in ogni fallimento.

I sindacalisti di regime illudono i lavoratori che il loro problema si risolverebbe trovando un bravo imprenditore che voglia prendersi carico dell’azienda e questo sarebbe l’obiettivo per cui lottare! In realtà il capitalismo speculativo, finanziario, piratesco è figlio legittimo di quello imprenditoriale e industriale. La speculazione è insita nelle leggi del capitalismo ed è presente in esso fin dal suo nascere. Ciò che la rende sempre più ricercata è la crescente difficoltà a fare affari investendo nella produzione.

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Entrambe le rivendicazioni classiste – salario pieno ai lavoratori disoccupati e riduzione dell’orario di lavoro – non rappresentano delle novità ma appartengono al tradizionale sindacalismo di classe. Per questo sono state messe da parte e fatte dimenticare da parte del sindacalismo CGIL-CISL-UIL.

Naturalmente la strada della classe operaia è in salita, ed ha gioco facile il tradeunionismo di regime nel far leva sulle debolezze della classe sfruttata e nell’appoggiarsi allo status quo. La impostazione sindacale del comunismo marxista, da sempre, non posa sulla base di un estremismo generico e superficiale, al modo del vogliamo tutto e subito dei gruppuscoli studenteschi e piccolo borghesi che hanno infestato i margini del movimento operaio durante gli anni settanta e i cui reduci e rottami la crisi si sta fortunatamente occupando di spazzare via.

Non saranno certo le nostre parole d’ordine classiste che lanciate fra i lavoratori avranno di per sé la virtù magica di trasformarli dallo stato di debolezza e difficoltà in cui sono oggi in una classe tutto d’un tratto forte, compatta e combattiva. Questo è proprio il quadro menzognero con cui l’opportunismo cerca di diffamare la nostra azione sindacale fra i lavoratori.

Ciò che distingue il sindacalismo di classe dal sindacalismo borghese è il piano generale della lotta. Il sindacalismo tradizionale di classe individuava il suo fine ultimo nella emancipazione del lavoro, l’attuale di regime nella difesa ad oltranza della democrazia parlamentare. Tutto il resto viene di conseguenza. Se la classe operaia dal dopoguerra ad oggi ha finito per cadere nello stato di prostrazione attuale, fino a perdere la stessa cognizione d’esser classe, ciò è stato perché ha avuto successo è applicazione il secondo piano operativo, quello del regime borghese, finalizzato a demolire pezzo per pezzo ogni residuo di posizione di classe nella CGIL e nel proletariato. Questa opera è stata incessante e perdura oggi, né mai cesserà finché esisterà il capitalismo.

L’intervento comunista fra i lavoratori non nega l’importanza e il ruolo delle lotte parziali e limitate quali sono quelle attuali. Significa sostenerle, ma approfittare di queste battaglie, quando l’asprezza della lotta sveglia le menti dei lavoratori e li costringe a ragionare, per spiegare la necessità di un superiore e più vasto dispiegamento delle forze. Significa ricordare alla classe i fini generali della lotta sindacale. E questo non come astratta dichiarazione di principi ma come scopo immediato e necessario per cui prepararsi materialmente a lottare.

In pratica noi comunisti, in ogni lotta che nasce all’interno di un’azienda, indicheremo ai lavoratori le direttive meno peggiori in quella particolare vertenza, ma al contempo spiegheremo come quella loro debolezza comprovi la necessità di organizzarsi per la preparazione di scioperi più duri ed allargati, fino allo sciopero generale per le rivendicazioni di classe.

L’impostazione corretta della lotta sindacale è quella che punta ad evitare che le energie espresse in ogni lotta parziale si esauriscano in essa, e che servano, in parte piccola o grande, a compiere un passo in avanti verso l’unificazione della forza dei lavoratori, verso l’innalzamento della capacità di scontro della classe operaia.

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