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Monday, June 30, 2008

Besancenot, il postino che suona sempre due volte



Francia, i socialisti temono la popolarità del giovane leader

di Massimo Nava (dal Corriere della Sera)

"Le nostre vite valgono più dei loro profitti!" ama ripetere Olivier Besancenot, il giovane leader rivoluzionario che sta occupando la scena politica francese. Fenomeno mediatico, nuovo "prodotto" di consumo in un mercato piuttosto dimesso, capo-popolo con potenziale di consensi tale da agitare i sonni della sinistra istituzionale, il partito socialista? Le risposte sono per ora affidate ai sondaggi e ai dibattiti televisi che non sempre sanno "leggere" che cosa si muova davvero nella società francese, in apparenza "occupata" dal play-maker Sarkozy, cui si contrappone una scarsa combattività politica e sindacale. Difficile anche fare previsioni , essendo le prossime scadenze elettorali (le elezioni europee del 2009) ancora lontane.
Ma il fenomeno Besancenot indubbiamente esiste e cresce. Il postino di Neuilly-sur-Seine, la città del presidente, è stato il più giovane candidato alle presidenziali del 2002 e ha raccolto un milione e mezzo di voti a quelle del 2006. Sempre in jeans e magliette a giro collo, l'aria da eterno studente, Besancenot, 34 anni, è il personagio fra i più amati tra i giovani e ha sfondato il muro del 5% alle ultime elezioni municipali in cui si è presentato con una lista autonoma. Adesso lancia la sfida "all'egemonia del partito socialista" come ha detto ieri al Figaro, proponendo la rifondazione di una forza politica rivoluzionaria, di sinistra e "soprattutto anticapitalista" proprio nella stagione in cui il partito socialista ha aperto il dibattito interno sull'economia di mercato e sull'abbandono di un bagaglio ideologico che lo vede in ritardo sulle maggiori socialdemocrazie europee.
Il momento è particolarmente favorevole. Il vecchio partito comunista è praticamente in estinzione. Il partito socialista è paralizzato dalla guerra per la successione al segretario Francois Hollande e la candidatura alle prossime presidenziali. Segolène Royal e il sindaco di Parigi, Delanoe, si sfidano in campo aperto mentre Dominique Strauss-Kahn aspetta il momento per farsi avanti. C'è aria di vecchio, di deja vu. La base del partito stenta a mobilitarsi. Il presidente Sarkozy, con l'apertura di governo a personalità della "gauche" e un programma riformista che piace alla maggioranza dei francesi ha sparigliato le carte.
Besancenot si è abilmente inserito in questo "vuoto" scommettendo sul disagio sociale, l'impoverimento dei ceti popolari, la rabbia degli studenti la frustrazione di categorie protette come insegnanti e impiegati, il radicato attaccamento della cultura francese al mito della rivoluzione. Anche se, come precisa, non si tratta di fare le barricate, ma di proporre trasformazioni rivoluzionarie. "Il femminismo e l'ecologismo lo sono" dice. Il tono è pacato ma il linuagio è preciso, argomentato al pari del suo grande e unico "nemico", Nicolas Sarkozy. Tanto che buona parte dei francesi, pur non condividendone le idee, sarebbero favorevoli a una sua presenza stabile nel panorama politico. Il "postino" piace anche per la sua coerenza privata in tempi di disgusto per la politica. Figlio di uno psicologo e un'insegnante, sposato con Stephanie Chevrier (direzione letteraria di Flammarion), un figlio, vive a Montmartre e ha sempre lavorato. Commesso di supermercato per pagarsi gli studi di storia e impiegato delle poste a part-time (mille euro di stipendio) da quando è il leader della Lcr prossima alla dissoluzione per la nascita del nuovo partito.
"E' molto bravo" ha detto di lui Sarkozy al quale ovviamente non dispiace il successo di un movimento che rischia di indebolire ancora di più l'opposizione. Il suo progetto di riforma elettorale con una quota proporzionale finirebbe per favorire il partito di Besancenot. In pratica, si riprodurrebbe a scapito della sinistra un fenomeno analogo al Fronte Nazionale di Le Pen, incoraggiato dall'ex presidente Mitterand per danneggiare la destra gollista. Negli ambienti socialisti "il postino" è considerato niente più di una variante del solito vecchio gioco di dividere la sinistra. Il problema è che sembra riuscirci. "Agitano questi fantasmi - si difende Besancenot -ma credo che quelli che fanno il gioco della destra sono quelli che le corrono dietro, abbandonando gli ideali di lotta e resistenza".
29-06-2008

Saturday, June 28, 2008

John Reed - Tutto il potere ai proletari neri



Nella Foto i funerali di John Reed a Mosca
John Reed e la situazione dei neri
d´America (tratto da http://www.sottolebandieredelmarxismo.it/)

Intervento di John Reed al II°
Congresso dell´Internazionale Comunista (1920) nella discussione della
questione nazionale e coloniale.

In America vivono dieci milioni di neri,
concentrati soprattutto negli stati del sud. Negli ultimi anni, però,
molte migliaia di essi si sono trasferiti al nord. Mentre i neri al nord
sono occupati nell´industria, nel sud sono in maggioranza braccianti
agricoli e piccoli contadini. La situazione dei neri, specie negli stati
del sud, è tremenda. Il paragrafo 16 della Costituzione degli Stati Uniti
garantisce ai neri pieni diritti civili, nondimeno la maggior parte degli
stati del sud nega loro questi diritti. In altri stati, nei quali i neri
hanno per legge il diritto di voto, essi vengono uccisi non appena osano
esercitarlo.
Ai neri non è permesso viaggiare in treno
nelle stesse carrozze dei bianchi, né frequentare le stesse locande, le
stesse trattorie e neppure abitare nello stesso quartiere dei bianchi. Per
i neri ci sono delle scuole speciali, peggiori delle altre, così come ci
sono chiese a parte. Questa segregazione dei neri si chiama "sistema Jim
Crow", e il clero delle chiese del sud predica il paradiso secondo il
"sistema Jim Crow". Nell´industria i neri vengono impiegati come
manodopera non qualificata. Fino a poco tempo fa essi venivano esclusi
dalla maggior parte dei sindacati facenti capo alla Federazione americana
del lavoro. Naturalmente l´I.W.W. ha organizzato i neri, mentre il vecchio
Partito socialista non ha mai fatto dei tentativi seri per organizzarli.
In alcuni stati i neri non venivano neppure accettati nel partito, in
altri erano relegati in sezioni a parte, e in generale gli statuti del
partito vietavano l´uso di risorse del partito stesso per la propaganda
fra i neri.
Nel sud il nero non ha assolutamente
alcun diritto e non gode neppure della protezione della legge. Perlopiù i
neri si possono ammazzare impunemente. Il linciaggio di neri è una
spaventosa istituzione dei bianchi, che si svolge cospargendo di petrolio
il nero per poi impiccarlo ad un palo del telegrafo. La cittadinanza al
completo, uomini, donne e bambini, accorre per vedere questo spettacolo e
si porta a casa "come souvenir" un pezzetto dei vestiti e della pelle del
nero torturato a morte.
Non ho abbastanza tempo per esporre le
premesse storiche della questione dei neri negli Stati Uniti. Ai
discendenti della popolazione di schiavi, liberati per un´esigenza
puramente militare durante la guerra civile - quando essi erano ancora del
tutto arretrati sul piano politico ed economico - vennero successivamente
garantiti pieni diritti politici allo scopo di scatenare un´aspra lotta di
classe nel sud, in modo da arrestare lo sviluppo del capitalismo del sud
finché i capitalisti del nord fossero entrati in possesso di tutte le
risorse.
Fino a poco tempo fa i neri non avevano
mostrato alcun tipo di coscienza di classe combattiva. Il loro primo
risveglio avvenne dopo la guerra ispano-americana, durante la quale le
truppe di neri avevano combattuto con straordinario coraggio e dalla quale
essi tornarono sentendosi, come esseri umani, allo stesso livello dei
soldati bianchi. Fino ad allora l´unico movimento esistente fra i neri
consisteva in un´associazione educativa semifilantropica, guidata da
Booker T. Washington e finanziata dai capitalisti bianchi. Questo
movimento si esplicava nell´organizzazione di scuole in cui si educavano i
neri ad essere buoni servitori dell´industria. Quanto al nutrimento
spirituale, si consigliava loro di rassegnarsi al destino di popolo
oppresso. Nel corso della guerra ispanica fra i neri nacque un movimento
riformista combattivo che rivendicava la parità sociale e politica coi
bianchi. All´inizio della prima guerra mondiale mezzo milione di neri, che
erano entrati nell´esercito americano, vennero trasportati in Francia,
dove, acquartierati in reparti francesi, scoprirono di colpo che era
possibile essere trattati da pari a pari, sia sul piano sociale che sotto
ogni altro aspetto. Lo stato maggiore americano pregò il comando supremo
francese di interdire ai neri il soggiorno in luoghi frequentati dai
bianchi, ed anche di trattarli da inferiori. Alla fine della guerra i
neri, molti dei quali avevano ottenuto medaglie al valore dai governi
francese e inglese, tornarono nei loro villaggi del sud e là vennero
sottoposti a linciaggio perché osavano indossare per strada la loro divisa
e le loro decorazioni.
Nello stesso periodo nacque un movimento
forte tra i neri che non erano partiti. Si trasferirono a migliaia al
nord, iniziarono a lavorare nelle industrie belliche, entrando così in
contatto con la corrente impetuosa del movimento operaio. Per quanto alti,
i salari restavano indietro rispetto all´ascesa impressionante dei prezzi
dei generi di prima necessità. Inoltre, vedendo che veniva spremuta tutta
la loro forza sino all´ultima stilla, e a fronte della tensione continua e
dell´enorme impegno sul lavoro, i neri provavano molto più risentimento
dei lavoratori bianchi, ormai abituati al terribile sfruttamento da tanti
anni.
I neri scioperarono insieme ai lavoratori
bianchi e ben presto si unirono al proletariato industriale. Si
dimostrarono molto ricettivi alla propaganda rivoluzionaria. Allora venne
fondato il giornale "Messenger", pubblicato da un giovane nero, il
socialista Randolf, a scopo di propaganda rivoluzionaria. Questo giornale
unì la propaganda socialista ad un appello alla coscienza razziale dei
neri e all´invito ad organizzare l´autodifesa contro gli attacchi brutali
dei bianchi. Al contempo il giornale insisteva sullo stretto collegamento
con i lavoratori bianchi, malgrado questi ultimi spesso prendessero parte
alla caccia al nero, e sottolineava come l´ostilità fra razza bianca e
nera fosse sostenuta dai capitalisti nel loro proprio
interesse.
Il ritorno dell´esercito dal fronte gettò
di colpo sul mercato del lavoro parecchi milioni di lavoratori bianchi.
Questo portò alla disoccupazione, e l´irrequietezza dei soldati
smobilitati assunse proporzioni tanto minacciose che gli imprenditori,
volendo incanalare lo scontento, furono costretti a dire ai soldati che i
loro posti di lavoro erano stati presi da neri, incitando così i
lavoratori bianchi al massacro dei neri. Il primo scontro avvenne a
Washington, dove gli impiegati delle istituzioni governative tornati dalla
guerra trovarono i loro posti occupati da neri. La maggior parte di questi
impiegati veniva dal sud. Essi organizzarono un attacco notturno al
distretto dei neri, per indurli col terrore a lasciare i loro posti di
lavoro. Tra lo stupore generale, i neri uscirono in strada armati di tutto
punto. Seguì un combattimento e i neri si batterono così bene che per ogni
nero morto vi furono tre bianchi morti. Qualche mese dopo a Chicago
scoppiò un´altra rivolta, che si protrasse più giorni e causò molte morti
da entrambe le parti. Più avanti ci fu una carneficina a Omaho. In tutti
questi scontri i neri, per la prima volta nella storia, mostrarono di
essere armati e splendidamente organizzati e di non aver più alcuna paura
dei bianchi. I risultati della resistenza dei neri furono innanzitutto un
ritardato intervento del governo, in secondo luogo l´ammissione dei neri
nei sindacati della Federazione americana del lavoro.
La coscienza razziale crebbe tra i neri
stessi. Attualmente fra loro c´è una sezione che predica la sollevazione
armata contro i bianchi. I neri tornati dalla guerra hanno fondato ovunque
delle associazioni, sia per autodifesa, che per combattere i bianchi
sostenitori dei linciaggi. La diffusione del "Messenger" è in
continuo aumento: al momento esce in 180.000 copie mensili. Intanto le
idee socialiste hanno messo radici e si diffondono rapidamente tra i neri
occupati nell´industria.
In qualità di popolo schiavizzato e
oppresso, i neri ci pongono due compiti: da un lato un forte movimento
razziale, dall´altro un forte movimento proletario di lavoratori la cui
coscienza di classe matura rapidamente. I neri non pongono
una rivendicazione di indipendenza
nazionale. Un movimento che persegua un´esistenza nazionale separata, come
ad es. il movimento "Ritorno all´Africa", che abbiamo potuto
osservare qualche anno fa, non ha successo fra i neri. Essi si considerano
soprattutto americani, e negli Stati Uniti si sentono a casa propria. Ciò
semplifica notevolmente i compiti dei comunisti.
L´unica politica corretta dei comunisti
americani nei confronti dei neri è quella di considerarli prima di tutto
come lavoratori. I braccianti agricoli e i piccoli contadini del sud,
nonostante l´arretratezza dei neri, ci pongono gli stessi compiti che
dobbiamo affrontare con il proletariato rurale bianco. Fra i neri occupati
al nord come operai dell´industria la propaganda comunista è fattibile. In
entrambe le parti del paese dobbiamo sforzarci di organizzare i neri negli
stessi sindacati dei bianchi. E´ questo il mezzo migliore e più rapido per
estirpare il pregiudizio razziale e per destare la solidarietà di
classe.
I comunisti non devono tenersi a distanza
dal movimento dei neri, che rivendica la loro parità sociale e politica e
che, attualmente, in una fase di rapida crescita della coscienza razziale,
si sta diffondendo velocemente tra le masse nere. I comunisti devono
utilizzare questo movimento per smascherare la menzogna dell´uguaglianza
borghese, ed enfatizzare la necessità della rivoluzione sociale, che non
solo affrancherà dalla schiavitù tutti i lavoratori, ma che è anche
l´unica via per liberare il popolo asservito dei neri.

* traduzione dal tedesco di Marina
Ferraresi


http://www.sottolebandieredelmarxismo.it/

Friday, June 20, 2008

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Opere Scelte di Lev Trotsky – La tragedia del nazismo – Prospettiva, illustrato – 23,83 euro scontato 16,50 euro
(gli altri volumi delle opere scelte di Trotsky sono disponibili a richiesta con il 30% di sconto)

Pierre Brouè e la sua "Storia del Partito Comunista dell'URSS"


Sull'interessante sito del "Ceip Trotsky" (www.ceip.org.ar) colelgato al Partido de los Trabajadores - Estrategia Internacional argentino è stato di recente digitalizzata l'opera di Pierre Brouè "Storia del partito bolscevico dell'URSS" a suo tempo tradotta in italiano per i tipi della Schwarz e ormai introvabile. L'opera, pur essendo datata (1963) e in larga parte storiograficamente superata (interpretazione dello stalinismo, ruolo delle opposizioni interne nel partito, khruscevismo, ecc.) rappresenta comunque un manuale interessante per introdursi alla storia della socialdemocrazia russa. Sullo stesso sito, dello stesso autore, è possibile consultare la traduzione in spagnolo di un'altra opera di Brouè a suo tempo apparsa sui Caihers Leon Trotsky ed inedita in lingua italiana sulla storia dell'opposizione di sinistra in URSS.

Wednesday, June 18, 2008

La crisi alimentare, quarant'anni fa...


Arrigo Cervetto - La fame capitalistica dell'India (Lotta Comunista, 1966)
Un articolo di più di 40 anni fa che ci ricorda come la "crisi alimentare" sia qualcosa di endemico nel capitalismo...

Mentre il Lunik 9 inviava le nitide immagini della Luna, l'ONU e la FAO fornivano una più impressionante fotografia della Terra, quasi a testimoniare quale grado di barbarie abbia raggiunto la storia del mondo capitalistico alle soglie delle sue avventure « lunari ». Forte della sua « scienza» che lo proietta nell'esplorazione dell'universo il capitalismo non sa e non può risolvere i problemi che da millenni angustiano l'umanità. Dice l'ONU che l'India, dopo aver registrato due cattivi raccolti nel 1962 e nel 1963, ha subito nel 1965 la peggiore siccità della sua storia recente. Sette grandi Stati sono gravemente toccati dalla carestia. Circa 100 milioni di abitanti sono in una situazione di grave penuria alimentare. Di questi, ben 20 milioni di bambini sono sull'orlo della morte per inedia. Si prevede che la crisi attuale si aggraverà progressivamente nel corso dei prossimi mesi. Occorrono, infine, dagli 11 ai 14 milioni di tonnellate di cereali per impedire la morte di milioni di indiani. Altre notizie, ancora più gravi, sono fornite dagli organi più informati della stampa mondiale.
Scrive « Le Monde » che mentre a Nuova Delhi l'anniversario della indipendenza era festeggiato con una grande parata militare in cui i carri armati A.M.X « hanno diviso con i Centurion britannici il posto d'onore accordato dagli indiani ai «vincitori dei Patton», e nel cielo i Mystere di cui si vanta qui la superiorità sui Sabres americani, hanno preso parte alla dimostrazione aerea in compagnia dei Gnats costruiti in India e dei Mig consegnati dai sovietici », negli Stati del Kerala e di Madhya-Pradesh avvenivano tumulti popolari. A Trivandrum, capitale del Kerala, a Calicut, a Trichur, a Ernakulam, a Kottayan le masse manifestavano per la fame, si scontravano con la polizia, saccheggiavano alcune sedi di partiti.
Lo stesso « Le Monde » riferisce che alla riunione di Jaipur del Partito del Congresso le contraddizioni che sono alla base della crisi alimentare esplodevano violentemente:
a La crisi alimentare ha fatto apparire una situazione allarmante, ogni Stato che dispone di un surplus si sforza di trattenere le proprie risorse piuttosto che portare soccorso alle regioni deficitarie. Mentre che, di fronte al pericolo esteriore, l'India ha fornito nel settembre 1965 una confortante dimostrazione di unità, l'egoismo regionale si è riaffermato con forza quando si è trovato a far fronte alla fame. E' così che nel Kerala. dove la situazione è più grave, i cittadini non hanno che una razione di riso di 140 grammi - un terzo del minimo vitale - mentre che in certi stati vicini, questa razione raggiunge 200 o anche 300 grammi, e passa i 400 grammi nel Cachemire, il quale beneficia sempre di una situazione privilegiata, poiché conviene, in questa regione politicamente instabile, di ammansire gli spiriti soddisfacendo gli stomaci ».
La realtà mistificata Continuiamo a far parlare « Le Monde » del 3-4 febbraio, perché la sua fotografia dell'India è fatta a molti ingrandimenti e meglio dei piagnistei di Montini e dell'Unità subito accodatasi ( in omaggio al « dialogo » con il Vaticano) sino al punto di definirli di « un carattere eccezionale, diremmo rivoluzionario ».

Scrive il ... meno rivoluzionario Jean Wetz di « Le Monde »:

« E' vero che l'ineguaglianza nella distribuzione delle risorse alimentari tocca la struttura stessa del paese. Il ministro dell'alimentazione, Subramanian, che è stato violentemente attaccato e che esce fortemente malmenato da questo dibattito, aveva pertanto riconosciuto che le « zone alimentari » interdicenti i trasporti di grano da uno Stato all'altro costituiscono un ostacolo deplorevole. Ma bisogna pure osservare che l'abolizione di queste frontiere alimentari suppone sia la libertà completa del commercio del grano, sia un controllo totale dello Stato. La prima soluzione sarebbe impossibile perché lascerebbe libero corso alla speculazione. La seconda non sarebbe meno attuabile, perché « solo un dittatore » potrebbe imporre all'India un sistema di approvvigionamento interamente controllato dallo Stato... Se è vero che l'amministrazione indiana sarebbe incapace di prendere in mano tutta la distribuzione delle risorse alimentari è pur vero che il commercio dei grani è largamente controllalo dai contadini ricchi e dai commercianti delle città, che costituiscono uno dei principali sostegni politici del Partito del Congresso. D'altra parte il ministro ha replicato agli oratori del Kerala facendo loro rimarcare che la razione di riso distribuita nel loro Stato è interamente fornita dal Governo centrale. Ma se le autorità locali si decidessero a mettere le mani sul milione di tonnellate di riso che è coltivato nel Kerala stesso la razione potrebbe essere immediatamente raddoppiata ».
E qui incominciamo ad osservare uno degli aspetti più importanti della fotografia ingrandita dell'India e che ci dimostra come l'attuale crisi alimentare sia un portato specifico del suo sviluppo capitalistico più che una conseguenza d'ordine naturale.
E' logico che i difensori del sistema capitalistico, Vaticano in testa cerchino di nascondere le vere cause del disastro indiano e si affidino, come sempre, ad eventi e calamità naturali e... soprannaturali. E' ancora più logico che gli opportunisti d'ogni genere, dai socialdemocratici al PCI, non si distacchino di molto da questa versione che mistifica la realtà.

Carattere capitalistico della sovrappopolazione

Sostanzialmente tutti ripetono la stessa cosa proiettando la loro ideologia interclassista sul mondo intero: occorre maggiore « giustizia distributiva » occorre che i « paesi ricchi » aiutino i « paesi poveri », la fame nel mondo è un prodotto dell'imperialismo e della diseguale distribuzione delle risorse.
L'Unità in questo slancio « interclassista » ed « umanitario » arriva a dire ché « 1'85% dei prodotti del globo sono detenuti da una porzione estremamente ridotta della popolazione: il 15% ».
Nel suo linguaggio è scomparsa ogni traccia di analisi marxista, le classi diventano la popolazione, il mondo viene diviso tra paesi ricchi e paesi poveri. Che anche nei « paesi poveri » vi sia il capitalismo l'Unità non lo lascia capire ai suoi lettori.
Certamente esiste una situazione mondiale che è riflessa dai dati riportati dall'Unità. Certamente l'azione delle potenze imperialistiche influisce enormemente nell'ineguale sviluppo economico dei vari paesi. Ma, come scrisse Lenin, quando analizzò magistralmente tale ineguale sviluppo, si tratta pur sempre di un ineguale sviluppo capitalistico, e non di un ineguale sviluppo economico) non definito. Che eventi naturali, quali 13 siccità, influiscano sulla produzione agricola è un dato di fatto che il marxismo non nega.
Nega soltanto che questi fenomeni naturali possano spiegare il corso della produzione capitalistica. Questo è tanto più vero per l'India. Marx e Rosa Luxemburg, in scritti illuminanti, hanno dimostrato per sempre che ciò che non erano riusciti a fare le avversità della natura e le invasioni straniere in India, lo fece il capitalismo inglese. L'economia agricola naturale, basata sulle comunità di villaggio, venne spezzata e vi si trapiantò un tipo particolare di proprietà terriera. L'attività artigianale venne scissa dal lavoro agricolo. Da un secolo l'India vive nel drammatico trapasso da un'economia precapitalistica ad un'economia capitalistica. Questo suo sviluppo capitalistico lo pagano, come già accadde in Europa, in Inghilterra, in Russia, milioni di uomini con la fame e la morte, milioni di contadini che la rottura dell'economia agricola naturale crea in sovrabbondanza nelle campagne e che si riversano nelle città. René Dumont nel suo libro « Uomini e Fame » scrive che l'India « per lungo tempo restò sottopopolata; per lungo tempo, essa poté ottenere molto dalla terra, con poco lavoro: una enorme copertura di foreste, lo spazio illimitato, quasi, delle pianure fertili e degli altipiani, appena ondulati... ».
Oggi l'India viene indicata come un paese sovrappopolato, ma non si specifica il tipo sociale della sovrappopolazione, cioè in rapporto a quale sistema di produzione si è determinata una eccedenza di popolazione. Quello che da un lato viene indicato come sovrappopolazione diventa poi, da un altro lato, una risorsa.

Proletarizzazione e rivoluzione comunista

Scrive Charles Bettelheim nella sua « Storia dell'India indipendente » che: « La principale difficoltà che ostacola l'industrializzazione indiana non è l'insufficienza di risorse mediante le quali questo paese potrebbe accrescere il proprio saggio di accumulazione. Queste risorse sono considerevoli. Esse si presentano per lo più sotto la forma di una rilevante sottoccupazione e di uno scarso sfruttamento delle ricchezze naturali, compresa la terra ».
La sovrappopolazione si traduce quindi in un fenomeno storico che tutti i paesi capitalistici hanno attraversato nelle prime fasi dell'accumulazione cioè nella creazione di una manodopera che è libera di vendere la sua forza-lavoro al capitale e nel frattempo anche di morir di fame. Tutti i paesi hanno avuto questo tipo di sovrappopolazione allorquando, rotti i rapporti precapitalistici di produzione nelle campagne, milioni di uomini affamati si precipitarono nei centri urbani in cerca di quel lavoro e di quel pane che le nuove forme di produzione agricola ormai negavano loro.
E solo questa sovrappopolazione di merce forza-lavoro ha permesso al capitalismo di svilupparsi e di creare delle nazioni industriali. In India questo fenomeno storico si presenta decuplicato, con una rapidità impressionante che moltiplica il dolore della tragedia, con una estensione che mette a nudo l'essenza dell'annientamento fisico, della morte, con una spirale caotica che ne mette in luce tutta la sua inumanità.
Basti un dato per definire il carattere sociale della sovrappopolazione indiana: dal 1951 al 1961 le città con più di 20.000 abitanti hanno aumentato la loro popolazione del 40%. I disoccupati, dal 1956 al 1961, sono aumentati di 6,7 milioni raggiungendo i 9 milioni di unità. Lo stesso 3O Piano Quinquennale indiano prevede che, nei cinque anni, i disoccupati aumentino di 6 milioni e raggiungano la cifra di 15 milioni. Certamente non si può parlare di carestia della materia prima fondamentale per l'investimento di capitale: la forza-lavoro.
Per questa enorme « massa di miseria » (che gli ignoranti economisti borghesi con il loro codazzo di revisionisti, chissà perché non includono mai nelle loro statistiche quando credono di dimostrare che Marx si era sbagliato nel prevedere la pauperizzazione del proletariato: i milioni di indiani, signori economisti, che muoiono di fame nei marciapiedi delle metropoli del
la « democratica » patria di Gandhi, cosa sono se non dei proletari?), a per questa enorme « miseria delle masse » la fame e la morte dipendono ormai poco dai buoni e dai cattivi raccolti. La fame di Calcutta, di Bombay, di Nova Delhi, di queste capitali dell'India borghese dove si calcola che addirittura la metà della popolazione nasca, viva e muoia sui marciapiedi è una fame « sociale » che non dipende certo dalla siccità. Basterà un altro dato per comprendere come la pauperizzazione nelle grandi città indiane non sia un fenomeno asiatico ma un fenomeno capitalistico che ha assunto dimensione asiatiche.
Le metropoli indiane sono dei grandi centri industriali e commerciali capitalistici. Nel 1950 i salariati industriali rappresentavano l'11% della popolazione attiva e gli operai della grande industria il 2,1% sempre della popolazione attiva. Ci troviamo di fronte a delle moderne classi sociali e non a delle caste. Le città indiane hanno ormai una consistente classe operaia, che caratterizza il loro sviluppo capitalistico e che rappresenta oggettivamente una potente forza motrice della rivoluzione indiana, quantitativamente superiore, in rapporto alla popolazione, il proletariato russo nella rivoluzione del 1917. Anche sotto questo aspetto trova conferma un'altra previsione del marxismo. Quando Lenin negli scritti e nei Congressi del -Komintern pose l'India alla testa della rivoluzione in Asia molti si chiesero se non fosse questo un errore di previsione Lo stesso corso della rivoluzione cinese parve a costoro 13 conferma del loro giudizio. L'analisi di Lenin era però centrata, e la consistenza delle classi e del proletariato nella società indiana ne sono la prova. Il fatto che la rivoluzione cinese abbia sopravanzato quella indiana dimostra solo che la rivoluzione cinese ha assunto un corso populista, basato sulle classi contadine e non che il rapporto delle classi fondamentali, borghesia e proletariato, fosse più favorevole in Cina.
Anche in Cina, certamente, vi erano le forze motrici per sviluppare la rivoluzione « in permanenza » e per giungere allo sbocco della « doppia rivoluzione » come era accaduto in Russia. Il proletariato cinese aveva una forza sufficiente per condurre le masse dei contadini poveri in una rivoluzione socialista.

I morti del Bengala e l'antifascismo

Lo stalinismo frantumò questa possibilità storica perseguendo la tattica menscevica di appoggio alla borghesia nazionale e d'ingresso del PCC nel partito borghese del Kuomintang. Il risultato è ben noto: il massacro della classe operaia cinese nel 1927, da un lato, e l'affermarsi, come conseguenza della sconfitta di classe, della corrente populista e nazionalista del « maoismo », dall'altro che trovò la sua base sociale nei contadini e nelle « quattro classi ». Meno noto, invece, è il portato che tale sconfitta e tale svolta ebbero sul corso della rivoluzione indiana.
Abbandonata dall'Internazionale la strategia leninista della rivoluzione in Asia, anche il movimento comunista indiano doveva finire con l'essere assorbito dalla direzione borghese della rivoluzione democratica, cioè in pratica dalla politica del Partito del Congresso. Il PC indiano seguì fedelmente tutta l'evoluzione della politica estera sovietica, sino ad appoggiare i « fronti popolari » con la borghesia e la « guerra antifascista » a fianco dell'Inghilterra. E tutto ciò mentre in India, ancora più che in Cina, si andavano accumulando gigantesche contraddizioni di classe e forze oggettivamente rivoluzionarie, come era stato previsto da Lenin. Basti pensare che la seconda guerra imperialista mondiale offrì all'India una possibilità immediata di liberazione nazionale. La stessa borghesia nazionale fu divisa sul problema dell'alleanza con l'Inghilterra e alla fine prevalse la linea di apoggio alla « guerra antifascista in cambio della promessa di una futura indipendenza. Gli indiani furono inviati a farsi massacrare sui fronti imperialisti, mentre, nel Bengala morivano 3 milioni e mezzo di persone di fame, a seguito di una carestia, secondo la stima dello studioso indiano K.P. Chattopadhyaya. Dice il Bettelheim che un altro milione morì a causa delle successive epidemie. La carestia era dipesa più da una cattiva organizzazione dei rifornimenti che da un grave deficit. Questo deficit era valutato in 1,4 milioni di tonnellate di cereali, cioè non era un deficit molto grave poiché corrispondeva al solo 2% del raccolto medio indiano ed era meno di un decimo di quello attuale, eppure, conferma il Bettelheim « nessuna misura fu presa per convogliare una sufficiente quantità di viveri verso il Bengala e combattere contro la speculazione e l'accaparramento ».
Quattro milioni e mezzo di morti per fame nel Bengala. Che differenza c'è tra questi morti e quelli dei campi di concentramento del terzo Reich?
Il Bengala non fu un enorme e criminale campo di concentramento?
Eppure i « miti » indiani, la cui natura, si dice in ogni occasione, è espressa nel pacifismo gandhiano che li porta a rifiutare la violenza comunista, furono mandati a liberare gli schiavi dei campi di concentramento nazisti in nome della libertà » e « della democrazia »!
Ecco un caso « concreto » che dimostra come fascismo e antifascismo non fossero altro che le trincee dell'imperialismo. Inutile aggiungere che il PC indiano, invece di porsi alla testa delle masse affamate e spingerle alla violenza rivoluzionaria contro la borghesia indiana e l'imperialismo inglese come avrebbe fatto un vero partito leninista, si schierò sulla trincea « antifascista », cioè a fianco del Partito del Congresso e dell'imperialismo inglese, come del resto fece il partito maoista in Cina.
Possiamo ancora dire che la previsione di Lenin sulle proporzioni della rivoluzione socialista, era sbagliata? L'evoluzione delle contraddizioni della società indiana ha dimostrato che un partito bolscevico avrebbe potuto, in un periodo ancora più breve che in Russia, strappare la direzione delle masse lavoratrici alla borghesia, agli industriali, agli agrari e ai piccoli borghesi. In Russia il partito partì da posizioni molto più deboli di quelle dalle quali era partito quello indiano senza l'appoggio di una Internazionale anzi in lotta aperta contro quella socialdemocratica, e riuscì nel corso di una guerra imperialista a prendere la direzione delle masse contadine, sino ad allora passive, superstiziose, prigioniere della religione tanto quanto quelle indiane. Il partito russo si trovò ad essere isolato, in un movimento internazionale socialista, caduto in preda al socialsciovinismo.
Ma il partito bolscevico fu internazionalista, lottò contro la II Internazionale e vinse. Il partito indiano non lo fece, non colse l'occasione della guerra mondiale imperialista, perché da anni era già socialsciovinista, da anni era staliniano.

Mancanza del partito rivoluzionario

Quando il movimento operaio potrà fare un bilancio della sua storia, scoprirà quanto grande sia stato il disastro portato dallo stalinismo allo sviluppo della rivoluzione indiana. Le conseguenze le sta pagando il proletariato internazionale, e in particolare il proletariato e i contadini poveri dell'India.
Oggi l'India manca di un partito veramente comunista ed internazionalista che sappia agitare le masse dei contadini poveri, facendo perno sul proletariato industriale, ed incanalare i fermenti di rivolta Che serpeggiano nel subcontinente verso obiettivi precisi della rivoluzione socialista.
Ancora una volta assistiamo in India alla mancata saldatura tra le condizioni oggettive e quelle soggettive essendo ben presente una crisi di vaste dimensioni e mancando, invece, la coscienza di questa crisi, il partito rivoluzionario. E come sempre, quando manca una volontà politica organizzata e rivoluzionaria che ponga una soluzione socialista alla crisi, questa finisce con l'aggravarsi a maggior danno delle masse lavoratrici.

Cause sociali e condizioni naturali

Che la crisi tenda ad aggravarsi in questo senso sono i suoi stessi caratteri capitalistici ad indicarlo.
Esaminiamo i caratteri capitalistici dell'agricoltura indiana. Ci serviremo ancora una volta dei dati del Bettelheim.
« Non si può pensare che le superfici di cui dispone l'agricoltura indiana siano insufficienti. Le superfici coltivabili sono valutate dalla FAO in circa 160 milioni di ettari ».
Nel 1951 l'India aveva una disponibilità di 0,35 ettari per abitante, la Cina di 0,19, la Francia di 0,5.
Sempre nel 1951 l'India aveva una disponibilità di 0,5 ettari per ogni persona che vive nella agricoltura, la Cina di 0,22 , il Viet Nam di 0,25, l'Egitto di 0,13.
Nel 1950 il rendimento di riso per ettaro coltivato era:

India 11 quintali
Cina 13 »
Birmania 14 »
Egitto 30 »
Giappone 40 »

Nel 1950 il rendimento di frumento per ettaro coltivato era:
India 6,6 quintali
Cina 7 »
Egitto 18 »
Giappone 18 »
Quindi, mentre l'India non ha una bassa disponibilità di ettari coltivabili e coltivati per abitante e per agricoltori registra uno dei più bassi rendimenti del mondo. Perché?
Le risposte che comunemente vengono date sono: mancanza di acqua ed esistenza di rapporti precapitalistici (autoconsumo, forme di tipo feudale ecc.).
La piovosità indiana è, invece, relativamente elevata ( 1250 mm. annui), ma irregolarmente distribuite dato il mancato controllo delle acque solo il 12% della terra coltivabile è irrigata. Ciò potrebbe rappresentare una condizione di tipo precapitalistico, ma per smontare questa tesi basti ricordare che ben il 40-45% dei prodotti agricoli è commercializzato, cioè entra in rapporti di scambio mercantili e supera la fase dell'autoconsumo.
Quasi la metà della produzione agricola entra sul mercato ed in un mercato che vede non solo il piccolo commercio ma soprattutto la grande industria.
Insomma non ci troviamo di fronte a rapporti mercantili semplici ma ad un sistema mercantile dove predomina il grande capitale.

Rapporti capitalistici nell'agricoltura

Lo sviluppo dei rapporti mercantili nella agricoltura non riguarda solo uno scambio all'interno di questa ma soprattutto uno scambio con la grande industria nazionale e con il mercato mondiale.
« Fra il 1896 e il 1936-54 - scrive Bettlheim - l'unico grande sviluppo della produzione agricola riguarda... le colture commerciali... il valore di questa produzione rappresenta, nel periodo dell'indipendenza, circa il 30% del valore della produzione agricola; essa è pressappoco raddoppiata rispetto al periodo 1896-1905 ».
Quasi la metà della produzione agricola è commercializzata, quasi un terzo è rappresentato da colture commerciali. Vedremo in seguito cosa significhino questi dati per quanto riguarda la crisi alimentare Per ora ci limitiamo ad individuare dietro di essi la struttura delle classi nelle campagne indiane. Troveremo che la produzione per la vendita sul mercato interno ed internazionale significa impiego di lavoro salariato ed infatti ben il 38% della popolazione attiva in agricoltura è costituito da salariati, Per inciso osserviamo che è una percentuale altissima, molto più alta di quella indicata da Lenin nella sua analisi dello sviluppo del capitalismo in Russia, e che ci permette di definire la seconda importante forza motrice della rivoluzione socialista in India. La forte proletarizzazione nel le campagne indiane, è, inoltre, caratterizzata da un aspetto particolare che non troveremo, ad esempio, nella Russia del 1917 e che non troviamo in altri paesi arretrati: la popolazione rurale indiana, nel 1961, era scesa al 70% circa in pratica ciò significa che circa un terzo della popolazione è urbana e che è inesatto definire l'India un paese a stragrande maggioranza formato da « contadini ».

Moderne classi
sociali in India

L'americano Richard D. Lambert fornisce una serie di valutazioni che ci permettono di approfondire la configurazione sociale in India.
Nel 1951 la popolazione rurale era 1'82,7% del totale. Le dieci più grandi città dell'India avevano raddoppiato la popolazione dal 1931 al 1951, ma dal 1951 al 1961 ben 32 città hanno più di 200.000 abitanti e ben 76 città superano i 100.000 abitanti. Secondo il Lambert il fenomeno ha due cause: l'emigrazione di 8 milioni di indù e sikh rifugiatisi dal Pakistan nelle metropoli nordiche ed occidentali dell'India e l'emigrazione dalle campagne per cui un terzo degli abitanti delle città è oggi costituito dallo spopolamento rurale. Siccome il numero degli operai occupati nelle città è rimasto abbastanza costante sulla cifra di 2 milioni e mezzo di occupati nel 1951 (1947: 2 milioni circa ), il risultato è che si è creata « una profonda povertà nelle città »da un lato, e che si è costituita una « élite » come la chiama il Lambert di circa 5 milioni di persone. Se teniamo presente che il 3,4% della popolazione è costituito da imprenditori, il 50,9% da artigiani e lavoratori in proprio e il 45,7% da lavoratori dipendenti, abbiamo finalmente sulla scorta di dati americani che per quanto riguarda la proletarizzazione non si discostano molto dalle stime del Bettelheim anche se questi non aveva tentato una stima statistica delle altre classi, un quadro della società indiana. Dividiamo, infine, la « élite » dei 5 milioni del Lambert in alta e media borghesia, anche nel le sue appendici di alta e media burocrazia, ed il 50.9% degli artigiani e lavoratori indipendenti in piccola borghesia e contadini poveri, aggiungiamo il 45,7% dei lavoratori dipendenti ed avremo anche la dimensione quantitativa delle classi sociali in India.

La fame nelle metropoli borghesi

Non ci sono dati sufficienti per vedere questa dimensione nei diversi settori (industria, agricoltura, servizi e commercio), o meglio i dati non permettono di vedere la precisa collocazione del 50,9% nei tre settori in quanto questa percentuale comprende « artigiani, lavoratori indipendenti », cioè piccoli produttori indipendenti dell'industria e dell'artigianato e piccoli commercianti.
Dobbiamo, però, ritenere che è da questi strati, dai contadini poveri senza terra e dal bracciantato agricolo sottoccupato che si è andata formando quella massa enorme proletarizzata di miserabili, valutata in 15 milioni di persone, che si addensa sulle città e che socialmente possiamo definire come la terza forza motrice della rivoluzione socialista indiana. Questa « terza forza » motrice presenta caratteri tipici, in quanto analoga a quella che si è formata in ogni società che ha attraversato le prime fasi dello sviluppo capitalistico, e caratteri peculiari, in quanto una tale fenomeno non ha mai raggiunto il grado di espansione che ha raggiunto in India. Da questo punto di vista costituisce una « particolarità » della rivoluzione indiana, che dimostra quanto sia fallace la presunta « particolarità » pacifista teorizzata da tutti gli opportunisti.
Crediamo che non vi siano più dubbi sul carattere capitalistico della società indiana. Resta da vedere la contraddizione tra lo sviluppo capitalistico e l'arretratezza de l'agricoltura. Questa arretratezza si spiega, appunto, col carattere capitalistico. In altre parole la elevata commercializzazione della produzione agricola e la fortissima differenziazione di classe nelle campagne, con l'elevatissimo impiego di lavoro salariato, ci dimostrano la formazione di una consistente accumulazione di capitale nel settore agrario, ma non ci dimostrano ancora come questo capitale è investito e ripartito.
Nella fase in cui si trova l'accumulazione capitalistica nelle campagne indiane esiste il predominio da un lato, della rendita fondiaria e, dall'altro del capitale commerciale ed usurario In pratica, il capitale accumulato viene in gran parte divorato dalla rendita rappresentata dalla figura sociale del proprietario terriero parassita, e in parte investito in forme commerciali ed usurarie. Una parte, infine trattenuta da misure fiscali, va alla burocrazia e all'investimento nella industria di stato e privata attraverso il meccanismo dell'intervento statale. Ciò spiega la crisi delle campagne, la crisi alimentare, il disastro della produzione di beni alimentari, il mancato investimento nelle attrezzature di irrigazioni, di bonifica, di infrastrutture.
Il predominio della forma commerciale ed usuraria del capitale nelle campagne non significa che una parte del capitale stesso non venga impiegata in forma industriale nella produzione agricola.
Anzi, l'esistenza di questo tipo di investimento, appunto perché non rappresenta ancora la forma predominante e perché avviene solo per zone, finisce con l'accentuare gli squilibri, finisce con l'aggravare la crisi.

L'esempio del Kerala

Prendiamo l'esempio del Kerala, cioè dello stato dell'Unione più « avanzato » e più « progressista »( minore analfabetismo, più alta « cristianizzazione », maggioranza « comunista »). Il Kerala è lo stato più capitalista e quello dove più si muore di fame. Perché? Perché la sua agricoltura è più « avanzata » di quella degli altri Stati: produce più colture commerciali che colture alimentari, le sue esportazioni sul mercato mondiale forniscono un quinto delle divise estere guadagnate dall'India. Non a caso i rappresentanti del Kerala nel Parlamento indiano hanno minacciato la secessione se non si stabilisce un sistema unico di ripartizione delle derrate alimentari abolendo le « zone alimentari », dicendo che se gli altri stati mantengono il loro diritto di trattenersi il riso, il Kerala si arrogherà il diritto di trattenersi le sue divise estere per acquistare il nutrimento per i suoi abitanti.
Sentiamo ancora una volta la testimonianza di « Le Monde »:
« Il Kerala è a questo riguardo in una situazione particolarmente difficile. E' come si sa lo Stato più progressista dell'India il solo stato del mondo dove i comunisti sono riusciti, nel 1958, a prendere il potere in un modo perfettamente democratico è pure lo Stato indiano dove il livello d'istruzione è più elevato e dove le minoranze cristiane occupano il più largo posto E' infine, lo Stato dove la densità della popolazione è la più forte, poiché raggiunge 1127 persone per kmq Il Kerala produce solamente la metà del riso che consuma in tempo normale e dipende per il suo approvvigionamento dagli stati vicini Andhra, Pradesh e Madras. Il fatto che questi due Stati, toccati essi stessi quest'anno dalla siccità, rifiutino di ripartire le loro risorse e non effettuino che molto parzialmente i rifornimenti promessi è evidentemente risentito nel modo più vivo. Il Kerala ha in effetti consacrato l'essenziale della sua attività agricola a delle produzioni più lucrative quali il tè, il caucciù, la noce di cocco ed il pepe ».

Il capitalismo produce fame

L'esempio del Kerala è quindi illuminante. Scrisse Engels a proposito della grande carestia russa del 1891:
« Il cattivo raccolto in Russia è diventato carestia, e una carestia come in Europa occidentale da tempo non la si conosce; come non è frequente neppure in India, il paese tipico per calamità del genere, e come, nella Santa Russia dell'epoca in cui non esistevano ancora ferrovie, era difficile che raggiungesse un grado così elevato Come spiegare questo fatto? Molto semplice La carestia in Russia non è il risultato del puro raccolto deficitario; è un episodio della rivoluzione sociale che la Russia sta compiendo fin dall'epoca della guerra di Crimea: è solo l'acutizzazione, in seguito a un cattivo raccolto, delle sofferenze croniche legate a questa rivoluzione profonda »
Anche l'attuale fame dell'India è solo l'acutizzazione delle sofferenze croniche legate a quella rivoluzione profonda delle forze produttive che si chiama capitalismo. Possono bruciare incenso quanto vogliono, i santoni d'Oriente e d'Occidente non riusciranno ad oscurare questa verità

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Sul filo della storia:

Marx sulla carestia e la fame
In occidente:

« La carestia abbatté nel 1846 in Irlanda più di un milione di uomini, ma soltanto poveri diavoli. Non pregiudicò minimamente i ricchi del paese. L'esodo ventennale che le seguì e che ancora aumenta non decimò affatto, come ad esempio la Guerra dei Trent'anni, i mezzi di produzione insieme agli uomini ».

E In oriente:

« Nella sola provincia di Orissa più di un milione di indù morì di fame nel 1866.
Cionondimeno si cercò di arricchire la cassa dello stato indiano con i prezzi ai quali si cedevano mezzi di sussistenza alla gente che stava per morir di fame ».

(K. MARX - Il Capitale cap. 23 e cap. 24)

Oriente e Occidente

Gli indiani non raccoglieranno i frutti degli elementi di una società nuova seminata in mezzo a loro dalla borghesia britannica, finché nella stessa Inghilterra le classi dominanti non saranno abbattute dal proletariato industriale.

(K. MARX - New York Daily Tribune 8 agosto 1853).

Friday, June 13, 2008

Yurii Colombo - Elections and the crisis in the Italian left

pubblished in Socialist Alternative (june 2008) www.sa.org.au

After only two years of centre-left government, Silvio Berlusconi is back in office. In 2001 Berlusconi promised a new economic boom and put himself forward as a champion of neo-liberal policies. Now he's more circumspect. The Italian crisis is graphically evident: in the last five years GDP has only grown by about 0.1 per cent a year, and the unemployment rate is steady at 8 per cent.

Of course the cabinet will emphasise law and order issues and will try to close the borders to immigrants; but we need to understand the nature of the Italian right, which built a strong coalition between small and medium entrepreneurs, the middle classes and the northern working class. The bankers, the big industrialists and most important media supported the Democratic Party.

So it's a mistake to describe the new Berlusconi government as a "neo-liberal" coalition. Berlusconi's coalition is populist, openly protectionist, cries about the defence of the Italian worker against the "Chinese danger", and declares itself "anti-globalist". Berlusconi has announced a big Keynesian program of social spending. And the minister for the economy, Giulio Tremonti, declared recently, "The crisis should be paid for not by the poor, but by the bankers and petroleum bosses."

The Democratic Party failed because it put itself forward as a "right with a human face" and also because Prodi's government failed to raise the living standards of ordinary people.

The defeat of the left is historically significant. Until 1989 Italy had the biggest Communist Party in the Western world, with hundreds of thousands of members and millions of voters. Italy also had the most combative working class in Europe; the 1968 revolt was not a rebellion of few months but a "long autumn" that endured for 12 years.

In the April elections, the "Left Rainbow" - a coalition between Rifondazione Comunista (Communist Refoundation), the Greens and two other left parties - collapsed, receiving only 3.2 per cent of the vote, as against 10.3 per cent in 2006.



What happened?

The left began its support of Prodi's government in 2006 with huge ambitions. Fausto Bertinotti, the leader of Rifondazione Comunista said: "With the help of the social movements, we'll shift the centre-left coalition to the left."

In two years, the government, with the support of the left ministers, approved a tax cut for the bosses of 8 million euros ($12.4 million), a cut in pensions and an increase in the defence budget for the military campaigns in Lebanon and Afghanistan.

There was deep disillusionment among people on the left; the movement against the new NATO military base in Vicenza and the women's and gay movements were in the forefront of opposition to the government.

The decline of Rifondazione Comunista should give the international left cause to reflect. For some years Rifondazione was the model of a broad "new workers' party". But it didn't represent a mix of revolutionary and reformist politics; rather it was a reformist party that responded to an upsurge of class struggle and the rise of the movement against corporate globalisation by moving quickly to the left.

However when these movements declined, Rifondazione moved quickly to the right and spread the illusion among the working class that it is possible to change the very nature of a capitalist government. Moreover Rifondazione became a "soft" party: its membership declined from 150,000 members in 1996 to 60,000 disenchanted members today, and active members are a very small minority.

The two Trotskyist election lists (Critical Left and the Communist Workers Party) received a combined vote of about 1 per cent in the elections - about 350,000 votes. If they presented themselves together, they could be a serious alternative to Rifondazione and the leadership of the Rainbow. But we have to work very hard against the sectarian background of the far left.

Of course the far left couldn't fill the vacuum that opened up with the crash of the "Rainbow Left". They split from Rifondazione only a few months ago and many people decided to abstain or to vote Democratic Party against the right.

It's crucial in the next few months to build not only a necessary united front against the right, but also a political alternative inside the left. The Rifondazione conference will be held in July. There will be five different motions discussing the way forward.

We can easily forecast the decomposition - to the right as well to the left - of Rifondazione. But we need the most combative layers of Rifondazione to rebuild the left. We need an authoritative socialist organisation - quickly.

But only a serious balance sheet of the rise and fall of Rifondazione can lay the basis for a sustained revival of the Italian left. We need a principled revolutionary socialist organisation that will rebuild itself in the grassroots of the workplaces, communities and neighbourhoods. A left that tells the truth to the working class, even when it is a bitter truth.



Yurii is a long-term activist on the Italian left. He recently toured Australia as a speaker in the Socialist Alternative event, 40 years since the revolts of 1968.
Current Edition

Il granello di sabbia che manda in soffitta il Trattato di Lisbona


La piccola Irlanda ha impedito che si compisse un vero scempio della democrazia. Ci avevano già pensato francesi e olandesi a dire no alla Costituzione Europea a nome di tutta l'Europa. Ma con protervia i tecnocrati capitalisti di Bruxelles ci hanno riprovato confezionando il Trattato di Lisbona che praticamente non aveva bisogno quasi di nessun mandato democratico. Già in 18 paesi era stato approvato senza alcuna consultazione democratica. Ma ci ha pensato il popolo irlandense a infrangere il sogno/incubo dell'Europa imperialista. E' ora che anche in Italia si riveda la Costituzione che da' la possibilità agli esecutivi di firmare accordi internazionali senza avere il minimo di controllo popolare. All'Europa imperialista non piace la democrazia, a noi sì!


da www.repubblica.it
Trattato di Lisbona, Irlanda al voto Un ministro: "Hanno vinto i no"

Il presidente irlandese Mary McAleese alle urne insieme al marito
DUBLINO - L'Irlanda ha scelto di non ratificare il Trattato di Lisbona per la riforma Ue. Lo ha annunciato Dermot Ahern, ministro irlandese della Giustizia. "Hanno vinto i no - ha dichiarato il ministro in diretta televisiva - alla fine, per una miriade di ragioni, il popolo si è espresso così. Un risultato che lascia delusi ma di cui bisogna prendere atto". Gli esponenti del governo, sentiti dalla televisione pubblica Rte, avevano già ammesso di aspettarsi una vittoria del "no". E già dalle prime ore della mattina i sondaggi vedevano in testa i voti contrari al documento.

Il primo dato ufficiale sui risultati è quello riferito al distretto elettorale di Waterford e indica una vittoria del "no" con 20.812 voti contro i 17.502 del "sì". Secondo le altre stime la costituzione europea è stata bocciata in 37 collegi su 43, mentre il si ha prevalso soltanto in sei.

In cinque circoscrizioni della capitale Dublino, che conta un quarto dell'elettorato, il fronte del "sì" resta indietro; in tre si registra un sostanziale pareggio e soltanto in una sono in vantaggio i favorevoli al Trattato. La pagina web del quotidiano "Irish Times" conferma che in tutte le circoscrizioni della capitale i "no" prevalgono con una media di 60 contro 40 dei "sì", con picchi di 70 contro 30 nella circoscrizione sudorientale. Anche nelle altre regioni del paese gli iralndesi si sono espressi negativamente. I distretti operai hanno votato massicciamente contro il documento. Il vantaggio dei voti contrari è forte nei distretti di Mayo, Limerick, Galway, Sligo e Louth. A Donegal, nel nord-est, dove sono state scrutinate il 10% delle urne, in nessun caso ha vinto il "sì".

Questi risultati che hanno avuto già avuto conseguenze sull'economia. L'euro ha toccato nei confronti del dollaro Usa il minimo mensile a 1,5307 dopo le notizie diffuse.

"Il sì sembra forte in alcune delle aree di classe media ma onestamente non credo che sia sufficiente a battere il no", ha commentato Joan Burton, deputata della capitale per il Labour, terzo partito dell'Eire. Dello stesso parere è Dick Roche, ministro irlandese per gli Affari europei, che da Wicklow ammette: "Le cose non si mettono bene per il sì. Qui si parla di un testa a testa e a quanto mi risulta siamo nel collegio più favorevole al sì. Ma le cose altrove stanno andando diversamente. Continuo a tenere le dita incrociate. La situazione potrebbe capovolgersi durante la giornata". No comment, per ora, dell'Unione europea.

Già nel 2001 gli elettori irlandesi respinsero con un referendum il trattato di Nizza, approvandolo poi in una nuova consultazione l'anno successivo. La vittoria del "no" potrebbe creare degli attriti all'interno dell'Unione Europea, dove il Trattato è già stato ratificato dai parlamenti di 18 paesi. Non è escluso che l'Ue decida di applicare comunque il patto di Lisbona, ma non è chiaro come l'Irlanda potrebbe rapportarsi agli altri stati membri.

Le indescrezioni sul voto irlandese piombano anche in Italia. Durante la riunione del Cdm di questa mattina Silvio Berlusconi si è detto "preoccupato per come si stanno mettendo le cose riguardo al referendum irlandese. Bisogna capire cosa succede perchè la cosa sarebbe preoccupante".

Se i cittadini irlandesi bocciassero il documento ''ci troveremmo in una situazione di crisi senza precedenti per le istituzioni europee'', ha commentato il presidente della Camera, Gianfranco Fini. L'ipotesi di un risultato negativo piace invece a Roberto Calderoli, ministro per la Semplificazione normativa e coordinatore delle segreterie nazionali della Lega Nord:
"Un grazie agli irlandesi per il loro voto".

(13 giugno 2008)

Monday, June 9, 2008

Erich Fromm - Socialismo o robotismo?



„Sociolismo o Robotismo?” was written for the Uruguayan Paper El Sol,
November 1957.

El mundo está dividido hoy en dos campos y existe actualmente una diferencia
decisiva entre los dos sistemas. En el mundo occidental hay libertad para
manifestar ideas críticas acerca del régimen vigente. En el mundo soviéticos la
crítica y la manifestación de ideas disidentes están suprimidas por la fuerza
bruta. En consecuencia, el muerdo occidental lleva en sí la posibilidad de un
cambio pacífico y progresivo, mientras que en el mundo soviética esa posibilidad
casi no existe.
¿Pero cuáles son las perspectivas para el futura? En el desarrollo del
capitalismo y el comunísmo, tal como podemos preverlo en los próximos
cincuenta o cien años, continuará el proceso de automatización y enajenación.
Ambos regímenes se están convirtiendo en sociedades directoriales, con
poblaciones bien alimentadas bien vestidas, con sus deseos satisfechos y sin
más deseos que las que pueden satisfacerse; autómatas que obedecen sin
necesidad de recurrir a la fuerza, que sao guiados sin líderes que hacen
máquinas que funcionan como hombres y producen hombres que actúan como
máquinas; hombres cuya razón decae mientras su inteligencia aumenta, creando
así la peligrosa situación de equipar al hombre con una fuerza material inmensa,
sin la cordura necesaria para usarla.
Esta enajenación y automatización conducen a un desequilibrio mental cada
vez más acentuado. La vida no tiene sentido, no hay alegría, ni fe, ni realidad.
Todo el mundo ea „feliz“, salvo que no siente, ni razona, ni ama.
El problema del siglo XIX fas que Dios había muerto; el del siglo XX es que
ha muerto el hombre. En el siglo XIX inhumanidad significaba crueldad; en el
siglo XX significa {02} autoenajenación esquizoide. El peligro del pasado estaba
en que las hombres se convirtieran en esclavos. El peligro del futuro está en que
las hombres se conviertan en robots o autómatas. Cierto es que los autómatas
no se rebelan. Pero, dada la naturaleza del hombre, los robots no pueden vivir
permanecer cuerdos; se convierten en „Golems“, destruirán su mundo y a sí
mismos porque no pueden resistir el tedio de una vida sin sentido.
Nuestra única alternativa para el peligro del robotismo es el socialismo
humanista. El problema primordial no es el problema legal de la propiedad, ni el
de participar en las utilidades, sino el de compartir el trabajo y la experiencia.
Deben operarse cambios en la propiedad en la medida en que sean necesarios
para crear una comunidad de trabajo y para impedir que el móvil de la ganancia
oriente la producción en direcciones socialmente perjudiciales. Deben igualarse
los ingresos en la medida necesaria para dar o toda el mundo la base material
de una vida dignas evitando así que las diferencias económicas produzcan una
experiencia fundamentalmente distinta de la vida, en las diferentes clases
sociales. El hombre tiene que ser restablecido en su lugar supremo en la
sociedad, no siendo masca un medio, no siendo nunca una coas para ser usada
por los otros o por él mismo. Debe terminar el uso del hombre por el hombre, y la
economía tiene que convertirse en la servidora del desenvolvimiento del hombre.
El capital debe servir al trabajo, las cosas deben servir a la vida. En vez de la
2
orientación explotadora y acumulativa, predominante en el siglo XIX, y de la
orientación receptiva y mercantil predominante en la actualidad, debe ser la
orientación productiva el fin al cual sirvan todos los dispositivos sociales.
No debe operarse ningún cambio por la fuerza, y debe ser simultáneo en las
esferas económica, política y cultural. Los cambios limitados a una esfera
destruyes todos los cambios. Así {03} como el hombre primitivo estaba inerme
ante las fuerzas naturales, el hombre moderno se halla inerme ante las fuerzas
sociales y económicas que él mismo ha creado. Adora las obras de sus propias
manos y se prosterna ante los nuevos ídolos, y, no obstante, jura por el nombre
de Dios, que le ordenó destruir todos los ídolos. El hombre puede protegerse a sí
mismo contra las consecuencias de su propia locura, únicamente creando una
sociedad sana adaptada a las necesidades del hombre, necesidades que están
arraigadas en las condiciones mismas de su existencia; una sociedad en la que
el hombre se relacione con el hombre amorosamente, en la que se sienta
enraizado en vínculos de fraternidad y solidaridad, más que en los lazos de la
sangre y el suelo; usa sociedad que le brinde la posibilidad de trascender la
naturaleza creando y no destrcuyendo, en que cada individuo adquiera el sentido
de si mismo, sintiéndose sujeto de sus capacidades, y no mediante la
conformidad; en la que exista un sistema de orientación y devoción, sin que el
hombre necesite deformar la realidad ni adorar ídolos.
Organizar esa sociedad significa dar un nuevo paso, significa el fin de la
historia „humanoide“, de esa etapa en que el hombre todavía no era plenamente
humano. No significa el „fin de los días”, la „terminación”, el estado de armonía
perfecta en que el hombre ya no encuentra conflictos ni problemas. Por el
contrario, el destino del hambre es que su existencia se vea acosada por
contradicciones que tiene que resolver sin llegar nunca a resolverlas. Cuando
haya superado el estado primitivo de los sacrificios humanos, sea en la forma
ritual de los aztecas o en la forma secular de la guerra, cuando haya podido
regular razonablemente sus relaciones con la naturaleza, en vez de regularlas a
ciegas, cuando las cosas se hayan convertido realmente en servidoras suyas y
no en sus ídolos, se encontrará ante los conflictos y pro blemas verdaderamente
humanos; necesitará ser arriesgado, valiente, {04} imaginativo, capaz de sufrir y
de gozar, pero sus potencias estarán al servicio de la vida y no al servicio de la
muerte. La nueva etapa de la historia humana, si efectivamente sobreviene, será
un nuevo principio, no un fin.
El hombre se encuentra hoy ante la más fundamental de las decisiones; no
tiene que decidir entre capitalismo y comunismo, sino entre robotismo (en sus
variedades capitalista y comunista) y socialismo humanista comunitario. La
mayoría de los hechos parecen indicar que se inclina por el robotismo, y eso
significa, a la larga, locura y destrucción; pero todos esos hechos no son
bastante fuertes para destruir la fe en la razón, la buena voluntad y la salud del
hombre. Mientras podamos pensar en otros alternativas, no estamos perdidos;
mientras padomos deliberar juntos y hacer planes juntos, podemos tener
esperanza. Pero, ciertamente, las sombras se entienden y las voces de la locura
son cada vez más poderosas. Estamos a punto de llegar a un estado de la
humanidad que corresponda a la concepción de nuestros grandes maestros;
pero estamos en peligro de destruir toda la civilización o de caer ea el robotismo.
Hace miles de años se le dijo a una pequeña tribu: „Puse ante ti la vida y la
muerte, la bendición y la maldición, y elegiste la vida.“ Esa es también nuestra
elección.
Copyright © 1957 by Erich Fromm
Copyright © 2004 by The Literary Estate of Erich Fromm
c/o Rainer Funk, Ursrainer Ring 24, D-72076 Tuebingen
Fax: +49-7071-600049, e-mail: frommfunk@aol.com.

Friday, June 6, 2008

DVD - Pagherete caro Pagherete tutto



Un video eccezionale di archivio. Il documentario prodotto dal collettivo del cinema militante durante le giornate dell'aprile 1975 a Milano prima, durante e dopo gli assassinii di Claudio Varalli e Giannino Zibecchi. 46 minuti di filmati sugli avvenimenti, le manifestazioni, gli scontri con interviste d'eccezione. Un documentario introvabile disponibile in versione dvd in cofanetto. 10 euro (comprese le spese di spedizione) o per acquisti di almeno 10 copie 50 euro (+8,78 euro per la spedizione).
Scrivere per ordini a giovanetalpa@tiscali.it

Thursday, June 5, 2008

Al nordista piace negra


L'uomo è accusato anche di stupro su due minorenni italiane
Violenta e mette incinta 13enne, arrestato
Un italiano 30enne è ritenuto responsabile di violenza sessuale su una ragazzina marocchina. L'ha adescata fuori di scuola
da corriere.it
MILANO - Violentata e messa incinta da un uomo di 30 anni, abituale frequentatore di ambienti in cui cercava di adescare ragazzine. Il presunto stupratore, Gaetano Calicchio, 30 anni, è stato arrestato oggi dalla Squadra Mobile e rinchiuso a San Vittore. È accusato anche di altri due episodi di violenza sessuale ai danni di due minorenni italiane. La violenza, secondo quanto riferito dagli investigatori, è avvenuta a casa dell'arrestato nel febbraio scorso. Gaetano Calicchio avrebbe attirato il 7 febbraio a casa sua la tredicenne marocchina, conosciuta frequentando la zona della scuola media di Gratosoglio in cui la ragazzina è iscritta. A scuola si stava svolgendo una manifestazione e i ragazzi erano nel cortile: qui è scattata la trappola dello stupratore.
LA VIOLENZA - La ragazza, secondo quanto ricostruito, l'ha seguito pensando che nell'appartamento ci fossero anche sua madre e suo fratello. Lì, secondo le accuse, l'avrebbe invece violentata mentre la giovane cercava di liberarsi, continuava a piangere e a dimenarsi. Alla fine del rapporto il presunto pedofilo ha detto alla bambina di mantenere il segreto e non dire a nessuno quello che era accaduto. Dopo qualche tempo la madre della bambina, una donna di 42 anni che lavora come colf (il padre lavora all'estero), ha però notato qualcosa di strano nella figlia e l'ha portata in un consultorio. I medici hanno così scoperto la gravidanza e una relazione degli psicologi è stata spedita in Questura evidenziando il trauma psicologico che aveva subito. Agli agenti della Squadra mobile la bimba ha così raccontato di aver incontrato questo amico, Gaetano, spiegando cosa le era accaduto. In seguito a controlli su Calicchio sono emerse diverse segnalazioni a suo carico per fatti di questo tipo. La 13enne ha deciso di interrompere la gravidanza.
FALSO RAGAZZO - Sembra che l'uomo fosse solito fingersi più «piccolo» della sua età e frequentare, oltre che alcune scuole medie, anche alcune parrocchie e oratori, in cui faceva conoscenza con ragazzine minorenni. Durante le indagini della Squadra Mobile, coordinate dal pm Antonio Sangermano, sono emersi altri due episodi di violenza sessuale, sempre nei confronti di ragazzine, questa volta italiane, di cui l'uomo si sarebbe reso responsabile.
OFFERTA DI UNO SPINELLO - Il primo episodio riguarda una 14enne, anche lei attirata in casa e vittima di un tentato stupro, il secondo una 15enne violentata. Domani l'uomo sarà interrogato dal gip, e dovrà rispondere di violenza sessuale aggravata e spaccio di stupefacenti. Le due presunte vittime italiane, adescate tra fine 2007 e inizio 2008, sarebbero state infatti attirate anche col pretesto di fumare uno spinello.
05 giugno 2008

Do you remember revolution?

Wednesday, June 4, 2008

Una costituente dei comunisti rivoluzionari

MAI PIU' AL GOVERNO CON I PADRONI!
E' fallita la sinistra riformista e governista
Costruiamo una sinistra comunista e rivoluzionaria

appello per una costituente dei comunisti rivoluzionari

Chi promuove o aderisce a questo appello ha provenienze e collocazioni differenti: siamo militanti, attivisti e sostenitori di organizzazioni politiche comuniste e del sindacalismo di classe. Diversa è anche la valutazione che facevamo, prima delle elezioni del 14 aprile, sulla possibilità o meno di condizionare a sinistra il governo Prodi. Oggi ci ritroviamo tutti d'accordo su alcuni elementi essenziali di bilancio necessari per un rilancio dei comunisti.

1) BILANCIO DELLA PARTECIPAZIONE DEI COMUNISTI AL GOVERNO PRODI
Due anni di partecipazione dei partiti più grandi della sinistra al governo Prodi ha portato a un peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, dei giovani, degli immigrati. Il potere d'acquisto dei salari è diminuito; le condizioni di lavoro nelle fabbriche sono peggiorate e per questo continua a crescere il numero dei morti sul lavoro; il lavoro precario è diventato la condizione abituale per milioni di giovani; l'età pensionabile è stata aumentata e ora si preparano a distruggere il contratto nazionale di lavoro. I Cpt non sono stati chiusi e anzi sono state promosse politiche dal chiaro segno razzista, inseguendo sul terreno della cosiddetta "sicurezza" la destra reazionaria, con caccia a Rom e rumeni. Le spese militari sono aumentate, con il via libera al Dal Molin e si è avuta un'accelerazione nelle privatizzazioni dei servizi, nello smantellamento della scuola pubblica, nella devastazione del territorio per favorire gli affari delle imprese. Gli unici a guadagnarci sono stati i padroni, che hanno moltiplicato i profitti, hanno ricevuto miliardi dalle casse pubbliche e attuato il loro programma nell'assenza di una reale mobilitazione di opposizione dei lavoratori, anche grazie alla presenza al governo dei partiti della Sinistra Arcobaleno, che hanno persino rinunciato ai simboli storici del movimento operaio, alla falcemartello.
Alla fine di due anni di partecipazione di Prc e Pdci al governo, infine, Berlusconi ha vinto per la terza volta e la sinistra non ha più nessuna rappresentanza parlamentare.

2) VA FATTO UN BILANCIO STORICO: E' FALLITA L'IPOTESI DI UN GOVERNO COMUNE DI PADRONI E LAVORATORI
Alcuni di noi (non tutti) ci avevano creduto. Avevano creduto, cioè, che fosse possibile esercitare una pressione su un governo che (ne eravamo consapevoli dall'inizio) non era nostro. Ma la pressione di Rifondazione e Pdci -se c'è stata- non ha portato ad alcun effetto e viceversa abbiamo pagato la presenza al governo con la rinuncia a costruire lotte contro il governo che sostenevamo. Ora siamo tutti d'accordo nel dire che è necessario fare un bilancio complessivo che vada oltre questa esperienza di due anni, che guardi a tutta l'esperienza storica del movimento operaio. Riconosciamo che in tutta la storia degli ultimi due secoli non si è dato un solo esempio in cui un governo comune di padroni e operai abbia portato benefici, seppure minimi, agli operai. Ogni volta, anzi, i lavoratori hanno subito i costi dei "risanamenti" del capitalismo, perso al governo le conquiste che avevano strappato con le lotte e si sono allontanati ulteriormente da una prospettiva di alternativa di potere e di società.

3) TUTTE LE COSTITUENTI PROPOSTE OGGI RILANCIANO L'IDEA DI UN GOVERNO CON LA BORGHESIA E IL PD
E' sulla scorta di questo bilancio che soppesiamo tutte le proposte che oggi vengono avanzate da più parti per risolvere la crisi drammatica della sinistra.
C'è chi, come Bertinotti e Vendola, propone una "costituente della sinistra" che superi il comunismo e dia vita, nei fatti, a una forza socialista. C'è chi, come Ferrero e Grassi, propone di rilanciare Rifondazione Comunista. C'è chi, come Diliberto e Giannini, propone una "costituente dei comunisti". Si tratta di proposte diverse ma accomunate da uno stesso riferimento di fondo: l'idea che si debba, prima o poi, tornare a governare con la borghesia "progressista", col Pd di Veltroni e D'Alema, nazionalmente come nelle giunte locali.
Gli stessi dirigenti che hanno promosso la "costituente dei comunisti", al di là di un richiamo a nomi e simboli che pure noi rivendichiamo, hanno infatti subito accolto con entusiasmo le recenti aperture di D'Alema al rilancio di un'alleanza di governo tra il Pd e i partiti della sinistra.

4) SERVE L'UNITA' DEI COMUNISTI: MA NON PER TORNARE AL GOVERNO COI PADRONI
Molti compagni davanti a questa ennesima sconfitta della sinistra sostengono la necessità di ritrovare l'unità e in primo luogo l'unità dei comunisti. Pensiamo che sia giusto. Ma crediamo che non sia possibile costruire questa unità rimuovendo il bilancio di questi due anni, ignorando il bilancio storico di tutte le esperienze di governo, continuando a governare oggi in tante città con il Pd e rilanciando questa stessa prospettiva di governo comune nazionalmente. Ai dirigenti che invocano "l'unità dei comunisti" va detto: noi siamo d'accordo, serve l'unità di classe, ma allora impegnatevi da subito a non sostenere mai più un governo con i banchieri.
Noi, firmatari di questo appello, partiamo da posizioni programmatiche differenti e oggi militiamo in organizzazioni diverse. Non pensiamo che questo ci impedisca di discutere e di fare questa discussione senza interrompere la battaglia di opposizione contro il nuovo governo Berlusconi. Ma siamo convinti che per fare tutto questo sia necessario partire almeno da una certezza comune: mai più al governo con i padroni!

5) COSA PROPONIAMO
A tutti i militanti e gli attivisti -ovunque collocati, politicamente e sindacalmente- ai tanti compagni senza tessera e a tutte le organizzazioni e comitati che condividono questo punto di partenza -mai più al governo con i padroni, nelle città come nazionalmente- proponiamo di sostenere questo appello, di diffonderlo e raccogliere attorno ad esso nuove adesioni. Sappiamo che l'idea dell'autonomia dalla borghesia e l'opposizione di classe ai suoi governi non è di per sé sufficiente per costruire quel nuovo partito comunista radicato e di massa di cui c'è bisogno. Ma si tratta -di questo siamo convinti- del punto di partenza obbligato per delimitare un campo comune di discussione che, pur senza avere la pretesa di annullare d'incanto le differenze, ci consenta di non partire da un terreno che già sappiamo fallimentare, quello governista, per evitare di ricadere subito nella stessa sconfitta.
Vogliamo organizzare in ogni città banchetti per promuovere questa prospettiva, raccogliere adesioni a questo appello, indire assemblee pubbliche in vista di una assemblea nazionale da organizzare in autunno, in un intreccio stretto tra una discussione in cui ogni singolo o organizzazione intervenga con il proprio punto di vista e la lotta unitaria contro Berlusconi.
Se saremo riusciti in questo lavoro, raccogliendo forze e approfondendo intanto tra noi la discussione, potremo poi fare un passo avanti reale nella costruzione di una nuova unità dei comunisti su basi chiare, in una costituente dei comunisti rivoluzionari che abbia come baricentro le lotte ma che non escluda la possibilità di presentare alle prossime scadenze elettorali (a partire dalle europee) una lista unitaria con la falcemartello e che miri a costruire quel partito comunista che oggi ancora non c'è, un partito che lotti per un'alternativa vera al capitalismo.

Promotori - primi firmatari
Mino Capettini - Direttivo Regionale lombardo Cub Trasporti (Promotore dello sciopero ad oltranza dei lavoratori dei trasporti di Milano del dicembre 2003)
Enzo Caccese - Operaio, Rsu Filtea Cgil, Gruppo Safilo (Venezia)
Domenico Petruzzelli - Presidente Movimento disoccupati di Bari
Claudio Signore - Delegato Rsu ATM Milano (Promotore dello sciopero ad oltranza dei lavoratori dei trasporti di Milano del dicembre 2003)
Cesare Castellani - Comitato operaio contro l'amianto (Latina)
Claudio Onorato - Comitato operaio contro l'amianto (Latina)
Patrizio Cacciotti - Dir. Naz. Rdb Cub
Giorgio Silvestrini - Megafono Rosso - per l'Unità degli studenti in lotta
Stefano Morini - Operaio Fincantieri, Fiom Cgil (Ancona)
Giovanna Bosco - Insegnante, Rsa Cgil Flc (Salerno)
Orlando Micucci - Dipendente pubblico (Ancona)
Cassandra Steca - Collettivi studenti medi (Fermo)
Stefano Bonomi - Collettivo Valseriana antifascista (Bergamo)
Oltjon Collaku - Comitato Via le truppe - campagna europea per il ritiro delle truppe
Nicola Filannino - Coordinamento prov. per la ripubblicizzazione dell'acqua (Barletta-Adria-Trani)
Maurizio Torelli - Operaio Biesse, ex membro del direttivo Fiom Cgil (Pesaro)

stanno già arrivando moltissime adesioni!

sottoscrivi anche tu, manda una mail all'indirizzo:
appello@costituenterivoluzionaria.org

www.costituenterivoluzionaria.org

Tuesday, June 3, 2008

Guido Viale - Rifiuti urbani e rifiuti umani



L´abbinamento tra rifiuti urbani e rifiuti umani è un dato di fatto, consolidato dal tono e sempre più anche dalle parole dei politici impegnati sul fronte della "sicurezza". I primi, i rifiuti urbani, sono lo scarto e il residuo non consumato dei nostri "consumi", cioè di quello che ciascuno di noi compra tutti i giorni. I secondi, i rifiuti umani, sono lo scarto, il residuo non assimilato, dell´ininterrotto processo di riorganizzazione e di riconfigurazione della società. Ma la "società" siamo noi e anche i rifiuti sociali sono un nostro prodotto.

Generiamo i rifiuti urbani individualmente, ciascuno per conto proprio, ma all´interno di processi di produzione-consumo-scarto in larga parte predeterminati da altri. Produciamo rifiuti sociali collettivamente e anonimamente; ma poi ciascuno di noi deve fare i conti con la propria coscienza: con il grado e la misura in cui partecipa alla formazione e alla conferma dei processi di esclusione in atto; che possono portare anche molto lontano: per esempio all´incendio di campi nomadi e al rogo di chi ci abita, riedizione plebeo-leghista ("nord e sud uniti nella lotta") del porrajmos con cui i nazisti hanno a suo tempo sterminato mezzo milione di zingari.

L´abbinamento tra rifiuti urbani e rifiuti umani non dovrebbe destare scandalo perché è una verità comprovata; e può suscitare indignazione solo se e quando questo sentimento diventa il filo conduttore per fare i conti con il problema e cercare di venirne a capo.

Una città invasa dai rifiuti urbani, come Napoli e larga parte della sua provincia e del Casertano è il contesto ideale non solo per la produzione incontrollata di rifiuti umani, ma anche per il loro accumulo in forme che rendono sempre più difficile il ritorno alla "normalità". Il disordine ambientale promuove il disordine sociale e trasforma il nostro rapporto con le cose in un modello per il nostro rapporto con le altre persone. Accumulare cose che non ci servono e buttare via a casaccio tutto ciò che ci dà fastidio è un principio informatore della società e dell´economia in cui e di cui viviamo; ma è il principio che ha messo la Campania in ginocchio e che sta portando al pettine i nodi di tutto il modello di vita e pensiero che ha guidato prima lo sviluppo industriale dell´Occidente e poi il processo di globalizzazione che investe il pianeta Terra: un modo d´essere e di pensare – l´impalcatura storicamente determinata in cui si manifesta lo spirito dei tempi – che ci spinge, parallelamente, a non adoperarci per ridurre al minimo, cioè per prevenire, i problemi dell´emarginazione sociale e la produzione di rifiuti umani, ma a spingerli invece al massimo.

Che fare allora? Per alcuni la soluzione sta nel fuoco purificatore dell´inceneritore e nella continua e sempre più affannosa ricerca di siti e buchi in cui sotterrare la montagna di rifiuti che ci assedia. È quattordici anni, da quando ha avuto inizio la gestione commissariale dei rifiuti in Campania, e forse anche da prima, che i fautori di questa soluzione, senza molto preoccuparsi delle sue controindicazioni, aspettano gli inceneritori che non sono mai arrivati e che, anche quando, e se, arriveranno, non basteranno più a bruciare le montagne di rifiuti, le ecoballe e i depositi di inquinanti sotterrati in ogni dove che questa attesa ha provocato. Quanto alle discariche, è ormai chiaro che in un tessuto sociale denso e in un territorio compromesso come quello campano non c´è più spazio per sistemare, nemmeno "provvisoriamente" i rifiuti al ritmo in cui vengono prodotti. Di qui il caos, istituzionale e normativo, prima ancora che ambientale, in cui è stata fatta precipitare la regione.

Così non saranno i roghi purificatori dei campi nomadi – che campi non sono, ma suoli pregiati che fanno gola agli immobiliaristi, e nomadi sono i loro abitanti solo perché vengono continuamente cacciati dall´uno all´altro – non saranno quegli incendi a "ripulire" le nostre città dalla loro incomoda presenza: l´attesa della soluzione salvifica, oggi al centro dell´agenda politica, non farà che incancrenire il problema. Mentre il tentativo di trovare sempre nuovi siti – e buchi – in cui confinare i loro abitanti ha prodotto solo la loro moltiplicazione, così come un cassonetto circondato da sacchetti di immondizia abbandonati, perché non riesce più a contenerli e non viene svuotato in tempo, diventa un punto di accumulo di ogni sorta di altri rifiuti. Ma alla luce dei risultati raggiunti e dei guasti realizzati da quattordici anni di commissariato speciale per i rifiuti, l´idea di affrontare il problema dei rom con altri commissari speciali alla sicurezza dovrebbe far rabbrividire chiunque.

Una politica attenta alle cose e alle persone – una politica che dovrebbe radicarsi nei comportamenti e nell´educazione di ciascuno di noi – dovrebbe mirare innanzitutto a ridurre con la prevenzione la produzione di rifiuti e i meccanismi dell´emarginazione; e poi apprestare, per ciò che comunque il ciclo ordinario delle nostre esistenze non riesce ad assorbire, strumenti e circuiti di riciclaggio e di reinserimento sociale che evitino o riducano al minimo il ricorso sia alle discariche e ancor più agli inceneritori: rifiuti zero – o quasi, dato che non possiamo più permetterci l´utopia – sia per le cose che per le persone. Una raccolta differenziata in cui gli scarti del consumo si raccolgono e vengono incanalati in maniera ordinata nei contenitori e verso gli impianti preposti a reimmetterli in un successivo ciclo di produzione è la premessa indispensabile per avere una città pulita, senza monnezza e senza sporcizia per le strade; un ambiente urbano "vivibile"; una ricostituzione dei legami sociali basati sulla solidarietà e non sulla necessità di danneggiare gli altri per salvaguardare se stessi.

Un sistema di accoglienza, di inquadramento, di accompagnamento alla scuola, all´assistenza sanitaria, all´inserimento lavorativo, alla cittadinanza degli individui e delle comunità che non hanno le risorse materiali e culturali per provvedervi in proprio è la premessa indispensabile per evitare l´accumulo continuo e incontrollato di materiali umani di scarto in siti e buchi che fungono irrimediabilmente da attrattori di un´umanità sempre più ai margini del consorzio sociale.

Costruire dal basso – visto che dall´alto non arriva niente di buono – una politica del genere costa di più, non solo in termini di risorse materiali e finanziarie, ma anche culturali e morali, del disinteresse e del cinismo che hanno prodotto i campi nomadi – una realtà che esiste solo in Italia, nonostante che tutti i paesi d´Europa siano destinatari di afflussi incontrollati di migranti – e che prima o dopo è destinata inevitabilmente a sfociare nei roghi. Ma alla fine i risultati si vedono perché in questo modo si evitano i costi economici e gli inconvenienti sociali e morali legati allo smaltimento finale – e alle "soluzioni finali". Scusate la brutalità.

AC/DC - You shook me all night long

Marco Maurizi - Può un animalista non essere marxista?

Pubblicato per la prima volta online su www.liberazioni.org
Marxismo e animalismo
Marco Maurizi


0. Premessa

Ricordo che un giorno, mentre approntavamo materiale pubblicitario animalista, suonò alla porta una ragazza appartenente alla setta di Lotta comunista. Chiedeva fondi per il suo giornale marxista-leninista. Le proponemmo, in cambio, di partecipare ad una manifestazione per i diritti animali che si sarebbe tenuta di lì a qualche settimana a Roma. La sua risposta, piuttosto imbarazzante, fu: "noi non pavtecipiamo a questo geneve di manifestazioni in cui si mescolano fvange bovghesi". E poi le immancabili banalità sull'operaio cinese che "conta più" dell'animale etc. etc. Racconto questo triste aneddoto perché conferma quanto il pregiudizio "specista" sia diffuso all'interno del movimento operaio. Ma anche perché negli anni seguenti fui costretto a riconoscere, con sommo orrore, quanto l'odiosa ragazza avesse ragione. Se in questo articolo smetto, per un attimo, le vesti dell'animalista militante per indossare quelle del pedante marxista è solo perché sono convinto che 1) il marxismo non è strutturalmente incompatibile con l'animalismo e 2) senza una sintesi teorica che abbracci entrambi, l'animalismo non sarà in grado di assolvere i suoi compiti. In questo articolo parlo solo della possibile unione teorica tra i movimenti, poiché quella pratica presenta problemi ben diversi e, forse, anche più ampi (entrambi soffrono, come si sa, della nota tendenza tipica della sinistra alla frantumazione). Sono peraltro convinto che, senza una chiara definizione dei principi cui l'azione si ispira, ogni unificazione pratica è impossibile. Preciso inoltre che non sto sostenendo che l'animalismo debba confluire o annullarsi nel marxismo, ma che esso deve porre come prioritario un adeguamento della propria base teorica al marxismo e concepire la liberazione umana come presupposto della liberazione animale.

1. Perché un non vegetariano può dirsi comunista

Un articolo di Massimo Filippi apparso su Rinascita Animalista si propone di rispondere alla domanda "Può un non vegetariano dirsi comunista?". [1] Il tentativo, lodevole, è quello di trovare un collegamento organico tra la lotta socialista e quella in difesa degli animali. Purtroppo, dopo aver suggerito che un collegamento effettivo tra le due prospettive è deducibile a partire dalla lettura dei "filosofi marxisti della scuola di Francoforte", l'articolo lascia cadere la questione. Filippi compila invece un lungo elenco di motivi che dovrebbero spingere il comunista a diventare vegetariano. Sostengo che questi motivi, lungi dal fornire un collegamento organico tra la prospettiva socialista e quella animalista, possono al massimo giustificare una loro unificazione puramente tattica, strumentale e, temo, effimera. Il fatto che Filippi non sia entrato nel merito infatti dei principi del comunismo cui pretende riferirsi (senza definire quindi nemmeno cosa intende per "comunismo" e quindi chi sia il comunista a cui si rivolge), rende la sua proposta politica del tutto astratta e inservibile, soprattutto per la corrente marxista che rappresenta tutt'ora la più influente e rappresentativa del mondo socialista.
Nessuno dei motivi elencati da Filippi costringerebbe un marxista ad abbracciare la causa dei diritti animali: non la lotta alla "fame nel mondo" [2], non il problema della "scarsità d'acqua" [3], non il pericolo del "disastro ecologico" [4], non il rifiuto degli "ogm". Si tratta di problemi che il marxista potrebbe, a buon diritto, considerare risolvibili all'interno della propria prospettiva teorica e politica, senza per questo dover sostenere o anche solo accettare la teoria dei diritti animali, né tantomeno diventare vegetariano nell'immediato, come vuole Filippi, sulla base di un qualche imprescindibile obbligo morale. E questo non perché il marxista sia cattivo o insensibile, ma perché vede la soluzione di quei conflitti e problemi a livello di lotta politica e non a livello di principi etici. Poiché il marxismo, come diremo, non intende adeguare la realtà a un'ideale etico ma risolvere una contraddizione sociale, oggettiva, esso considera l'iniqua distribuzione delle risorse sempre l' effetto necessario di un modo di produzione (il capitalismo), non la conseguenza di una volontà volta al male. Quindi, per dirne una, la sottrazione di risorse al terzo mondo finalizzata all'allevamento intensivo per la produzione di carne destinata ai paesi ricchi non potrà mai essere considerata da un marxista la causa della fame e della povertà. Si può deprecare quanto si vuole questo approccio del mondo marxista, ma finché non si suona al marxista "la sua stessa musica" (per dirla con Marx), non vi è alcuna speranza di superare la divisione tra socialismo e movimento animalista. D'altra parte, l'unico argomento vagamente marxista [5] che Filippi introduce (la difesa dei "diritti dei lavoratori e dei migranti" dell'industria alimentare) ha davvero ben poco di animalista. Anzi, il vero problema è che tutti gli argomenti da lui addotti hanno il dubbio pregio di essere argomenti utilitaristici e antropocentrici, volti cioè a suggerire che c'è un'utilità per l'uomo nella difesa degli animali e che quindi questa difesa non deve essere condotta principalmente per il bene degli animali ma per quello dell'uomo. Non solo non fanno uscire il marxismo dal suo, vero o presunto, "antropocentrismo", ma costituiscono delle falsificazioni delle tesi dell'animalismo corrente (che vede, a torto o a ragione, proprio nella difesa degli animali come un valore in sé un proprio tratto caratteristico). Né in un senso né nell'altro costituiscono dunque una base per un possibile superamento della separazione tra i due movimenti.

2. Limiti della critica animalista a Marx

Un tentativo organico di confrontare la prospettiva marxista e quella animalista è invece quello tentato da David Sztybel. [6] Sztybel è un animalista ortodosso, conosce bene il suo Singer e il suo Regan e si propone di mostrare come il marxismo si trovi in contraddizione con se stesso nel non riconoscere la causa dei diritti animali. A differenza di Filippi, però, egli non sembra avere un buon rapporto con il marxismo e dimostra a ogni passo di non aver letto Il Capitale con la stessa attenzione di Animal Liberation. Anzi, come mostrerò, dà l'impressione di non averlo letto affatto.
Sztybel inizia con l'affrontare la questione generale del rapporto uomo-animali nelle opere di Marx ed Engels e vi riscontra da un lato la tendenza a riconoscere la fondamentale continuità tra uomo e animale, dall'altro la tendenza a vedere nell'uomo un ente privilegiato nella natura, costitutivamente diverso dagli altri esseri viventi. Si tratta di un problema molto complesso, per il momento limitiamoci agli aspetti sottesi alla polemica di Sztybel. Il primo argomento, quello continuista, è costitutivo del "materialismo" marxiano - come riconosciuto anche da Filippi nel suo articolo - perché sottolinea come l'uomo sia un essere del tutto interno all'ordine naturale, nega cioè che la specificità dell'uomo consista nel possesso di facoltà spirituali che lo metterebbero in contatto con una dimensione trascendente. Il secondo argomento però recherebbe ancora tracce di "idealismo", poiché porrebbe nell'uomo un'unicità rispetto al regno animale che gli permetterebbe di trascenderlo e porrebbe nella piena realizzazione di questa sua peculiarità la destinazione e il fine delle vicende umane.
Di fatto, lungi dal produrre due tendenze opposte e contraddittorie all'interno della teoria marxiana, questi due argomenti sono strutturalmente connessi. Sztybel non riesce a vedere però questo collegamento e pretende che l'animalismo costituisca un modo per risolvere la contraddizione che attribuisce a Marx. Ciò è dovuto alla sua profonda incomprensione del marxismo e, in generale, della dialettica che lo anima. Non è un caso che le citazioni su cui si appoggia - quando non sono citazioni dell'opera giovanile e immatura di Marx - siano parziali e mutile, non presentino cioè gli aspetti ineludibili per ogni vera comprensione del marxismo (centralità della storia, rapporto tra struttura economica e sovrastruttura ideologica, unità di teoria e prassi, per citare solo i più importanti). In particolare, poi, è curioso ma sintomatico che Sztybel giunga a conclusioni giuste partendo sempre da interpretazioni sbagliate dei passi marxiani che cita. Il che implica semplicemente che egli si limita ad applicare la sua interpretazione specista del marxismo a tutto ciò che legge. Quanto questo procedimento sia fruttuoso lo si vede ad esempio in questo passaggio del giovane Marx che viene citato a riprova dell' antropocentrismo marxista:

Il comunismo s'identifica, in quanto naturalismo giunto al proprio compimento, con l'umanismo; in quanto umanismo giunto al proprio compimento, col naturalismo; è la vera risoluzione dell'antagonismo tra la natura e l'uomo, tra l'uomo e l'uomo, la vera risoluzione della contesa tra l'esistenza e l'essenza, tra l'oggettivazione e l'autoaffermazione, tra la libertà e la necessità, tra l'individuo e la specie. È la soluzione dell'enigma della storia, ed è consapevole di essere questa soluzione. [7]

Ora, il commento di Sztybel annulla tutta la tensione speculativa di questo passo - certamente ancora idealistico e fumoso - del giovane Marx e gli fa dire esattamente l'opposto di quanto dica in realtà: "In questo passaggio piuttosto pomposo non solo il naturalismo marxista è definito umanistico, ma pretende addirittura risolvere l'antagonismo tra umani e natura. Dato il punto di vista umanistico di Marx, non sorprende che questa soluzione sia in favore degli umani e a spese degli animali". [8] Eppure Marx non sta affatto risolvendo il naturalismo nell.umanismo, non sta dicendo che il comunismo dissolve la natura in una dimensione antropocentrica tale che ogni antagonismo tra uomo e natura sia risolto con la vittoria dell'uomo. Sta dicendo, al contrario, che solo il comunismo può porre fine alla lotta tra l'uomo e la natura e quindi inaugurare una fase storica in cui l'antagonismo tra naturalismo e umanismo è definitivamente superato (vedremo in seguito in che senso ciò venga inteso).
Sztybel è più idealista e hegeliano del giovane Marx nella misura in cui gli attribuisce posizioni che Marx sta, in realtà, criticando. Come la seguente affermazione che non è altro che una parafrasi di Hegel: "la natura, astrattamente presa, per sé, fissata nella separazione dall'uomo, non è per l'uomo un bel nulla" [9] e che non implica affatto, come pretende Sztybel, che per Marx "la natura ha valore nullo per l'umanità" [10], che per l'uomo essa sia di interesse solo nella misura in cui serve a soddisfare i suoi bisogni. Se avesse letto le frasi successive, Sztybel avrebbe scoperto che Marx considera quella separazione concettuale tra uomo e natura un'astrazione idealistica senza senso e se avesse letto tutti i Manoscritti economico-filosofici avrebbe scoperto che: "la natura è il corpo inorganico dell'uomo, precisamente la natura in quanto non è essa stessa corpo umano. Che l'uomo viva della natura vuol dire che la natura è il suo corpo, con cui deve stare in costante rapporto per non morire. Che la vita fisica e spirituale dell'uomo sia congiunta con la natura non significa altro che la natura è congiunta con se stessa, perché l'uomo è parte della natura". [11] Semmai, lo si vede bene, il rischio è quello di annullare l'uomo nella natura piuttosto che il contrario. Ma Marx era abbastanza intelligente da evitare un materialismo piatto e volgare; per questo il naturalismo doveva - secondo la formulazione ancora hegeliana della prima citazione - diventare a sua volta umanismo, occorreva cioè mostrare la reciproca determinazione tra uomo e natura, il loro rapporto organico, indissolubile. Ciò che permette di uscire dalla sterile contrapposizione idealistica tra uomo e natura è ciò che Sztybel si guarda bene dal prendere in considerazione, ovvero il nerbo autentico del marxismo, che in questi Manoscritti appare ancora solo in forma abbozzata: la società, cioè il fatto che il rapporto uomo-natura sia la base dell' economia umana e, soprattutto, che muti storicamente. [12]
Avendo, tuttavia, definito il rapporto uomo-natura nel marxismo come intrinsecamente strumentale e antropocentrico, Sztybel ha gioco facile nel confutare Marx utilizzando i soliti argomenti anti-specisti che ogni animalista sa snocciolare a memoria.

Il movimento per i diritti animali, naturalmente, contesta l'idea che gli animali non umani possano essere considerati aventi un mero valore strumentale. Comunque, Marx ed Engels potrebbero difendere la subordinazione degli animali non umani come farebbe chiunque altro: argomentando le differenze moralmente rilevanti tra gli esseri umani e gli animali non umani. [13]

E da qui tutta una serie di banalità che hanno l'unico pregio di presentarsi come ridicole lotte contro mulini a vento. Si tratta però di una mossa doppiamente scorretta. Non solo perché deforma, come visto, le teorie marxiane, ma anche perché presuppone che Marx ed Engels ricorrerebbero ad argomentazioni strettamente morali per giustificare la superiorità dell'uomo sull'animale. Cosa che li farebbe rivoltare nella tomba se già non ci avessero pensato Stalin e Mao. E Sztybel dovrebbe saperlo bene perché in seguito cita il seguente, lapidario passo dell' Anti-Dühring di Engels: "Noi respingiamo ogni pretesa di imporci una qualsiasi dogmatica morale come legge etica eterna, definitiva, immutabile nell'avvenire, col pretesto che anche il mondo morale avrebbe i suoi principi permanenti che stanno al di sopra della storia e delle differenze tra i popoli". [14] Ciò non significa affatto, come pretende Sztybel, che - essendo la morale qualcosa di storicamente cangiante - la "morale marxista" che prèdica la superiore dignità dell'uomo sull'animale può essere ribaltata senza che ne venga intaccato il contenuto teorico. Significa invece che il marxismo, mettendo fuori corso ogni teoria etica. non professa affatto la superiorità morale dell'uomo sull'animale. Questa "superiorità", nella misura in cui è veramente professata dal marxismo, non ha perciò alcun connotato morale.A href="#nota15" name="rif15" class="Art-note-num">[151]e bisognerebbe semmai capire in che cosa consiste e quali ne siano le conseguenze teoriche e pratiche.
Sztybel invece isola tutte le caratteristiche con cui Marx ed Engels definiscono la specificità dell'uomo (autocoscienza, socialità, produttività attraverso il lavoro, storicità) e di ognuna di esse propone una confutazione di rito, senza accorgersi che nessuna di quelle caratteristiche presa di per sé ha senso nella prospettiva marxiana. [16] Il procedimento smembrante di Sztybel ("another candidate for human uniqueness is...") è assurdo dal punto di vista di Marx perché è solo l' insieme di quelle caratteristiche che definisce la condizione umana e che a sua volta dà un contenuto ai singoli concetti che la definiscono. [17] Questi si implicano e si sostengono a vicenda. È solo perché la sua autocoscienza è prodotta dal lavoro che l'autocoscienza dell'uomo si differenzia da quella dell'animale. D'altra parte, è solo perché il suo essere sociale determina le modalità del lavoro produttivo che la socialità umana si differenzia da quella animale. Ed è solo perché il lavoro si sedimenta attorno e dentro di lui e ne condiziona lo sviluppo in senso storico che la storia umana si differenzia da quella animale etc. In un passo dell' Ideologia tedesca che Sztybel stesso cita, si afferma:

Si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto ciò che si vuole; ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a produrre i propri mezzi di sussistenza, un progresso che è condizionato dalla loro organizzazione fisica. Producendo i loro mezzi di sussistenza, gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale. [18]

Questa "vita materiale" che gli uomini producono ha la caratteristica di crescere su se stessa ed evolversi per l'azione dell'uomo e, a sua volta, di condizionarla, di essere cioè effetto della sua attività vitale, pur restando sempre condizione della sua esistenza: ogni nuova generazione cioè vive e si sviluppa a partire dal prodotto del lavoro e, quindi, dell'intera organizzazione sociale delle generazioni precedenti. L'uomo è un essere intrinsecamente politico, perché il suo essere è costitutivamente collettivo nel modo che si è detto: è storico e sociale e, come l'età moderna ha reso evidente, può essere guidato dalla razionalità, ospita cioè in sé la possibilità di autodeterminarsi. In tal senso va allora intesa l'affermazione marxiana che l'autocoscienza è propriamente umana perché solo l'autocoscienza umana è intrinsecamente e radicalmente collettiva. L'uomo si definisce rispetto agli altri animali per questa sua dipendenza da una collettività che è in sé storica e si proietta verso l'autodeterminazione, il superamento di una condizione di anarchia naturale. Il rapporto tra l'uomo e la propria animalità è quindi esso stesso storico e non un'invariante. In tal senso Engels dice che l'uomo sarà veramente tale solo nella società comunista. [19]>
Non è vero, quindi, ciò che afferma Sztybel quando sostiene che per Marx l'animale è una condizione semplicemente inferiore a quella umana, tanto che l' alienazione umana è definita in termini di ricaduta nell'animalità. "Marx sostiene sempre che c'è una differenza tra gli umani e gli altri animali; persino nello stato di alienazione, gli umani hanno potenzialità che gli altri animali non hanno". [20] È vero che la condizione del lavoratore alienato è da Marx spesso definita "animale", ma si tratta di un uso del termine più metaforico che reale. Ciò diviene sempre più chiaro negli scritti maturi di Marx; ma adirittura già nei Manoscritti tanto citati da Sztybel si trova una descrizione della condizione operaia nel XIX secolo che corregge questa visione, e che mostra come "l'animalità" cui viene ridotto l'operaio alienato si riduca ad una condizione propriamente innaturale. [21] La scissione tra lavoro e capitale nella società moderna, la divisione del lavoro e l'anarchia della produzione riducono l'uomo ad una condizione anti-umana e, più che animale, propriamente sub-animale. Il capitalismo mette l'uomo in contraddizione con la propria natura perché implica la negazione di una possibilità reale che è implicita nell'essere umano in quanto essere sociale. [22]
Quando il marxismo fa riferimento all'uomo come specie separandolo e anche contrapponendolo all'animale, possiede un tratto che lo rende eccentrico rispetto a ciò che solitamente si intende per "specismo". La descrizione marxiana della natura umana è dinamica: l'uomo è definito da un arco storico tra il "non essere più animale" e il "non essere ancora pienamente uomo". Al tempo stesso tutte le sue caratteristice specifiche non lo concernono in quanto essere singolo appartenente ad una specie (attraverso una serie di qualità che gli apparterrebbero ab origine come individuo) ma come essere sociale e collettivo e per di più come essere sociale e collettivo che modifica progressivamente questo proprio essere. Le teorie morali sono invece (1) monadologiche e (2) astoriche, cioè concernono il singolo come soggetto autonomo, separato e, in più, lo pensano in un mondo ideale, scisso da qualsiasi contesto sociale e storico. L'azione umana, dice invece Marx, presuppone sempre gli altri esseri e il loro agire, non solo come astratto altro-da-me, come qualcosa di esterno, ma come qualcosa che inerisce essenzialmente e concretamente al mio essere fin dall'origine. In secondo luogo, ogni teoria morale fa arbitrariamente astrazione dal soggetto storico che la formula mentre essa invece presuppone la sua forma di esistenza e, dunque, tutto il processo storico che ha portato alla sua formulazione. In questo modo, ad esempio, la "morale universalistica", che ha potuto formarsi con coerenza e radicalità solo per la coscienza europea borghese già sviluppata, viene presa di peso e proiettata nelle epoche precedenti o in culture diverse che, giudicate con la sua misura, vengono in blocco condannate come oscurantiste e violente. [23] Teorie morali che facciano astrazione dall'economia politica, cioè dalla considerazione dei presupposti sociali e storici dell'esistenza umana, sono perciò da un punto di vista marxista inevitabilmente delle vuote astrazioni.
Marx non parte quindi da un pregiudizio morale a favore dell'uomo. E non è nemmeno interessato a fornire all'uomo "un privilegio morale sull'animale" (nemmeno quello che potrebbe derivargli dall'essere un essere in costante "divenire"), quanto piuttosto a descrivere la struttura costitutivamente storico-sociale dell'esistenza umana: ciò è necessario per comprendere come questa "funzioni" e come possa, eventualmente, essere modificata. Per questo ogni considerazione del marxismo che eluda il nesso di teoria e prassi è falsificante. Per Marx si tratta cioè di comprendere le leggi di sviluppo della società umana e non di delineare una morale antropocentrica o anche solo un'utopia politica fondata su un'antropologia statica (cioè una descrizione di caratteristiche costanti e sovrastoriche dell'essere umano). Di fatto, Marx non descrive né come l'uomo "è" (antropologia filosofica), né come "deve essere" (morale), ma come "diviene" (economia politica). Per Marx la storia è il luogo in cui l'uomo diviene ciò che è: il rifiuto marxiano dell'etica si radica proprio nel rifiuto della scissione tra realtà e ideale. Marx ed Engels non consideravano il comunismo un ideale da realizzare, ma "il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente". [24] Se la realtà umana stessa non spingesse verso la realizzazione di una società in cui la produzione sociale è finalizzata al bene comune, essa resterebbe un sogno contrapposto alla realtà, sarebbe una predica moraleggiante o al più un'utopia filantropica. È invece proprio perché l'uomo è un essere sociale che produce da sé le proprie condizioni di sussistenza che è possibile pensare ad un assetto sociale posto sotto il suo controllo, cioè un'esistenza non abbandonata al caso o al capriccio delle forze naturali.

3. Il ruolo e il significato dell'animale nel marxismo

3.1 Cosa pensavano Marx ed Engels del vegetarismo e dell'antivivisezionismo

Rimane il problema di cosa sarà dell'animale in una società che abbia abolito la lotta di classe e si spinga anche, secondo il dettato marxiano, a risolvere l'antagonismo tra l'uomo e la natura. Hanno gli animali voce in capitolo e qualche speranza di vedere migliorata la propria condizione? Stando alle opinioni esplicite di Marx ed Engels, pare proprio di no. Sztybel alla fine ha quindi ragione? No, anche in questo caso. Ha torto sia perché non cita queste "opinioni esplicite" ma pretende dedurle da passi male interpretati (il che assomiglia più a un colpo di fortuna che a un ragionamento logico), sia perché queste stesse opinioni non sono affatto la necessaria conseguenza delle teorie marxiane. Ed è quello che cercherò di mostrare in seguito.
Procediamo con ordine. Non si può certo negare, e sono l'ultimo a volerlo fare, che Marx ed Engels non ritenessero necessario un ripensamento del ruolo degli animali nella società umana, neppure in una società comunista. Caccia, pesca e allevamento. ad esempio, continueranno ad essere praticate, anche se sottratte alla divisione del lavoro. Se la società comunista abolisce la divisione del lavoro, non per questo abolisce necessariamente le attività produttive della società precedente. Per cui l'uomo "onnilaterale" che si sviluppa dal superamento della divisione del lavoro può andare a pescare pur se la professione del pescatore è stata abolita: "nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani l'altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico". [25]
Marx ed Engels non presero mai in considerazione l'idea che il vegetarismo potesse essere una forma possibile e alternativa di alimentazione. In generale, anzi, consideravano - come molti altri nella loro epoca - il mangiar carne un privilegio delle classi benestanti ingiustamente negato alle classi subalterne. [26] Engels si spinge a dire che l'alimentazione carnea ha favorito l'evoluzione umana e giustifica in quest'ottica addirittura la pratica del cannibalismo. [27]
Particolarmente fastidiosa è l'avversione mostrata per l' antivivisezionismo. un'avversione radicata anch'essa in una convinzione generalizzata dell'epoca e che manifesta una eccessiva fiducia nella scienza. [28]
Engels era, dei due, quello che si mostrava maggiormente avverso al vegetarismo e all'antivivisezionismo, che considerava estraneai e inconciliabili con il "socialismo scientifico", tanto da accomunarli con le varie sette che a questo si avvicinavano spinti dalla forza di attrazione della rivoluzione operaia. La lista che Engels fa di queste "sette" è particolarmente divertita: "avversari della vaccinazione, astemi, vegetariani, antivivisezionisti, medici naturisti, predicatori di libere comunità..., autori di nuove teorie sull'origine del mondo, inventori senza successo o falliti...". [29]
A difesa di Engels va però detto che egli fu anche l'unico dei due che chiamò per nome il dominio violento dell'uomo sulla natura e prospettò la vendetta della seconda sul primo e la necessità di un accordo armonico tra l'azione umana e il contesto in cui questa avviene. Nella Dialettica della natura Engels spiega come si deve intendere quella unione di "umanismo e naturalismo" che il giovane Marx dei Manoscritti aveva lasciato nel vago:

Nessuna preordinata azione di nessun animale è riuscita a imprimere sulla terra il sigillo della sua volontà. Ciò doveva essere proprio dell'uomo. Insomma, l'animale si limita a usufruire della natura esterna, e apporta ad essa modificazioni solo con la sua presenza; l'uomo la rende utilizzabile per i suoi scopi modificandola: la domina...Non aduliamoci troppo tuttavia per la nostra vittoria umana sulla natura. La natura si vendica di ogni nostra vittoria. Ogni vittoria ha infatti, in prima istanza, le conseguenze sulle quali avevamo fatto assegnamento; ma in seconda e terza istanza ha effetti del tutto diversi, impreveduti, che troppo spesso annullano a loro volta le prime conseguenze...Ad ogni passo ci vien ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina il popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo: tutto il nostro domio sulla natura consiste nella capacità, che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle nel modo più appropriato...Ma quanto più ciò accade, tanto più gli uomini non solo sentiranno, ma anche capiranno, di formare un'unità con la natura, e tanto più insostenibile si farà il concetto, assurdo e innaturale, di una contrapposizione tra spirito e materia, tra uomo e natura, tra anima e corpo, che è pentrato in Europa dopo il crollo del mondo dell'antichità classica e che ha raggiunto il suo massimo sviluppo nel cristianesimo. [30]

C'è solo da domandarsi: quest'unità varrà anche tra uomo e animale? Data la scarsa sensibilità di Engels per questo tema, evidentemente no. Ma a questo punto sulla coerenza di questa testarda negazione engelsiana qualche dubbio è lecito averlo.

3.2 Quali sono le implicazioni della teoria di Marx

Per affrontare correttamente il problema dei rapporti tra animalismo e marxismo non bisogna fermarsi alla superficie delle opinioni professate da Marx ed Engels, ma occorre capire se e, soprattutto, in che modo esse si colleghino organicamente con la loro teoria. A mio avviso è possibile dimostrare che questo collegamento è invece labile e superficiale e che quindi Marx ed Engels erano veramente vittima di un pregiudizio che le loro teorie avevano, di fatto, già superato. Per fare ciò è, anzitutto, necessario trattare della "continuità" tra uomo e animale che essi professavano senza indugi. Anche Filippi vi si sofferma brevemente, richiamando l'ammirazione di Marx per Darwin e il suo sostegno all'idea di una continuità evolutiva tra le specie.

Se accettiamo questa linea di continuità tra mondo animale umano e non-umano (e, per un comunista genuino, non dovrebbero esserci motivi perché non sia così), dovremmo iniziare a basare i nostri principi etici non su differenze effimere (quali il colore della pelle, il numero di zampe, la capacità di parlare l'inglese o quella di trovare tartufi), ma l'essere tutti, umani e non-umani, viventi e senzienti. [31]

Ora, a parte la critica già vista ai "principi etici", occorre dire che nel marxismo la differenza che si stabilisce tra uomo e animale non è effimera ma sostanziale. L'uomo, è infatti definibile, marxianamente, non semplicemente come "altro" dall'animale, ma come divenire altro da esso, come uscita dalla condizione animale. [32] Tale uscita si compie appunto nella storia e la storia stessa ne è la gestazione incompiuta. All'origine di questo movimento di uscita dall'animalità sta la capacità di compiere lavoro socialmente produttivo. una capacità che - a partire dall'abilità mostrata dall' homo sapiens nel creare e maneggiare strumenti - rende possibile, come si è visto, uno sfruttamento e una modificazione radicale dell'ambiente circostante.
L'animale non rientra nella critica dell'economia politica che in modo secondario, nella misura in cui l'uomo si è da sempre servito di altri animali come fattori produttivi. Nella sua storia, l'uomo ha utilizzato - e continua ad utilizzare - l'animale:

(a) come mezzo di sostentamento
(b) come forza-lavoro
(c) come bene di consumo

infine, in tempi recenti,

(d) come cavia da laboratorio per la ricerca biomedica

In tutti questi casi il marxismo considera in che modo l'animale divenga un elemento della produzione. Ora, stando alla teoria, Marx ed Engels consideravano questi usi dell'animale una necessità storica. È di vitale importanza capire in che senso qui si parli di necessità, perché proprio su questo punto si gioca la possibilità di un avvicinamento di prospettive tra l'animalismo radicale e il marxismo. Questa necessità è intesa da Marx ed Engels in un senso strettamente logico e avalutativo. coerentemente con l'impostazione anti-etica che abbiamo già esposto. Logico: perché non ha senso giudicare a ritroso la convenienza o meno di pratiche che sono la condizione di possibilità della nostra esistenza attuale. Avalutativo: non solo perché l'umanità è sempre stata spinta dalla necessità (penuria di mezzi fisici e spirituali, scarsità di risorse etc.), ma i singoli hanno sempre trovato di fronte a sé un collettivo già operante cui adeguarsi, pena l'esclusione o la morte. La brutale lotta per l'esistenza cui l'umanità ha preso parte come soggetto collettivo e individuale, non lascia spazio a facili condanne morali a posteriori. Su questo punto Marx ed Engels sono coerenti fino in fondo; l'animalista che si sentisse offeso dalla loro "insensibilità" nei confronti della violenza umana sugli animali, dovrebbe riflettere che per entrambi anche la schiavitù umana obbediva allo stesso tipo di necessità. [33] Ciò non significa, ovviamente, che non considerassero la schiavitù un male e qualcosa da abolire; semplicemente però sapevano che la richiesta generalizzata dell'abolizione della schiavitù fu resa possibile - e, dunque, "eticamente" necessaria - solo dal superamento delle condizioni economiche che ne avevano imposto la diffusione. Lo stesso capitalismo (che, come si sa, non era loro particolarmente simpatico) non è condannato in quanto aberrazione morale, ma come sistema di produzione la cui necessità storica è oggettivamente venuta meno. Il singolo capitalista non è colpevole in quanto agente morale, anzi non è colpevole affatto. [34] Semplicemente obbedisce a meccanismi sociali che riproduce inconsapevolemente con la sua stessa esistenza in quanto elemento della produzione. Non avrebbe alcun senso chiedergli di essere "più buono" e di non sfruttare gli operai, perché questo vorrebbe soltanto dire scomparire in quanto capitalista.
Quando Marx ed Engels parlano di necessità storica parlano sempre di una necessità che, in quanto storica, può essere superata da successivi sviluppi. Tale necessità è già superata e superabile in linea di prinicpio sia nei casi (b) che (c). L'utilizzo dell'animale come forza-lavoro (b) che è di natura puramente meccanica, motrice - si distingue cioè dalla forza-lavoro qualificata che è appannaggio della mano umana [35] - è stato infatti progressivamente sostituto dall'uso delle macchine. [36] L'utilizzo come bene di consumo (vestiario, divertimento etc.) è, invece, del tutto accidentale e secondario, soggetto alle fluttuazioni storiche più diverse. Essendo legato ad un epifenomeno della produzione, nulla osta dal punto di vista marxista alla sostituzione dei prodotti di origine animale con prodotti sintetici.
Per quanto riguarda l'alimentazione carnea e la sperimentazione su animali il discorso è solo apparentemente più complesso. Anche qui l'animale è considerato un elemento della produzione, ma in modo più astratto e generale, tanto da suggerire - a prima vista - che questi tipi di utilizzo da parte dell'uomo non possano essere superati. Marx scrive infatti che il consumo diretto come mezzo di sostentamento (a) "appare come parte integrante del fondo originario di produzione.. [37] Ma questo fondo originario comprende tanto gli animali quanto, soprattutto, i prodotti dell'agricoltura. L'esistenza di popoli dediti esclusivamente all'alimentazione vegetariana rende però la necessità di considerare gli animali parte di questo fondo produttivo del tutto priva di fondamento. Allo stesso modo nel caso della sperimentazione (d) l'animale non rientra nella produzione che in forma molto mediata ed indiretta. come presunta condizione di ripristino delle forze produttive umane. Eppure, società millenarie sono esistite senza praticare la sperimentazione animale e nulla impedirebbe ad una società comunista di abolire i test sugli animali in favore di metodi sperimentali alternativi. È vero che entrambe queste pratiche vengono giustificate, soprattutto da Engels, con argomentazioni "scientifiche", prima ancora che economiche, tuttavia si tratta di argomenti che la ricerca scientifica posteriore ha definitivamente confutato e che lo stesso Engels oggi non farebbe fatica ad abbandonare. Non è quindi dal punto di scientistico e positivistico della Dialettica della natura che un marxista può oggi affermare la necessità dell'alimentazione carnea e della vivisezione. Private della loro aurea di "scientificità", queste pratiche sono soggette, come le altre, al giudizio dell'evoluzione storica. Come era insensato, per Marx ed Engels, servirsi ancora di animali (o umani) come forza motrice quando la macchina a vapore ne sostitusice e perfeziona il lavoro, lo stesso può dirsi dell'alimentazione carnea. A ben vedere, le argomentazioni "scientifiche" che Engels propone a giustificazione del passaggio dell'uomo primitivo all'alimentazione carnea, anche quando fossero corrette, non implicherebbero che questa necessità debba proseguire anche in futuro. Anzi, stando all'argomentazione engelsiana è vero il contrario. [38] Scomparendo la necessità storica della lotta per la sopravvivenza, un'umanità liberata potrebbe tranquillamente tornare ad un'alimentazione vegetariana.

3.3 Il vero problema: l'alienazione animale

Ciò che costituisce una difficoltà nello stabilire una connessione tra marxismo e animalismo, dunque, non è tanto che lo sfruttamento animale venga considerato una necessità storica (poiché ciò investe, come detto, anche lo sfruttamento umano e perché si tratta di una necessità temporanea che il progresso sociale può rendere e ha già in parte reso obsoleta). Il problema è che l'animale entra nella produzione della società umana solo come elemento esterno e passivo. Non "partecipa" in nessun modo alla sua costruzione attiva, e perciò, dice Marx, nemmeno alla sua comprensione strutturale o alla definizione delle sue categorie. Così, scrive Marx, la "signoria" in quanto rapporto sociale che implica l'appropriazione di mezzi di produzione, cioè della condizione sociale per la riproduzione della vita, si esercita sugli uomini e non sugli animali. "Nei confronti degli animali, della terra, ecc. non può esistere au fond nessun rapporto di signoria attraverso l'appropriazione, sebbene l'animale serva. L'appropriazione di una volontà estranea è presupposto del rapporto di signoria. Chi non ha volontà dunque, come l'animale ad es., può bensì servire, ma non fa di colui il quale se ne appropria un signore". [39] Anche qui, ribadiamo, non si tratta di negare la volontà in generale degli animali ma che questa volontà divenga momento della volontà sociale. La volontà dello schiavo - o, meglio, la sua remissione della propria volontà - è invece momento integrante della produzione sociale dell'antichità e costituisce anche la base del suo possibile rovesciamento. I mezzi di produzione "costituiscono il necessario fermento dello sviluppo e della decadenza di tutti i rapporti originari di proprietà e produzione, come pure ne esprimono la limitatezza". [40] Da ciò consegue che solo l'uomo come specie può asservire la natura e gli altri esseri viventi, ma che tale asservimento "specistico" presuppone sempre l'asservimento "sociale" dei propri simili. Il dominio sulla natura va pensato, perciò, come conseguenza di una gerarchia sociale già sviluppata. La lezione di metodo marxiana è fondamentale su questo punto per far uscire l'animalismo da una concezione astratta, astorica, "etologica" del rapporto uomo-animale. Tutto ciò che l'uomo fa alle altre specie lo fa non come rappresentante di una specie, ma come collettivo sociale: "è invero molto semplice raffigurarsi che un uomo potente, dotato di una forza superiore, dopo avere in un primo momento catturato gli animali, catturi quindi gli uomini, per far loro catturare gli animali; in una parola si serva parimenti dell'uomo come di una condizione naturale preesistente per la sua riproduzione (sicché il suo proprio lavoro si risolve in dominio, ecc.) come di qualsiasi altro essere naturale. Ma una simile opinione è assurda - per quanto possa esser giusta dal punto di vista di certe organizzazioni tribali o collettività - in quanto essa parte dallo sviluppo di uomini isolati.. [41] Il contraltare della natura necessariamente collettiva della signoria è che solo l'umanità può rovesciare il dominio che essa stessa ha imposto a se stessa e alla natura.
Mi pare che gli espliciti argomenti di Marx ed Engels contro l'animalismo dell'epoca siano legati agli aspetti più caduchi e "storicizzabili" delle loro opere (e probabilmente anche alle forme in cui l' Animal Rights Movement si presentava allora), e non richiedono una revisione radicale della loro concezione materialistica della storia. [42] Il problema vero, strutturale, è che per essi il lavoro animale non produce alienazione. Perché ciò fosse possibile l'animale dovrebbe essere considerato - almeno in potenza - anche parte attiva del processo di produzione e, quindi, anche suo beneficiario. Ciò è indicativo del fatto che nella prospettiva storico-evolutiva in cui Marx considera l'uomo, il rapporto con l'animale sia sempre definito dalla bruta violenza. Qui sorge il circolo vizioso che Stzybel ha intravisto ma non è riuscito a definire; non che all'uomo sia riconosciuto un semplice privilegio specistico sugli animali, ma che il suo "divenire uomo" nella società comunista, il suo abbandonare la lotta naturale per l'esistenza, non implichi anche la cessazione della lotta contro gli animali. L'uomo si comporta nei confronti degli altri animali sempre come un animale e mai come uomo. nel senso cioè di estendere ad essi le aspettative di liberazione e giustizia che vede sorgere in seno alla sua società. D'altronde, se la schiavitù dell'uomo può essere considerata un passaggio inevitabile nella costruzione di una società di liberi e uguali, lo stesso potrebbe dirsi di quella animale: l'uomo è quell'animale che attraverso la lotta con altri animali impara a sottrarsi ad essa. Ma in Marx questo passaggio non è posto in modo esplicito e nulla sembra preannunciare che l'uomo liberato dal bisogno potrà mollare la morsa sugli animali che è nata e si è sviluppata proprio nell'epoca del suo bisogno impellente di sopravvivere in un ambiente ostile. [43] Nemmeno il fatto che gli animali domestici siano " malgré eux prodotti di un processo storico" [44] che ha visto trasformati radicalmente i loro bisogni, il loro ambiente e le loro abitudini ha mai implicato per Marx ed Engels una qualche forma di continuità relazionale interspecifica.

4. L'apporto della Scuola di Francoforte al marxismo

Perché il collegamento tra lotta socialista e difesa degli animali possa dirsi organico e non accidentale e superficiale, occorre allora riprendere e approfondire lo spunto dell'articolo di Filippi. Ma occorre rendererlo più determinato e preciso, muovere quindi al confronto a partire da una concettualità marxista. Filippi fa un passo decisivo in questa direzione quando allarga la questione che dà il titolo al suo articolo ("può un non vegetariano dirsi comunista?") formulandola in quest'altro modo: "è possibile ancora oggi non riconoscere che lo sfruttamento degli animali è la premessa e la giustificazione logica dello sfruttamento umano?" [45] Ora, da nessuna parte Filippi mostra in che senso lo sfruttamento animale è "premessa" e "giustificazione logica" di quello umano. Eppure la sua intuizione è giusta. [46] Occorrerebbe mostrare che la violenza sull'animale ha la stessa radice della violenza sull'uomo. Questa radice, come risulta dalle analisi della Scuola di Francoforte citate da Filippi, è il disprezzo di sé in quanto animale. Questo è il senso della frase di Adorno citata da Filippi:

Adorno afferma che "Auschwitz inizia quando si guarda ad un macello e si pensa: sono solo animali". Con questo, Adorno intendeva dire che il mantener fuori dalla sfera della considerazione etica un'intera classe di esseri senzienti, fornisce non solo la giustificazione etica per le nostre pratiche infernali di trattamento degli animali, ma anche la possibilità ideologica di equiparare dei gruppi umani "indesiderati" agli animali stessi. [47]

Anche qui va però ribadito che la frase di Adorno si riferisce non alla semplice convinzione etica dei soggetti - cosa che dopo Freud può tranquillamente definirsi un fenemeno di superificie - quanto ad un fatto che attiene alla struttura stessa della coscienza umana. Che questa si percepisca come qualcosa d'altro dall'animale è, infatti, ciò che deve essere compreso per poter essere cambiato e per fare ciò non basta la semplice indignazione morale.
Uno dei punti di merito della scuola di Francoforte sta proprio nell'aver ampliato la concettualità del marxismo fino ad abbracciare il passaggio evolutivo-storico dall'animale all'uomo. Nella Dialettica dell'illuminismo. pubblicata da Adorno ed Horkheimer nel 1947 si legge: "L'idea dell'uomo, nella storia europea, trova espressione nella distinzione dall'animale. Con l'irragionevolezza dell'animale si dimostra la dignità dell'uomo. Questa antitesi è stata predicata con tale costanza e unanimità da tutti gli antenati del pensiero borghese - antichi ebrei, stoici e padri della Chiesa - e poi attraverso il Medioevo e l'età moderna, che appartiene ormai, come poche altre idee, al fondo inalienabile dell'antropologia occidentale". [48] Ma la persistenza di questo pregiudizio, la sua continuità attravreso le epoche, non costituisce certo una spiegazione ed è ciò che va semmai spiegato. Adorno ed Horkheimer sottolineano come occorra indagare proprio il distaccarsi dell'uomo dalla sua originaria coscienza animale o meglio il sorgere della sua coscienza umana in quanto distinta da quella animale. Non ha senso rappresentarsi la coscienza umana come qualcosa di già pronto e fatto dall'alba dei tempi (ovviamente qualora si accetti l'origine naturale di essa); occorre spiegare in che modo sorga e si imponga, invece, come "ovvia" e "naturale" la scissione che essa porta al suo interno, il suo contrapporsi al resto del vivente pur essendo parte di esso.
Questo passaggio non è ovviamente indagabile in forma analitica, poiché affonda le proprie radici nella più buia preistoria. Ciò che noi possiamo constatare a posteriori, però, è che l'esercizio millenario del dominio dell'uomo sulla natura ha prodotto e accresciuto questa scissione che è sempre tornata a vantaggio del dominio stesso. "Gli uomini pagano l'accrescimento del loro potere con l'estraniazione da ciò su cui lo esercitano". [49] Il dominio che l'uomo esercita sulla natura, in altri termini, appare contemporanemente come causa ed effetto del suo estraniamento da essa.
Soltanto una concettualità scientifica allergica alla lezione marxiana potrebbe però definire questo un circolo vizioso. La sua circolarità è la stessa che regola il ricambio tra individuo e società. Il sorgere della coscienza umana nel senso ora descritto, infatti, non può spiegarsi in termini antropologici o biologici - cioè come qualcosa che attenga all'uomo in quanto essere naturale, alla sua costituizone individuale-specifica - bensì intermini socio-economici. È qui che occorre trovare l'origine di quel dominio progressivo e inarrestabile che l'umanità esercita sulla natura, un dominio che coincide quasi totalmente con la sua storia.A href="#nota50" name="rif50" class="Art-note-num">[50] e non è certo "deducibile" dalla sua costituzione fisica.

Il desiderio insaziabile dell'uomo di estendere il suo potere in due infiniti, il microcosmo e l'universo, non ha radici nella sua natura bensì nella struttura della società. Come gli attacchi delle nazioni imperialistiche al resto del mondo si spiegano con le loro lotte intestine più che nei termini del loro cosiddetto carattere nazionale, così l'attacco della razza umana a tutto ciò ch'essa considera diverso da sé si spiega con i rapporti fra gli uomini più che con le innate qualità umane. [51]

Tali rapporti sono, come Marx ed Engels non si sono stancati di ricordare, conflittuali e determinano non solo la produzione materiale della società ma anche quella spirituale, condizionandone lo sviluppo successivo. È quindi attraverso l'organizzazione sociale che la coscienza "umana" sorge e si stabilisce come qualcosa di rigido e contrapposto alla natura. Anzitutto perché l'elevazione e il perfezionamento dello spirito umano è possibile solo laddove esiste il privilegio dell'esclusione dal lavoro materiale. [52] In secondo luogo perché, dato il suo rapporto di dipendenza dalla società, il singolo possiede l'immagine di sé che questa elabora e diffonde attraverso il proprio sviluppo economico ed ideologico. "Nel dominio sulla natura è incluso il dominio sull'uomo. Ogni soggetto non solo deve cooperare con gli altri per soggiogare la natura esterna, umana e non umana, ma per fare questo deve soggiogare la natura dentro di sé". [53] L'uomo interiorizza perciò come singolo il dominio che esercita sulla natura esterna come specie, imparando a domare l'animale che egli stesso è.
L'uscita dell'uomo dall'animalità diviene un presupposto dell'esistenza stessa della società a cui nessun individuo può sottrarsi. La sua imposizione all'individuo diviene una costante necessità sociale, poiché minaccia lo stadio di sviluppo cui la società di volta in volta è giunta.

L'esistenza naturale, animale e vegetativa, era per la civiltà l'assoluto pericolo...Il ricordo vivo della preistoria, già delle fasi nomadi, e tanto più delle fasi propriamente prepatriarcali, è stato estirpato dalla coscienza degli uomini, in tutti i millenni, con le pene più tremende...L'umanità ha dovuto sottoporsi a un trattamento spaventoso, perché nascesse e si consolidasse il Sé, il carattere identico, pratico, virile dell'uomo, e qualcosa di tutto ciò si ripete in ogni infanzia. [54]

L'autoconservazione della specie attraverso l'individuo trapassa, per mezzo dell'organizzazione sociale, nell'autoconservazione del collettivo. il quale asserve a sé il destino dei singoli individui. Su questa impotenza dell'individuo sorvolano immancabilmente tutte le teorie morali. Esse dimenticano che la divisione del lavoro, il sorgere di funzioni dirigenti e caste sacerdotali ("i primi rudimenti della forza dello Stato" [55]) trasformano gradatamente l'organizzazione della società in un essere super-individuale, qualcosa che si contrappone agli individui e, al tempo stesso, li struttura dall'interno secondo i propri bisogni. "Ciò che tutti subiscono ad opera di pochi, si compie sempre come sopraffazione di singoli da parte di molti: e l'oppressione della società ha sempre anche il carattere di una oppressione da parte del collettivo". [56] L'inganno e l' "accecamento", come lo chiamano Adorno ed Horkheimer, è di tutti e di nessuno.
Il dominio dell'uomo sulla natura non deve essere concepito come l'opera di un essere innaturale, ciò che restaurerebbe l'opinione religiosa sul carattere "trascendente" dell'essere umano. L'oppressione che la società umana esercita sulla natura interna all'uomo non meno che su quella esterna, si fonda infatti sull' illusione della separazione ontologica tra spirito e natura. Ciò significa non solo che l'essere "altro" della natura è solo un nome della sua degradazione, ciò di cui lo spirito ha bisogno per potersi ergere sopra di essa, ma che esso nasconde l'inganno di cui si nutre lo spirito umano inconciliato: il suo perpetuare la violenta lotta intestina della natura. L'uomo non fa altro che riprodurre a un livello più alto una violenza che esso eredita dalla lotta naturale per l'esistenza.

Tutto il sofisticato meccanismo della società industriale moderna è solo natura che si dilania...La natura in sé non è buona, come voleva l'antico romanticismo, né nobile, come pretende il nuovo. Come modello e mèta, rappresenta l'antispirito, la menzogna e la bestialità; solo in quanto è conosciuta diventa l'impulso dell'esistente alla propria pace, la coscienza che ha animato, fin dall'inizio, la resistenza inflessibile contro i capi e il collettivo. Ciò che minaccia la prassi dominante e le sue alternative ineluttabili, non è certo la natura, con cui essa piuttosto coincide, ma che la natura venga ricordata. [57]

La consapevolezza materialistica che l'uomo sia, nonostante tutto, ancora un animale è la precondizione di ogni uscita dallo stato di barbarie in cui versa il pianeta. Questo stadio coinciderebbe per lui con il suo divenire propriamente uomo, secondo la formulazione di Engels, e quindi con l'abbandono della lotta per l'esistenza sia all'interno della società umana che all'esterno: una possibilità che lo sviluppo delle forze produttive ha oramai messo all'ordine del giorno. Solo attraverso il ricordo della natura che esso stesso è, lo spirito umano può risolvere gli antagonismi che lo dilaniano e che lo contrappongono al resto del vivente. uQuesto "Nella coscienza che lo spirito ha di sé come natura in sé scissa, è la natura che invoca se stessa". [58] Con buona pace dei sostenitori dell'estinzione umana (i quali troveranno probabilmente in Matrix la propria Bibbia), l'avventura storica dell'uomo è l'avventura stessa della natura che, internamente lacerata, desidera uscire dalla propria condizione di violenza e accedere ad uno stadio di pacificazione che solo l'uomo, con tutta la brutalità di cui è stato capace da millenni, può garantirle. La ragione umana non è solo lo strumento che freddamente pianifica il massacro, ma anche l'arma di cui la sollecitudine verso i deboli non può fare a meno. L'uomo ha certo dichiarato una guerra senza pari ai suoi fratelli non umani e all'ambiente che lo circonda. Ma la natura che invoca se stessa all'interno della sua coscienza pronuncia tramite l'uomo anche una parola che prima non conosceva: pace.

5. Conclusione: può un animalista non essere comunista?

Il movimento per i diritti animali non sembra considerare una necessità compiere uno sforzo (anche teorico) per l'unificazione della sua prospettiva con quella del socialismo rivoluzionario. Esso è spesso anzi convinto che l'idea di una società comunista (razionale, giusta, egualitaria e democratica) non implichi la cessazione dello sfruttamento degli animali né, tantomeno, il riconoscimento dei loro "diritti". Nella misura in cui questa convinzione rispecchia concezioni molto diffuse nel marxismo "ufficiale" essa è giusta e ho cercato di mostrare perché. Ma ho anche mostrato come il marxismo, correttamente inteso e sviluppato nella propria concettualità, superi questo limite e si spinga a realizzare un ordine sociale in cui la lotta contro il mondo animale cessi definitivamente. Una volta cessati gli antagonismi economici interni alla società umana che spingono questa ad un'accelerazione costante della capacità produttiva, ad una corsa folle verso uno status di benessere sempre procrastinato, la riduzione generale dell'orario di lavoro e l'allentamento della pressione sociale sui singoli aprirebbe le porte anche ad un rapporto più sano ed equilibrato con sé e con l'ambiente circostante. Ciò non implicherebbe ancora la diffusione generalizzata del vegetarismo e la cessazione della sperimentazione animale, ma la fine delle diseguaglianze distributive e la conseguente razionalizzazione nell'uso delle risorse porrebbe fine almeno all'allevamento intensivo come lo conosciamo e alla perversione "commerciale" che domina e distorce la ricerca scientifica. Infine, uno stato di cose in cui la propaganda capitalistica ha cessato di dominare l'orizzonte dei media costituirebbe terreno fertile per una presa di coscienza animalista anche più avanzata.
La questione è ora se l'animalismo è pronto a ripensare la propria concettualità e i propri mezzi moralistici di difesa degli animali per assumere una dimensione propriamente politica. Il sostenitore dei diritti animali dovrebbe cioè rispondere alla domanda: è possibile pensare una società emancipata dalla violenza sugli animali che non abbia posto fine anche alla violenza dell'uomo sull'uomo? A questa domanda ho risposto negativamente cercando di delineare una visione teorica che accomuni animalismo e marxismo. Intendo ora sostenere che la lotta per i diritti animali, al di fuori di questa prospettiva unificante, è illusoria.
Mi interessa qui, ovviamente, solo l'animalismo "radicale", l'unico che possegga i requisiti per un aggancio con la prospettiva marxista. Di fronte alla sofferenza inaudita, insensata, cieca e muta di miliardi di animali appare infatti ragionevole e nient'affatto "estremista", la richiesta di un cambiamento immediato delle loro condizioni. Il problema è come si intende questo cambiamento. Una volta posti di fronte alle molteplici forme di sfruttamento e distruzione della vita animale, che hanno origini storiche e funzioni sociali diverse, il modo più diretto e semplice di dare unità alla richiesta di una loro cessazione immediata è quello della richiesta di diritti. Questa è anche la forma generale assunta dal movimento in difesa degli animali, in base all'assunto: riconoscimento di diritti = protezione. Vorrei accennare ad alcuni problemi che sorgono da questo assunto.
Anzitutto, il diritto costituisce un modo astratto e unilaterale di unificazione delle diverse problematiche animaliste e non tiene conto delle molteplici forme in cui il rapporto uomo-animale si è articolato storicamente e socialmente. Questo rapporto varia talmente da questo punto di vista da non poter essere ricondotto a definizioni astratte e universali. L'uomo riesce a nutrirsi di formiche, serpenti e cani, e non solo di maiali, polli e vitelli. L'uomo ha considerato sacri gatti e mucche, prima di trasformarli in schiavi da compagnia e mocassini. Se si prescinde allora dai casi particolari storici e geografici in cui determinati animali hanno rivestito una qualche utilità per l'uomo - se si sostituisce, cioè, a "serpente", a "cane", a "vitello" un essere universale indeterminato chiamato "animale" - scompaiono anche i motivi concreti che "giustificano" il rapporto tra uomo e animale (nutrizione, abbigliamento, superstizione etc.). La richiesta generalizzata di diritti per gli animali non si articola in una serie di comportamenti positivi degli uomini verso di essi (poiché essi non entreranno a far parte automaticamente della società umana e non si vedranno automaticamente estesi tutti i diritti che spettano agli umani), ma è la semplice negazione del trattamento che noi riserviamo loro oggi. L'unità giuridica sotto cui l'animalismo sussume gli obblighi nei confronti degli animali è un'unità negativa [59] conseguente al fatto che gli animali, soggetti passivi dell'ordinamento giuridico, devono divenirne soggetti attivi senza potersi automaticamente identificare con gli attuali soggetti attivi di esso (gli umani), problema che ovviamente non avevano gli abolitori della schiavitù.
Ciò fa sorgere una riflessione. La tentazione giuridica dell'animalismo non è probabilmente casuale. È infatti il trionfo di una forma di vita storica specifica (eurocentrica, capitalistica e tecnologica) a dare allo sfruttamento sugli animali un carattere universale e uniforme - provocando in risposta l'animalismo come forma universale di difesa degli animali. Ciò fa sì che il problema della violenza sugli animali sia posto sub specie aeternitatis. Non a caso Singer scrive: "Focalizzo il mio interesse sull'Occidente non perché le altre culture siano inferiori (è vero il contrario per quel che riguarda l'atteggiamento verso gli animali) ma perché durante i due o tre secoli passati le idee occidentali si sono propagate partendo dall'Europa fino a che al giorno d'oggi sono arrivate a costituire il modo di pensare della maggior parte delle società umane, sia capitaliste che comuniste". [60] Il trattamento iper-efficientizzato e sistematico che il capitalismo [61] riserva gli animali rende oggi talmente evidente la loro nullità di fronte all'uomo da provocare in risposta la richiesta indignata del riconoscimento di un loro valore intrinseco.
Benché però gli animali abbiano ora un rapporto distorto con noi, improntato alla violenza e alla sopraffazione assoluta, si tratta pur sempre di un rapporto reale. La richiesta di diritti ci costringe invece ad articolare questo rapporto reale (che è di solito complesso sia nelle motivazioni storiche e nelle concrete forme di manifestazione) nella forma astratta del rapporto giuridico. L'idea che ci si fa del rapporto uomo-animale in una società che riconosca diritti fondamentali agli animali non umani è, di conseguenza, vago e nebuloso. E non potrebbe essere altrimenti. In genere ci immagina che in un simile futuro "dovremmo lasciare in pace gli animali", lasciarli alla "loro" vita. In realtà non si fa altro che immaginare la nostra società attuale senza gli animali, quasi che sia possibile pensare già la semplice assenza di questi ultimi dalle nostre città e il funzionamento delle nostre industrie senza le materie prime che essi, purtroppo, sono. Difficile anche solo da immaginare come potremmo spartire il pianeta con loro. Cosa quindi voglia dire in concreto, cosa implichi questo "lasciare gli animali in pace", nessuno riesce a dirlo. Chi pensa così in realtà non fa altro che sancire un non-rapporto tra uomini e animali.
Non è detto che il riconoscimento dello status giuridico di soggetto all'animale sia qualcosa che si possa compiere all'interno degli attuali ordinamenti legislativi. E non è ancora dato sapere quali modificazioni questi sistemi costitutivamente antropocentrici dovranno subire per rendersi omogenei e coerenti con l'insieme di norme che gli animalisti vorrebbero introdurvi. Ma è abbastanza evidente che si tratta di un rivolgimento radicale se non si lascia nemmeno immaginare nella sua portata ("il suo successo esige nientemeno che una rivoluzione nel pensiero e nella prassi della nostra cultura" [62]). Sia chiaro: questo non viene detto per "confutare" la giustezza della pretesa di imporre quelle norme agli attuali ordinamenti. Anzi, la radicalità con cui questa richiesta è avanzata costituisce il suo principale punto di onore. Quanto detto finora vuole solo suggerire l'oggettiva impraticabilità della via istituzionale al riconoscimento di quei diritti.
Chi immagina che il cambiamento debba essere effettivamente profondo ("uguali diritti per uomini e animali") e non superficiale ("miglioramento delle condizioni animali") non può certo pensare che esso avvenga dall'oggi al domani. E, infatti, il movimento per la difesa degli animali si preoccupa, per lo più, di combattere una battaglia di lungo periodo per il cambiamento delle coscienze. Ma tale obiettivo, più che far presagire una rivoluzione, annuncia, evidentemente, un cambiamento epocale (la "fine dello specismo"). La richiesta di "immediata" cessazione della sofferenza si perde pertanto nelle nebbie di un futuro lontano, assume tinte messianiche. E la cosa non cambia per chi si immagina un più pragmatico cambiamento "graduale", cioè di poter instaurare l'uguaglianza giuridica tra uomo e animale attraverso piccoli aggiustamenti del sistema: nessuna somma di aggiustamenti parziali potrà realizzare l'uguaglianza giuridica se manca la norma fondamentale che esplicitamente dà al precetto dell'eguaglianza valore normativo.
Ora, io ritengo che questa posizione si scontri contro un limite intrinseco che rende non solo utopica la possibilità di un'abolizione graduale dello sfruttamento animale, ma oggettivamente irrealizzabile se percorsa per via legale. Questo limite è costitutivo di una richiesta di diritti che tende, per sua natura, a sconquassare gli attuali ordinamenti giuridici. Le difficoltà non sono soltanto di natura tecnica e formale o, meglio, sono dovuti alla natura.I>squisitamente tecnica e.I>formale della scienza giuridica. Il diritto è, di fatto, la formalizzazione e generalizzazione di comportamenti sociali che la prassi ha già stabilito e sanzionato. La teoria dei diritti animali passa sopra la vecchia, ma non per questo confutata, nozione secondo cui il diritto è una sovrastruttura. Esso è l'espressione di determinati rapporti di potere e di una ben precisa organizzazione economica. Non è il diritto che può sovvertire questi ultimi, poiché esso ne è, fino in fondo, creatura. È un segreto di pulcinella il fatto che il riconoscimento dei diritti umani non abbia diminuito affatto la violenza dell'uomo sull'uomo. E ciò non va inteso solo nel senso banale che la sofferenza e l'oppressione umana è ancora una realtà nonostante il diritto, di modo che un animalista potrebbe obiettare: "il riconoscimento dei diritti animali è solo il primo passo verso un'equità di trattamento reale". Esso va inteso nel senso che in nessun caso il riconoscimento del diritto è stato la causa di una diminuzione generalizzata della sofferenza umana, poiché il diritto non fa che confermare una situazione che la realtà sociale ha già sancito nella prassi reale, in primis economica.
Tom Regan afferma che "non è in alcun modo possibile sostenere la causa dei diritti degli animali senza sostenere la causa dei diritti degli esseri umani". [63] Ma il compito che si è prefisso in quanto filosofo morale è quello di offrire una fondazione razionale di entrambi, non certo di fare in modo che questi diritti vengano effettivamente applicati, il che richiederebbe la rimozione delle cause che ne impediscono la realizzazione. Regan è convinto che "la filosofia morale non è un surrogato dell'azione politica. Tuttavia può contribuire ad orientarla". [64] Ciò può sembrare vero solo a chi ritiene vere queste condizioni: 1) che il progresso politico risulti da una discussione razionale in cui l'argomento più convincente ha la meglio; 2) che la discussione sia effettivamente libera e non venga manipolata. Nessuno di questi due presupposti mi sembra anche solo vagamente verosimile. Regan afferma che le questioni che stanno a cuore al movimento per i diritti animali "sono tutte questioni, in larga misura, politiche". [65] Subito dopo, però, specifica: "la gente deve cambiare le sue convinzioni prima di cambiare le sue abitudini". [66] E questa è la precisa descrizione di una politica borghese, legalistica, che mai e poi mai potrà superare i limiti che il capitalismo impone al diritto. Credere che il cambiamento reale consegua ad un cambiamento delle coscienze è ingenuo e, alla fine, controproducente.
L'opinione di Singer sulla funzione politica dell'animalismo è formulata diversamente ma è in fondo la medesima di Regan: "Il problema non è tanto quello di trasformare l'opinione della gente. C'è piuttosto da disperdere una gran quantità di ignoranza, ma, una volta che la gente verrà a sapere come vanno le cose, con ogni probabilità disapproverà, e lo farà energicamente". [67] Le proposte politiche di Singer sono infatti le stesse di Regan e non portano molto lontano. Dopo aver suggerito metodi di protesta e boicottaggio e tentativi di soluzione come l'instaurazione di una commissione scientifica "imparziale" che decida dell'utilizzo di fondi nella ricerca scientifica (cosa che in realtà presuppone già una vittoria politica dell'animalismo), Singer ammette: "ma il problema più grande rimane lo specismo; finché non lo si estirpa, neanche il resto può essere risolto". [68] Qui si instaura evidentemente una circolarità tra diagnosi e cura che è il vero punto debole dell'animalismo etico: dalla sofferenza animale si deduce lo specismo e lo specismo è posto al di sopra della storia come la causa della sofferenza animale [69]; di conseguenza, diminuire la sofferenza animale significa contrastare lo specismo ma, a sua volta, la riduzione della sofferenza è possibile solo a partire da un arretramento della coscienza specista dell'uomo.
Ma la verità è che i nostri attuali ordinamenti giuridici non verranno sovvertiti finché non verrà abbattuto il capitalismo. Ora, è possibile pensare che il capitalismo ponga fine alla sofferenza degli animali, che si ristrutturi attorno alle richieste degli animalisti, senza porre fine a sé stesso? In tal caso sarebbe possibile pensare ad una cessazione della violenza sugli animali senza che sia posto fine alla violenza sull'uomo. Nel caso in cui si pensi, invece, che il riconoscimento dei diritti animali implichi il rovesciamento del capitalismo, occorrerebbe spiegare in che modo questo rivolgimento possa accadere. Riesce infatti difficile immaginarsi che ciò che scioperi generali e manifestazioni imponenti in tutto il mondo non hanno potuto, lo possano petizioni e boicottaggi. Occorre rovesciare la questione e rendersi conto che l'abbattimento del capitalismo e l'instaurazione di un'organizzazione sociale più equa e giusta è la conditio sine qua non di ogni diminuzione generalizzata dello sfruttamento animale. E questo perché un cambiamento di coscienza è possibile solo laddove la base reale dell'esistenza dei singoli è cambiata.
Da questo punto di vista, il marxismo esprime in sé l'ideale di un superamento della scissione e della contrapposizione uomo-natura, in una forma generale che può ospitare sia le aspirazioni della coscienza animalista, sia quelle della coscienza ecologista. [70] Queste, in un certo senso, anticipano il momento della sua realizzazione ma non possono, da sole, compierlo perché è ormai chiaro che l'anarchia e la violenza del capitalismo non si lasciano imbrigliare e condurre né da visioni apocalittiche, né, tantomeno, da discorsi moraleggianti. Se si pensa che la cessazione immediata della sofferenza umana e animale "è possibile ora. e ci si rifiuta di concedere altro tempo al sistema dello sterminio attraverso l'attendismo giuridico, non resta che una strada da percorrere. Tale strada conduce inevitabilmente e coerentemente alla rivoluzione politica.

Note
1. M. Filippi, "Può un non vegetariano dirsi comunista?", da Rinascita Animalista. Officina della theoria. 25/01/03, disponibile su ra/ra/officina004.html)
2."E' stato calcolato che il milardo e 300 milioni di ruminanti (quindi non tutti gli animali di cui ci cibiamo, ma solo una minima parte) consumano una quantità di cereali che sfamerebbero 9 miliardi di umani". Ibid.
3. Il 70% dell'acqua è, infatti, utilizzata per la zootecnia e per l'agricoltura (la maggior parte della quale serve a produrre alimenti per gli animali d'allevamento). Questo comporta che produrre 1 kg di carne costa all'ambiente 3150 litri di acqua". Ibid.
4."Per alimentare 1.300.000.000 bovini, 2.000.000.000 tra ovini e caprini, 1.000.000.000 di suini e 12.000.000.000 di polli (tanti sono gli animali allevati al mondo senza considerare quelli che non vengono contati individualmente, come pesci e conigli, perché venduti a peso!) c'è bisogno di molto cibo. Questo fa sì che porzioni sempre più ampie del nostro pianeta diventino terreno per coltivare cereali per alimentare animali o terreno di pascolo per gli animali stessi. Tutto questo determina desertificazione, distruzione delle foreste pluviali, perdita della biodiversità vegetale ed animale, consumo delle riserve d'acqua potabile, aumento dell'inquinamento organico (ad esempio, una mucca produce 180 quintali di feci all'anno), e, alla fine, tutto ciò contribuisce in maniera significativa al riscaldamento globale del pianeta". Ibid.
5. In realtà si tratta di una mera rivendicazione sindacale e, quindi, nient'affatto marxista: "nell'ottica del miglior profitto, i lavoratori dei macelli sono tra i lavoratori peggio pagati, con minore tutela sindacale e con il maggior tasso di incidenti gravi sul lavoro. I lavoratori delle grandi catene distributive non stanno meglio (i loro contratti lavorativi sono tipicamente flessibili e limitati nel tempo). Vista la scarsa specializzazione richiesta, questa tipologia di lavoratori è reclutata tra gli emigrati di recente arrivo, per definizione, privi di diritti, e spesso anche incapaci di parlare la lingua del paese 'ospitante'." M. Filippi, "Può un non vegetariano dirsi comunista?", cit.
6. D. Sztybel, "Marxism and Animal Rights", in Ethics and the Environment 2 (1997), pp. 169-85 (disponibile su http://sztybel.tripod.com/Marxism.html ).
7. K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844. Einaudi, Torino 1968 (2a ed.), p. 111.
8. D. Sztybel, "Marxism and Animal Rights", cit.
9. K. Marx, Manoscritti. cit., p. 185.
10. D. Sztybel, "Marxism and Animal Rights", cit.
11. K. Marx, Manoscritti. cit., p. 77.
12. Sztybel è così lontano dal marxismo che per lui il fatto che l'appropriazione della natura da parte dell'uomo costituisca un fatto sociale è una mera tautologia. Sztybel cita Marx: "l'essenza umana della natura esiste soltanto per l'uomo sociale. infatti soltanto qui la natura esiste per l'uomo come vincolo con l' uomo. come esistenza di lui per l'altro e dell'altro per lui, e così pure come elemento vitale della realtà umana, soltanto qui essa esiste come fondamento della sua propria esistenza umana. (K. Marx, Manoscritti. cit., p. 113). E poi gli attribuisce un circolo vizioso, commentando: "[Marx] tenta di mostrare che il significato umano della natura esiste solo per l'uomo sociale e i suoi motivi per affermare questo è che solo nel caso dell'uomo sociale c'è, in effetti, un vincolo di interdipendenza con altri uomini". Sztybel non capisce che l'affermazione gli appare circolare solo perché ha cancellato il riferimento al lavoro. che per Marx è la forma base e ineliminabile del rapporto tra l'uomo e la natura, del loro continuo scambio. Questa interdipendenza tra uomo e natura si mostra però sempre come socialmente determinata, legata cioè non alla vaga "interdipendenza" tra uomo e uomo, ma alla specifica organizzazione sociale. ovvero ai rapporti di produzione dominanti.
13. D. Sztybel, "Marxism and Animal Rights", cit.
14. La citazione prosegue così: "affermiamo per contro, che ogni teoria morale sinora esistita è, in ultima analisi, il risultato della condizione economica della società di quel tempo". F. Engels, Anti-Dühring. Editori riuniti, Roma 1971 (2a ed.), p. 100. È chiaro che questa conclusione deve essere apparsa incomprensibile a Sztybel.
15. Si badi che il marxismo non assume per questo una teoria morale relativistica, ma si pensa come movimento teorico e politico che spiega l'origine delle morali universalistiche e astoriche, propondone il superamento pratico attraverso la modificazione della realtà storica. Ciò non implica che Marx ed Engels non agissero in base a un qualche orientamento morale, ma si tratta di tendenze personali che non entrano nella definizione della teoria che essi hanno elaborato.
16. Si tratta di ripicche vacue e tautologiche, perché Szytbel non fa altro che accusare di "specismo" ogni definizione marxiana volta alla determinazione della specificità umana, partendo dall'arbitrario assunto che tale definizione serva da appoggio ad una teoria morale antropocentrica.
17. Nella Dialettica della natura. d'altronde, Engels ammette esplicitamente che tutte le qualità che sono proprie dell'uomo si ritrovano entro un certo grado anche negli animali: autocoscienza, linguaggio, intelligenza, capacità di agire secondo un fine etc. Cfr. F. Engels, Dialettica della natura. Editori riuniti, Roma 1978 (4a ed.), pp. 183 e sgg. In quanto essere "naturale" l'uomo non possiede caratteristiche soprannaturali che lo distinguono dagli animali. È il lavoro e il fatto che attraverso il lavoro egli faccia la propria storia che mostra la differenza essenziale, la qualità emergente. rispetto agli altri animali da cui occorre partire per definirne la natura.
18. K. Marx - F. Engels, L'ideologia tedesca. Editori riuniti, Roma 2000 (5a ed.), p. 8.
19."In questo modo, in un certo senso, l'uomo si separa definitivamente dal regno degli animali e passa da condizioni di esistenza animali a condizioni di esistenza effettivamente umane". F. Engels, L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza. Laboratorio politico, Napoli 1992, p. 93.
20. D. Sztybel, "Marxism and Animal Rights", cit.
21."La sporcizia. questo impantanarsi e putrefarsi dell'uomo, la fogna (in senso letterale) della civiltà, diventa per l'operaio un elemento vitale. Diventa un suo elemento vitale. il completo e innaturale abbandono, la natura putrefatta. Nessuno dei suoi sensi esiste più, non solo nella sua forma umana, ma anche in una forma disumana. e quindi neppure in una forma animalesca. [...] L'uomo non solo non ha più bisogni umani; ma in lui anche i bisogni animali vengono meno. L'irlandese conosce soltanto più il bisogno di mangiare. o meglio soltanto più il bisogno di mangiare le patate. o meglio ancora soltanto più il bisogno di mangiare le patate della qualità più scadente.". K. Marx, Manoscritti. cit., p. 129.
22."La possibilità di assicurare, per mezzo della produzione sociale, a tutti i membri della collettività una esistenza che non solo sia completamente sufficiente dal punto di vista materiale e diventi ogni giorno più ricca, ma che garantisca loro lo sviluppo e l'esercizio completamente liberi delle loro facoltà fisiche e spirituali: questa possibilità esiste ora per la prima volta, ma esiste.. F. Engels, L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza. cit., pp. 92-93.
23."L'idea che tutti gli uomini hanno qualche cosa di comune e che essi sono anche eguali nei limiti di questo elemento comune, è ovviamente antichissima. Ma assolutamente diversa da tutto questo è la moderna rivendicazione dell'eguaglianza; questa consiste invece nel dedurre da quella proprietà comune dell'essere umano, da quell'eguaglianza degli uomini in quanto uomini, il diritto ad un eguale valore politico e, rispettivamente, sociale...Prima che da quella originaria idea di una eguaglianza relativa si sia potuta trarre la conclusione di un'eguaglianza di diritti nello Stato e nella società, prima ancora che questa conclusione sia potuta apparire qualcosa di naturale e ovvio, dovevano passare millenni, e millenni sono passati". F. Engels, Anti-Dühring. cit., p. 109.
24. K. Marx - F. Engels, L'ideologia tedesca. cit., p. 25.
25. Ibid., p. 24.
26. All'aumentare del salario "l'operaio mangia più carne. Soddisfa più bisogni". K. Marx, Storia dell'economia politica. Teorie sul plusvalore II. Editori riuniti, Roma 1993 (2a ed.), pp. 4-5. Cfr. anche, in generale, F. Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra. Editori riuniti, Roma 1978 (4a ed.).
27."Col permesso dei signori vegetariani, l'uomo non si sarebbe formato senza alimentazione carnea; e se è pur vero che l'alimentazione carnea ha prima o poi, per un certo periodo, condotto tutti i popoli a noi conosciuti all'antropofagia (gli antenati dei berlinesi, i Veletabi o Velsi, mangiavano i loro genitori ancora nel X secolo) la cosa ormai non ci tocca più". F. Engels, Dialettica della natura. cit., p. 189.
28."Da quando sto qui ho cominciato a prendere The Daily News invece dello Standard. È anche più stupido, se è possibile. Predica l'antivivisezionismo!" Lettera di Engels a Marx, Bridlington Quay, Yorkshire, 11 agosto 1881. Cfr. anche la lettera di Engels a Bebel, Londra, 24 novembre 1879.
29. F. Engels, Sulle origini del cristianesimo. Editori riuniti, Roma 2000 (4a ed.), pp. 24-25.
30. F. Engels, Dialettica della natura. cit., p. 192.
31. M. Filippi, "Può un non vegetariano dirsi comunista?", cit.
32."Gli uomini, appena nelle origini emergono dal mondo animale (in senso stretto), fanno il loro ingresso nella storia". F. Engels, Dialettica della natura. cit., p. 190.
33."Solo la schiavitù rese possibile che la divisione del lavoro tra agricoltura ed industria raggiungesse un livello considerevole e con ciò rese possibile il fiore del mondo antico: la civiltà ellenica. Senza la schiavitù non sarebbero esistiti né lo Stato, né l'arte, né la scienza della Grecia; senza la schiavitù non ci sarebbe stato l'impero romano. Ma senza le basi della civiltà greca e dell'impero romano non ci sarebbe l'Europa moderna. Non dovremmo mai dimenticare che tutto il nostro sviluppo economico, politico e intellettuale ha come suo presupposto uno stato di cose in cui la schiavitù era tanto necessaria quanto generalmente riconosciuta. In questo senso abbiamo il diritto di dire che senza l'antica schiavitù non ci sarebbe il moderno socialismo". F. Engels, Dialettica della natura. cit., p. 192.
34. "Non ritraggo per niente le figure del capitalista e del proprietario fondiario in luce rosea. Ma qui si tratta delle persone solo in quanto sono la personificazione di categorie economiche, che rappresentano determinati rapporti e determinati interessi di classe. Il mio punto di vista, che considera lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale. non può assolutamente fare il singolo responsabile di rapporti da cui egli socialmente proviene, pure se soggettivamente possa innalzarsi al di sopra di essi", K. Marx, Il capitale. Newton, Roma 1996, I, p. 43.
35. F. Engels, "Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia", in Dialettica della natura. cit., pp. 185 e sgg.
36. Da ciò deriva "l'usanza giunta fino a noi di esprimere in forza di cavalli la forza meccanica". K. Marx, Il capitale. cit., I, p. 280.
37. K. Marx, Forme economiche precapitalistiche. Editori riuniti, Roma 1967 (2a ed.), p. 94. È infatti evidente che esiste una circolarità indissolubile tra produzione e consumo (ogni società produce per consumare e consuma per produrre) che però, spiega Marx, non deve far dimenticare che la produzione - l'elemento attivo, creativo, generativo - costituisce, in ultima analisi, "il momento egemonico". K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica. La Nuova Italia, Firenze 1997 (3a ed.),vol. I, p. 18.
38. Stando ad Engels l'alimentazione carnea "abbreviò i tempi della digestione...e portò con ciò ad un acquisto di tempo, di sostanze, di energia...portò due nuovi progressi di importanza decisiva: l'uomo imparò a servirsi del fuoco ed addomesticare le bestie". F. Engels, Dialettica della natura. cit., p. 189. Si tratta, come si vede, di necessità contingenti, storiche, che il successivo sviluppo dell'umanità ha reso anche rispetto alle argomentazioni engelsiane totalmente supreflue.
39. K. Marx, Forme economiche precapitalistiche. cit., pp. 105-106.
40. Ivi.
41. Ibid., p. 99. "Non è da tutti possedere uno schiavo. Per potersene servire bisogna avere a disposizione due cose: in primo luogo gli strumenti e gli oggetti per il lavoro dello schiavo e in secondo luogo i mezzi necessari per il suo mantenimento. Quindi, prima che la schiavitù diventi possibile bisogna che sia raggiunto un certo livello nella produzione e che sia comparso un certo grado di diseguaglianza nella distribuzione". F. Engels, Anti-Dühring. cit., p. 171.
42. Che, anzi, fornisce elementi importanti anche per una storia critica della visione umana dell'animale. Qualcosa su cui Marx ha, purtroppo, lasciato cadere solo qualche osservazione casuale: "osserviamo di sfuggita che Cartesio definendo gli animali come pure e semplici macchine, vede con gli occhi del periodo della manifattura, che sono molto differenti da quelli del Medioevo, quando si considerava l'animale come ausilio dell'uomo". K. Marx, Il capitale. cit., p. 290n.
43. F. Engels, Dialettica della natura. cit., pp. 187 e sgg.
44. K. Marx - F. Engels, L'ideologia tedesca. cit., pp. 58-59.
45. M. Filippi, "Può un non vegetariano dirsi comunista?", cit.
46. Anche se espressa in modo ancora troppo generico: essa si lascia intendere o in senso astorico ("la violenza che l'uomo ha sempre esercitato sull'animale è il presupposto della violenza che l'uomo ha sempre esercitato sull'uomo"), oppure nel senso ingenuamente storico che abbiamo già visto criticato da Marx (" a un certo punto l'uomo, dopo aver soggiogato gli animali, ha cominciato a soggiogare altri uomini").
47. M. Filippi, "Può un non vegetariano dirsi comunista?", cit..
48. Th. W. Adorno - M. Horkheimer, Dialettica dell'illuminismo. Einaudi, Torino 1997 (4a ed.), p. 263.
49. Ibid., p. 17.
50."L'assenza di ragione non ha parole. Parole ha solo il suo possesso, che domina la storia manifesta. La terra intera testimonia la gloria dell'uomo. In guerra e in pace, sull'arena e nel macello, dalla lenta morte dell'elefante sopraffatto da orde umane primitive in base alla prima pianificazione, fino allo sfruttamento sistematico del mondo animale oggi, le creature irragionevoli hanno sempre dovuto intender ragione". Ibid., p. 263.
51. M. Horkheimer, Eclisse della ragione. Einaudi, Torino 1969, p. 97.
52."Il distacco del soggetto dall'oggetto, premessa dell'astrazione, è fondato nel distacco dalla cosa, a cui il padrone perviene mediante il servitore". Th. W. Adorno - M. Horkheimer, Dialettica dell'illuminismo. cit., p. 21.
53. M. Horkheimer, Eclisse della ragione. p. 84.
54. Th. W. Adorno - M. Horkheimer, Dialettica dell'illuminismo. cit., pp. 38-41. Scrive Adorno nella Dialettica negativa. "Un proprietario di albergo, di nome Adamo, uccideva con un bastone i topi che uscvano da fori nel cortile davanti agli occhi del figlio, che gli voleva bene; a sua immagine il bambino si è fatta quella degli altri uomini. Il fatto che ciò venga dimenticato, che non si capisca più quel che si è provato un tempo davanti alla macchina dell'accalappiacani, è il trionfo, e il fallimento, della cultura". Th. W. Adorno, Dialettica negativa. Einaudi, Torino 1975, p. 331.
55. F. Engels, Dialettica della natura. cit., p. 191.
56. Th. W. Adorno - M. Horkheimer, Dialettica dell'illuminismo. cit., p. 30.
57. Ibid., pp. 271-272.
58. Ibid., p. 47.
59. Non a caso il riconoscimento dei diritti inalienabili comporta come necessaria conseguenza la cessazione dell'alimentazione carnea e lo smantellamento degli allevamenti intensivi e la chiusura o la riconversione delle industrie di pellicce e di quelle per la produzione dei capi in pelle e l'abolizione della vivisezione e la fine dell'industria del divertimento tramite animali (zoo e circhi etc.). Da questa serie di "e..." giustapposti, non è (ancora) possibile tracciare una teoria giuridica positiva del rapporto uomo-animale; essi sono reciprocamente indifferenti. Non c'è, difatti, contrariamente a quanto solitamente si dice, un rapporto di implicazione tra l'imposizione del vegetarismo, ad esempio, e lo smantellamento degli allevamenti intensivi. Entrambi conseguono, ma in maniera autonoma, dallo stesso riconoscimento di un diritto intrinseco alla vita.
60. P. Singer, Liberazione animale. ed. LAV, Roma 1987, p. 189.
61. Quelle che Singer definisce società comuniste sono, in realtà, i paesi in cui il capitalismo di stato e il burocratismo stalinista hanno trionfato usurpando il nome del marxismo e della rivoluzione socialista. È vero che l'Unione Sovietica non sviluppò una legislazione animalista, ma è necessario ricordare che - prima dell'avvento di Stalin - essa considerò suo dovere difendere la natura e non soggiogarla al dominio strumentale dell'uomo nonostante le enormi pressioni di natura economica cui era sottoposta. Cfr. Douglas R. Weiner, Models of Nature: Ecology, Conservation, and Cultural Revolution in Soviet Union. Indiana Univ., 1988 e AAVV, The Greening of Marxism. Guilford, 1996.
62. T. Regan, I diritti animali. Garzanti, Milano 1990, p. 533.
63. Ibid., p. 20.
64. Ibid., p. 533.
65. T. Regan, "Il caso dei diritti animali", in P. Singer (a cura di), In difesa degli animali. Lucarini, Roma 1987, p. 28 (corsivo mio).
66. Ivi.
67. P. Singer, Liberazione animale. cit., p. 80.
68. Ibid., p. 83.
69."Non dobbiamo ritenere queste pratiche aberrazioni isolate: infatti le possiamo interpretare correttamente solo se le consideriamo come manifestazioni dell'ideologia della nostra specie, vale a dire come l'atteggiamento che noi, animali dominanti, abbiamo verso altri animali". Ibid., p. 189. Ma l'uomo non è affatto in sé un animale dominante. La sua evidente debolezza fisica rispetto agli altri animali dice, anzi, palesemente il contrario. L'uomo diviene animale dominante e, lo abbiamo visto, lo diviene solo come essere collettivo e non come "specie". In che modo la coscienza specista si articoli in comportamenti specisti è una questione che non può essere posta in generale ma riguarda la storia dell'uomo e solo qui può trovare un'articolazione adeguata. Conseguentemente all'Eclisse della dimensione sociale che è propria dell'etica borghese, la "breve storia dello specismo" abbozzata da Singer in Animal Liberation non è una storia materiale, ma una storia di "idee". Singer cita alcuni pensatori che durante la storia hanno proposto questa o quella concezione dell'animale, come se la storia reale fosse fatta dai filosofi, come se la produzione spirituale non avesse il suo ancoraggio necessario nella produzione materiale della società.
70. E di quella femminista. Nella prospettiva teorica che abbiamo delineato, la continuità della lotta di liberazione della donna e quella animale è un fatto oggettivo e una necessità teorica prima ancora che pratico-strategica. Nella misura in cui il ruolo sociale della donna passava in secondo piano, la coscienza e la razionalità si andavano definendo sempre più come attributi maschili. La donna diventa così automaticamente l'anello di congiunzione tra la ragione umana e la sensibilità animale, trovandosi spesso in contiguità con questa (l'informe "natura", la yle. che essa dovrebbe rappresentare di contro alla spiritualità, alla razionalità formatrice del maschio). "La donna non è soggetto. Essa non produce, ma cura i produttori, documento vivente dei tempi da lungo scomparsi dell'economia domestica chiusa. La divisione del lavoro, ottenuta e imposta dall'uomo, è stata poco propizia alla donna. Che è assurta a incarnazione della funzione biologica, a immagine della natura, la cui oppressione era il titolo di gloria di questa civiltà. Dominare senza fine la natura, trasformare il cosmo in un immenso territorio di caccia, è stato il sogno dei millenni: a cui si conformava l'idea dell'uomo nella società civile. Era questo il senso della ragione di cui andava fiero". Th. W. Adorno - M. Horkheimer, Dialettica dell'illuminismo. cit., p. 265.



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