Friday, July 4, 2008

Le scarpe della Rifondazione Comunista


Lo ammettiamo sparare sui poveri resti della Rifondazione Comunista è come sparare sulla Croce Rossa. I sostenitori delle due principali mozioni congressuali (che raccolgono insieme più dell'85% dei voti) hanno sostenuto (magari criticamente ma sempre disciplinatamente) l'esperienza prodiana e l'avventura dell'arcobaleno. In qualsiasi paese del mondo simili gruppi dirigenti avrebbero dovuto ritirarsi in buon ordine a vita privata, ma loro sono ancora lì a spolparsi gli ultimi brandelli di carne in decomposizione della carcassa di Rifondazione. Come quei giapponesi della II Guerra Mondiale, hanno bisogno di qualcuno che li vada avvertire che la guerra è finita. E che hanno perso. Ma quella che in Giappone era una tragedia, nel paese latino per ecelelnza non può che essere una commedia.
C'è da divertirsi a girare per i siti delle varie mozioni della Rifonfazione. In queste ore, gli scambi d'insulti sono diventati più pesanti. I vendoliani accusano i ferreristi di essere razzisti e antimeridionali, i ferreristi accusano i vendoliani di essere collusi con la 'ngrangheta. Veramente un bel dibattito tra compagni... Chissà se ci aspetta una assise finale a Chianciano, come nelle migliori tradizioni del MSI degli anni Settanta, dove volino le sediate e le cinghiate...sarebbe il modo per renere un po' più vero un dibattito camomilloso...
Secondo, esserecomunisti.it (il sito dei togliattiani alleati con Ferrero): "Vi sono congressi nei quali - in seguito all'esplosione delle nuove iscrizioni - ha votato l'80% degli elettori della Sinistra l'Arcobaleno. E ai quali hanno preso parte - talvolta svolgendovi ruoli influenti - iscritti e persino dirigenti di altre formazioni politiche. Quasi tutti questi congressi si sono svolti nel Mezzogiorno (in particolare in Campania, Puglia, Calabria e Basilicata)."
In sostanza secondo questi epigoni de "Il Migliore" ci sarebbero stati tanti tesserati nel meridione d'Italia che si sarebero presentati ai congressi, come facevano i vecchi elettori di Lauro a Napoli, con una scarpa sola, in attesa che la seconda arrivi dopo la "conta rossa". Non può che far sorridere a pensare che i congressi del PRC sono sempre stati più o meno così...
Il PRC appare spaccato in due tronconi: il nord a favore di una linea più di lotta, il sud più governista. La mediazione del partito di lotta e di governo non appare all'ordine del giorno. Da settembre ci aspettano due Rifondazioni, magari tre: con buona pace del democratico elettorato che il 13 aprile che aveva perentoriamente dichiarato che una Rifondazione era abbastanza, anzi troppa.

Monday, June 30, 2008

Besancenot, il postino che suona sempre due volte



Francia, i socialisti temono la popolarità del giovane leader

di Massimo Nava (dal Corriere della Sera)

"Le nostre vite valgono più dei loro profitti!" ama ripetere Olivier Besancenot, il giovane leader rivoluzionario che sta occupando la scena politica francese. Fenomeno mediatico, nuovo "prodotto" di consumo in un mercato piuttosto dimesso, capo-popolo con potenziale di consensi tale da agitare i sonni della sinistra istituzionale, il partito socialista? Le risposte sono per ora affidate ai sondaggi e ai dibattiti televisi che non sempre sanno "leggere" che cosa si muova davvero nella società francese, in apparenza "occupata" dal play-maker Sarkozy, cui si contrappone una scarsa combattività politica e sindacale. Difficile anche fare previsioni , essendo le prossime scadenze elettorali (le elezioni europee del 2009) ancora lontane.
Ma il fenomeno Besancenot indubbiamente esiste e cresce. Il postino di Neuilly-sur-Seine, la città del presidente, è stato il più giovane candidato alle presidenziali del 2002 e ha raccolto un milione e mezzo di voti a quelle del 2006. Sempre in jeans e magliette a giro collo, l'aria da eterno studente, Besancenot, 34 anni, è il personagio fra i più amati tra i giovani e ha sfondato il muro del 5% alle ultime elezioni municipali in cui si è presentato con una lista autonoma. Adesso lancia la sfida "all'egemonia del partito socialista" come ha detto ieri al Figaro, proponendo la rifondazione di una forza politica rivoluzionaria, di sinistra e "soprattutto anticapitalista" proprio nella stagione in cui il partito socialista ha aperto il dibattito interno sull'economia di mercato e sull'abbandono di un bagaglio ideologico che lo vede in ritardo sulle maggiori socialdemocrazie europee.
Il momento è particolarmente favorevole. Il vecchio partito comunista è praticamente in estinzione. Il partito socialista è paralizzato dalla guerra per la successione al segretario Francois Hollande e la candidatura alle prossime presidenziali. Segolène Royal e il sindaco di Parigi, Delanoe, si sfidano in campo aperto mentre Dominique Strauss-Kahn aspetta il momento per farsi avanti. C'è aria di vecchio, di deja vu. La base del partito stenta a mobilitarsi. Il presidente Sarkozy, con l'apertura di governo a personalità della "gauche" e un programma riformista che piace alla maggioranza dei francesi ha sparigliato le carte.
Besancenot si è abilmente inserito in questo "vuoto" scommettendo sul disagio sociale, l'impoverimento dei ceti popolari, la rabbia degli studenti la frustrazione di categorie protette come insegnanti e impiegati, il radicato attaccamento della cultura francese al mito della rivoluzione. Anche se, come precisa, non si tratta di fare le barricate, ma di proporre trasformazioni rivoluzionarie. "Il femminismo e l'ecologismo lo sono" dice. Il tono è pacato ma il linuagio è preciso, argomentato al pari del suo grande e unico "nemico", Nicolas Sarkozy. Tanto che buona parte dei francesi, pur non condividendone le idee, sarebbero favorevoli a una sua presenza stabile nel panorama politico. Il "postino" piace anche per la sua coerenza privata in tempi di disgusto per la politica. Figlio di uno psicologo e un'insegnante, sposato con Stephanie Chevrier (direzione letteraria di Flammarion), un figlio, vive a Montmartre e ha sempre lavorato. Commesso di supermercato per pagarsi gli studi di storia e impiegato delle poste a part-time (mille euro di stipendio) da quando è il leader della Lcr prossima alla dissoluzione per la nascita del nuovo partito.
"E' molto bravo" ha detto di lui Sarkozy al quale ovviamente non dispiace il successo di un movimento che rischia di indebolire ancora di più l'opposizione. Il suo progetto di riforma elettorale con una quota proporzionale finirebbe per favorire il partito di Besancenot. In pratica, si riprodurrebbe a scapito della sinistra un fenomeno analogo al Fronte Nazionale di Le Pen, incoraggiato dall'ex presidente Mitterand per danneggiare la destra gollista. Negli ambienti socialisti "il postino" è considerato niente più di una variante del solito vecchio gioco di dividere la sinistra. Il problema è che sembra riuscirci. "Agitano questi fantasmi - si difende Besancenot -ma credo che quelli che fanno il gioco della destra sono quelli che le corrono dietro, abbandonando gli ideali di lotta e resistenza".
29-06-2008

Saturday, June 28, 2008

John Reed - Tutto il potere ai proletari neri



Nella Foto i funerali di John Reed a Mosca
John Reed e la situazione dei neri
d´America (tratto da http://www.sottolebandieredelmarxismo.it/)

Intervento di John Reed al II°
Congresso dell´Internazionale Comunista (1920) nella discussione della
questione nazionale e coloniale.

In America vivono dieci milioni di neri,
concentrati soprattutto negli stati del sud. Negli ultimi anni, però,
molte migliaia di essi si sono trasferiti al nord. Mentre i neri al nord
sono occupati nell´industria, nel sud sono in maggioranza braccianti
agricoli e piccoli contadini. La situazione dei neri, specie negli stati
del sud, è tremenda. Il paragrafo 16 della Costituzione degli Stati Uniti
garantisce ai neri pieni diritti civili, nondimeno la maggior parte degli
stati del sud nega loro questi diritti. In altri stati, nei quali i neri
hanno per legge il diritto di voto, essi vengono uccisi non appena osano
esercitarlo.
Ai neri non è permesso viaggiare in treno
nelle stesse carrozze dei bianchi, né frequentare le stesse locande, le
stesse trattorie e neppure abitare nello stesso quartiere dei bianchi. Per
i neri ci sono delle scuole speciali, peggiori delle altre, così come ci
sono chiese a parte. Questa segregazione dei neri si chiama "sistema Jim
Crow", e il clero delle chiese del sud predica il paradiso secondo il
"sistema Jim Crow". Nell´industria i neri vengono impiegati come
manodopera non qualificata. Fino a poco tempo fa essi venivano esclusi
dalla maggior parte dei sindacati facenti capo alla Federazione americana
del lavoro. Naturalmente l´I.W.W. ha organizzato i neri, mentre il vecchio
Partito socialista non ha mai fatto dei tentativi seri per organizzarli.
In alcuni stati i neri non venivano neppure accettati nel partito, in
altri erano relegati in sezioni a parte, e in generale gli statuti del
partito vietavano l´uso di risorse del partito stesso per la propaganda
fra i neri.
Nel sud il nero non ha assolutamente
alcun diritto e non gode neppure della protezione della legge. Perlopiù i
neri si possono ammazzare impunemente. Il linciaggio di neri è una
spaventosa istituzione dei bianchi, che si svolge cospargendo di petrolio
il nero per poi impiccarlo ad un palo del telegrafo. La cittadinanza al
completo, uomini, donne e bambini, accorre per vedere questo spettacolo e
si porta a casa "come souvenir" un pezzetto dei vestiti e della pelle del
nero torturato a morte.
Non ho abbastanza tempo per esporre le
premesse storiche della questione dei neri negli Stati Uniti. Ai
discendenti della popolazione di schiavi, liberati per un´esigenza
puramente militare durante la guerra civile - quando essi erano ancora del
tutto arretrati sul piano politico ed economico - vennero successivamente
garantiti pieni diritti politici allo scopo di scatenare un´aspra lotta di
classe nel sud, in modo da arrestare lo sviluppo del capitalismo del sud
finché i capitalisti del nord fossero entrati in possesso di tutte le
risorse.
Fino a poco tempo fa i neri non avevano
mostrato alcun tipo di coscienza di classe combattiva. Il loro primo
risveglio avvenne dopo la guerra ispano-americana, durante la quale le
truppe di neri avevano combattuto con straordinario coraggio e dalla quale
essi tornarono sentendosi, come esseri umani, allo stesso livello dei
soldati bianchi. Fino ad allora l´unico movimento esistente fra i neri
consisteva in un´associazione educativa semifilantropica, guidata da
Booker T. Washington e finanziata dai capitalisti bianchi. Questo
movimento si esplicava nell´organizzazione di scuole in cui si educavano i
neri ad essere buoni servitori dell´industria. Quanto al nutrimento
spirituale, si consigliava loro di rassegnarsi al destino di popolo
oppresso. Nel corso della guerra ispanica fra i neri nacque un movimento
riformista combattivo che rivendicava la parità sociale e politica coi
bianchi. All´inizio della prima guerra mondiale mezzo milione di neri, che
erano entrati nell´esercito americano, vennero trasportati in Francia,
dove, acquartierati in reparti francesi, scoprirono di colpo che era
possibile essere trattati da pari a pari, sia sul piano sociale che sotto
ogni altro aspetto. Lo stato maggiore americano pregò il comando supremo
francese di interdire ai neri il soggiorno in luoghi frequentati dai
bianchi, ed anche di trattarli da inferiori. Alla fine della guerra i
neri, molti dei quali avevano ottenuto medaglie al valore dai governi
francese e inglese, tornarono nei loro villaggi del sud e là vennero
sottoposti a linciaggio perché osavano indossare per strada la loro divisa
e le loro decorazioni.
Nello stesso periodo nacque un movimento
forte tra i neri che non erano partiti. Si trasferirono a migliaia al
nord, iniziarono a lavorare nelle industrie belliche, entrando così in
contatto con la corrente impetuosa del movimento operaio. Per quanto alti,
i salari restavano indietro rispetto all´ascesa impressionante dei prezzi
dei generi di prima necessità. Inoltre, vedendo che veniva spremuta tutta
la loro forza sino all´ultima stilla, e a fronte della tensione continua e
dell´enorme impegno sul lavoro, i neri provavano molto più risentimento
dei lavoratori bianchi, ormai abituati al terribile sfruttamento da tanti
anni.
I neri scioperarono insieme ai lavoratori
bianchi e ben presto si unirono al proletariato industriale. Si
dimostrarono molto ricettivi alla propaganda rivoluzionaria. Allora venne
fondato il giornale "Messenger", pubblicato da un giovane nero, il
socialista Randolf, a scopo di propaganda rivoluzionaria. Questo giornale
unì la propaganda socialista ad un appello alla coscienza razziale dei
neri e all´invito ad organizzare l´autodifesa contro gli attacchi brutali
dei bianchi. Al contempo il giornale insisteva sullo stretto collegamento
con i lavoratori bianchi, malgrado questi ultimi spesso prendessero parte
alla caccia al nero, e sottolineava come l´ostilità fra razza bianca e
nera fosse sostenuta dai capitalisti nel loro proprio
interesse.
Il ritorno dell´esercito dal fronte gettò
di colpo sul mercato del lavoro parecchi milioni di lavoratori bianchi.
Questo portò alla disoccupazione, e l´irrequietezza dei soldati
smobilitati assunse proporzioni tanto minacciose che gli imprenditori,
volendo incanalare lo scontento, furono costretti a dire ai soldati che i
loro posti di lavoro erano stati presi da neri, incitando così i
lavoratori bianchi al massacro dei neri. Il primo scontro avvenne a
Washington, dove gli impiegati delle istituzioni governative tornati dalla
guerra trovarono i loro posti occupati da neri. La maggior parte di questi
impiegati veniva dal sud. Essi organizzarono un attacco notturno al
distretto dei neri, per indurli col terrore a lasciare i loro posti di
lavoro. Tra lo stupore generale, i neri uscirono in strada armati di tutto
punto. Seguì un combattimento e i neri si batterono così bene che per ogni
nero morto vi furono tre bianchi morti. Qualche mese dopo a Chicago
scoppiò un´altra rivolta, che si protrasse più giorni e causò molte morti
da entrambe le parti. Più avanti ci fu una carneficina a Omaho. In tutti
questi scontri i neri, per la prima volta nella storia, mostrarono di
essere armati e splendidamente organizzati e di non aver più alcuna paura
dei bianchi. I risultati della resistenza dei neri furono innanzitutto un
ritardato intervento del governo, in secondo luogo l´ammissione dei neri
nei sindacati della Federazione americana del lavoro.
La coscienza razziale crebbe tra i neri
stessi. Attualmente fra loro c´è una sezione che predica la sollevazione
armata contro i bianchi. I neri tornati dalla guerra hanno fondato ovunque
delle associazioni, sia per autodifesa, che per combattere i bianchi
sostenitori dei linciaggi. La diffusione del "Messenger" è in
continuo aumento: al momento esce in 180.000 copie mensili. Intanto le
idee socialiste hanno messo radici e si diffondono rapidamente tra i neri
occupati nell´industria.
In qualità di popolo schiavizzato e
oppresso, i neri ci pongono due compiti: da un lato un forte movimento
razziale, dall´altro un forte movimento proletario di lavoratori la cui
coscienza di classe matura rapidamente. I neri non pongono
una rivendicazione di indipendenza
nazionale. Un movimento che persegua un´esistenza nazionale separata, come
ad es. il movimento "Ritorno all´Africa", che abbiamo potuto
osservare qualche anno fa, non ha successo fra i neri. Essi si considerano
soprattutto americani, e negli Stati Uniti si sentono a casa propria. Ciò
semplifica notevolmente i compiti dei comunisti.
L´unica politica corretta dei comunisti
americani nei confronti dei neri è quella di considerarli prima di tutto
come lavoratori. I braccianti agricoli e i piccoli contadini del sud,
nonostante l´arretratezza dei neri, ci pongono gli stessi compiti che
dobbiamo affrontare con il proletariato rurale bianco. Fra i neri occupati
al nord come operai dell´industria la propaganda comunista è fattibile. In
entrambe le parti del paese dobbiamo sforzarci di organizzare i neri negli
stessi sindacati dei bianchi. E´ questo il mezzo migliore e più rapido per
estirpare il pregiudizio razziale e per destare la solidarietà di
classe.
I comunisti non devono tenersi a distanza
dal movimento dei neri, che rivendica la loro parità sociale e politica e
che, attualmente, in una fase di rapida crescita della coscienza razziale,
si sta diffondendo velocemente tra le masse nere. I comunisti devono
utilizzare questo movimento per smascherare la menzogna dell´uguaglianza
borghese, ed enfatizzare la necessità della rivoluzione sociale, che non
solo affrancherà dalla schiavitù tutti i lavoratori, ma che è anche
l´unica via per liberare il popolo asservito dei neri.

* traduzione dal tedesco di Marina
Ferraresi


http://www.sottolebandieredelmarxismo.it/

Friday, June 20, 2008

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Pierre Brouè/R. Vacheron – Assassinii nel Maquis. La tragica morte di Pietro Tresso – Prospettiva – 12,92 euro scontato 8,50 euro
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(gli altri volumi delle opere scelte di Trotsky sono disponibili a richiesta con il 30% di sconto)

Pierre Brouè e la sua "Storia del Partito Comunista dell'URSS"


Sull'interessante sito del "Ceip Trotsky" (www.ceip.org.ar) colelgato al Partido de los Trabajadores - Estrategia Internacional argentino è stato di recente digitalizzata l'opera di Pierre Brouè "Storia del partito bolscevico dell'URSS" a suo tempo tradotta in italiano per i tipi della Schwarz e ormai introvabile. L'opera, pur essendo datata (1963) e in larga parte storiograficamente superata (interpretazione dello stalinismo, ruolo delle opposizioni interne nel partito, khruscevismo, ecc.) rappresenta comunque un manuale interessante per introdursi alla storia della socialdemocrazia russa. Sullo stesso sito, dello stesso autore, è possibile consultare la traduzione in spagnolo di un'altra opera di Brouè a suo tempo apparsa sui Caihers Leon Trotsky ed inedita in lingua italiana sulla storia dell'opposizione di sinistra in URSS.

Wednesday, June 18, 2008

La crisi alimentare, quarant'anni fa...


Arrigo Cervetto - La fame capitalistica dell'India (Lotta Comunista, 1966)
Un articolo di più di 40 anni fa che ci ricorda come la "crisi alimentare" sia qualcosa di endemico nel capitalismo...

Mentre il Lunik 9 inviava le nitide immagini della Luna, l'ONU e la FAO fornivano una più impressionante fotografia della Terra, quasi a testimoniare quale grado di barbarie abbia raggiunto la storia del mondo capitalistico alle soglie delle sue avventure « lunari ». Forte della sua « scienza» che lo proietta nell'esplorazione dell'universo il capitalismo non sa e non può risolvere i problemi che da millenni angustiano l'umanità. Dice l'ONU che l'India, dopo aver registrato due cattivi raccolti nel 1962 e nel 1963, ha subito nel 1965 la peggiore siccità della sua storia recente. Sette grandi Stati sono gravemente toccati dalla carestia. Circa 100 milioni di abitanti sono in una situazione di grave penuria alimentare. Di questi, ben 20 milioni di bambini sono sull'orlo della morte per inedia. Si prevede che la crisi attuale si aggraverà progressivamente nel corso dei prossimi mesi. Occorrono, infine, dagli 11 ai 14 milioni di tonnellate di cereali per impedire la morte di milioni di indiani. Altre notizie, ancora più gravi, sono fornite dagli organi più informati della stampa mondiale.
Scrive « Le Monde » che mentre a Nuova Delhi l'anniversario della indipendenza era festeggiato con una grande parata militare in cui i carri armati A.M.X « hanno diviso con i Centurion britannici il posto d'onore accordato dagli indiani ai «vincitori dei Patton», e nel cielo i Mystere di cui si vanta qui la superiorità sui Sabres americani, hanno preso parte alla dimostrazione aerea in compagnia dei Gnats costruiti in India e dei Mig consegnati dai sovietici », negli Stati del Kerala e di Madhya-Pradesh avvenivano tumulti popolari. A Trivandrum, capitale del Kerala, a Calicut, a Trichur, a Ernakulam, a Kottayan le masse manifestavano per la fame, si scontravano con la polizia, saccheggiavano alcune sedi di partiti.
Lo stesso « Le Monde » riferisce che alla riunione di Jaipur del Partito del Congresso le contraddizioni che sono alla base della crisi alimentare esplodevano violentemente:
a La crisi alimentare ha fatto apparire una situazione allarmante, ogni Stato che dispone di un surplus si sforza di trattenere le proprie risorse piuttosto che portare soccorso alle regioni deficitarie. Mentre che, di fronte al pericolo esteriore, l'India ha fornito nel settembre 1965 una confortante dimostrazione di unità, l'egoismo regionale si è riaffermato con forza quando si è trovato a far fronte alla fame. E' così che nel Kerala. dove la situazione è più grave, i cittadini non hanno che una razione di riso di 140 grammi - un terzo del minimo vitale - mentre che in certi stati vicini, questa razione raggiunge 200 o anche 300 grammi, e passa i 400 grammi nel Cachemire, il quale beneficia sempre di una situazione privilegiata, poiché conviene, in questa regione politicamente instabile, di ammansire gli spiriti soddisfacendo gli stomaci ».
La realtà mistificata Continuiamo a far parlare « Le Monde » del 3-4 febbraio, perché la sua fotografia dell'India è fatta a molti ingrandimenti e meglio dei piagnistei di Montini e dell'Unità subito accodatasi ( in omaggio al « dialogo » con il Vaticano) sino al punto di definirli di « un carattere eccezionale, diremmo rivoluzionario ».

Scrive il ... meno rivoluzionario Jean Wetz di « Le Monde »:

« E' vero che l'ineguaglianza nella distribuzione delle risorse alimentari tocca la struttura stessa del paese. Il ministro dell'alimentazione, Subramanian, che è stato violentemente attaccato e che esce fortemente malmenato da questo dibattito, aveva pertanto riconosciuto che le « zone alimentari » interdicenti i trasporti di grano da uno Stato all'altro costituiscono un ostacolo deplorevole. Ma bisogna pure osservare che l'abolizione di queste frontiere alimentari suppone sia la libertà completa del commercio del grano, sia un controllo totale dello Stato. La prima soluzione sarebbe impossibile perché lascerebbe libero corso alla speculazione. La seconda non sarebbe meno attuabile, perché « solo un dittatore » potrebbe imporre all'India un sistema di approvvigionamento interamente controllato dallo Stato... Se è vero che l'amministrazione indiana sarebbe incapace di prendere in mano tutta la distribuzione delle risorse alimentari è pur vero che il commercio dei grani è largamente controllalo dai contadini ricchi e dai commercianti delle città, che costituiscono uno dei principali sostegni politici del Partito del Congresso. D'altra parte il ministro ha replicato agli oratori del Kerala facendo loro rimarcare che la razione di riso distribuita nel loro Stato è interamente fornita dal Governo centrale. Ma se le autorità locali si decidessero a mettere le mani sul milione di tonnellate di riso che è coltivato nel Kerala stesso la razione potrebbe essere immediatamente raddoppiata ».
E qui incominciamo ad osservare uno degli aspetti più importanti della fotografia ingrandita dell'India e che ci dimostra come l'attuale crisi alimentare sia un portato specifico del suo sviluppo capitalistico più che una conseguenza d'ordine naturale.
E' logico che i difensori del sistema capitalistico, Vaticano in testa cerchino di nascondere le vere cause del disastro indiano e si affidino, come sempre, ad eventi e calamità naturali e... soprannaturali. E' ancora più logico che gli opportunisti d'ogni genere, dai socialdemocratici al PCI, non si distacchino di molto da questa versione che mistifica la realtà.

Carattere capitalistico della sovrappopolazione

Sostanzialmente tutti ripetono la stessa cosa proiettando la loro ideologia interclassista sul mondo intero: occorre maggiore « giustizia distributiva » occorre che i « paesi ricchi » aiutino i « paesi poveri », la fame nel mondo è un prodotto dell'imperialismo e della diseguale distribuzione delle risorse.
L'Unità in questo slancio « interclassista » ed « umanitario » arriva a dire ché « 1'85% dei prodotti del globo sono detenuti da una porzione estremamente ridotta della popolazione: il 15% ».
Nel suo linguaggio è scomparsa ogni traccia di analisi marxista, le classi diventano la popolazione, il mondo viene diviso tra paesi ricchi e paesi poveri. Che anche nei « paesi poveri » vi sia il capitalismo l'Unità non lo lascia capire ai suoi lettori.
Certamente esiste una situazione mondiale che è riflessa dai dati riportati dall'Unità. Certamente l'azione delle potenze imperialistiche influisce enormemente nell'ineguale sviluppo economico dei vari paesi. Ma, come scrisse Lenin, quando analizzò magistralmente tale ineguale sviluppo, si tratta pur sempre di un ineguale sviluppo capitalistico, e non di un ineguale sviluppo economico) non definito. Che eventi naturali, quali 13 siccità, influiscano sulla produzione agricola è un dato di fatto che il marxismo non nega.
Nega soltanto che questi fenomeni naturali possano spiegare il corso della produzione capitalistica. Questo è tanto più vero per l'India. Marx e Rosa Luxemburg, in scritti illuminanti, hanno dimostrato per sempre che ciò che non erano riusciti a fare le avversità della natura e le invasioni straniere in India, lo fece il capitalismo inglese. L'economia agricola naturale, basata sulle comunità di villaggio, venne spezzata e vi si trapiantò un tipo particolare di proprietà terriera. L'attività artigianale venne scissa dal lavoro agricolo. Da un secolo l'India vive nel drammatico trapasso da un'economia precapitalistica ad un'economia capitalistica. Questo suo sviluppo capitalistico lo pagano, come già accadde in Europa, in Inghilterra, in Russia, milioni di uomini con la fame e la morte, milioni di contadini che la rottura dell'economia agricola naturale crea in sovrabbondanza nelle campagne e che si riversano nelle città. René Dumont nel suo libro « Uomini e Fame » scrive che l'India « per lungo tempo restò sottopopolata; per lungo tempo, essa poté ottenere molto dalla terra, con poco lavoro: una enorme copertura di foreste, lo spazio illimitato, quasi, delle pianure fertili e degli altipiani, appena ondulati... ».
Oggi l'India viene indicata come un paese sovrappopolato, ma non si specifica il tipo sociale della sovrappopolazione, cioè in rapporto a quale sistema di produzione si è determinata una eccedenza di popolazione. Quello che da un lato viene indicato come sovrappopolazione diventa poi, da un altro lato, una risorsa.

Proletarizzazione e rivoluzione comunista

Scrive Charles Bettelheim nella sua « Storia dell'India indipendente » che: « La principale difficoltà che ostacola l'industrializzazione indiana non è l'insufficienza di risorse mediante le quali questo paese potrebbe accrescere il proprio saggio di accumulazione. Queste risorse sono considerevoli. Esse si presentano per lo più sotto la forma di una rilevante sottoccupazione e di uno scarso sfruttamento delle ricchezze naturali, compresa la terra ».
La sovrappopolazione si traduce quindi in un fenomeno storico che tutti i paesi capitalistici hanno attraversato nelle prime fasi dell'accumulazione cioè nella creazione di una manodopera che è libera di vendere la sua forza-lavoro al capitale e nel frattempo anche di morir di fame. Tutti i paesi hanno avuto questo tipo di sovrappopolazione allorquando, rotti i rapporti precapitalistici di produzione nelle campagne, milioni di uomini affamati si precipitarono nei centri urbani in cerca di quel lavoro e di quel pane che le nuove forme di produzione agricola ormai negavano loro.
E solo questa sovrappopolazione di merce forza-lavoro ha permesso al capitalismo di svilupparsi e di creare delle nazioni industriali. In India questo fenomeno storico si presenta decuplicato, con una rapidità impressionante che moltiplica il dolore della tragedia, con una estensione che mette a nudo l'essenza dell'annientamento fisico, della morte, con una spirale caotica che ne mette in luce tutta la sua inumanità.
Basti un dato per definire il carattere sociale della sovrappopolazione indiana: dal 1951 al 1961 le città con più di 20.000 abitanti hanno aumentato la loro popolazione del 40%. I disoccupati, dal 1956 al 1961, sono aumentati di 6,7 milioni raggiungendo i 9 milioni di unità. Lo stesso 3O Piano Quinquennale indiano prevede che, nei cinque anni, i disoccupati aumentino di 6 milioni e raggiungano la cifra di 15 milioni. Certamente non si può parlare di carestia della materia prima fondamentale per l'investimento di capitale: la forza-lavoro.
Per questa enorme « massa di miseria » (che gli ignoranti economisti borghesi con il loro codazzo di revisionisti, chissà perché non includono mai nelle loro statistiche quando credono di dimostrare che Marx si era sbagliato nel prevedere la pauperizzazione del proletariato: i milioni di indiani, signori economisti, che muoiono di fame nei marciapiedi delle metropoli del
la « democratica » patria di Gandhi, cosa sono se non dei proletari?), a per questa enorme « miseria delle masse » la fame e la morte dipendono ormai poco dai buoni e dai cattivi raccolti. La fame di Calcutta, di Bombay, di Nova Delhi, di queste capitali dell'India borghese dove si calcola che addirittura la metà della popolazione nasca, viva e muoia sui marciapiedi è una fame « sociale » che non dipende certo dalla siccità. Basterà un altro dato per comprendere come la pauperizzazione nelle grandi città indiane non sia un fenomeno asiatico ma un fenomeno capitalistico che ha assunto dimensione asiatiche.
Le metropoli indiane sono dei grandi centri industriali e commerciali capitalistici. Nel 1950 i salariati industriali rappresentavano l'11% della popolazione attiva e gli operai della grande industria il 2,1% sempre della popolazione attiva. Ci troviamo di fronte a delle moderne classi sociali e non a delle caste. Le città indiane hanno ormai una consistente classe operaia, che caratterizza il loro sviluppo capitalistico e che rappresenta oggettivamente una potente forza motrice della rivoluzione indiana, quantitativamente superiore, in rapporto alla popolazione, il proletariato russo nella rivoluzione del 1917. Anche sotto questo aspetto trova conferma un'altra previsione del marxismo. Quando Lenin negli scritti e nei Congressi del -Komintern pose l'India alla testa della rivoluzione in Asia molti si chiesero se non fosse questo un errore di previsione Lo stesso corso della rivoluzione cinese parve a costoro 13 conferma del loro giudizio. L'analisi di Lenin era però centrata, e la consistenza delle classi e del proletariato nella società indiana ne sono la prova. Il fatto che la rivoluzione cinese abbia sopravanzato quella indiana dimostra solo che la rivoluzione cinese ha assunto un corso populista, basato sulle classi contadine e non che il rapporto delle classi fondamentali, borghesia e proletariato, fosse più favorevole in Cina.
Anche in Cina, certamente, vi erano le forze motrici per sviluppare la rivoluzione « in permanenza » e per giungere allo sbocco della « doppia rivoluzione » come era accaduto in Russia. Il proletariato cinese aveva una forza sufficiente per condurre le masse dei contadini poveri in una rivoluzione socialista.

I morti del Bengala e l'antifascismo

Lo stalinismo frantumò questa possibilità storica perseguendo la tattica menscevica di appoggio alla borghesia nazionale e d'ingresso del PCC nel partito borghese del Kuomintang. Il risultato è ben noto: il massacro della classe operaia cinese nel 1927, da un lato, e l'affermarsi, come conseguenza della sconfitta di classe, della corrente populista e nazionalista del « maoismo », dall'altro che trovò la sua base sociale nei contadini e nelle « quattro classi ». Meno noto, invece, è il portato che tale sconfitta e tale svolta ebbero sul corso della rivoluzione indiana.
Abbandonata dall'Internazionale la strategia leninista della rivoluzione in Asia, anche il movimento comunista indiano doveva finire con l'essere assorbito dalla direzione borghese della rivoluzione democratica, cioè in pratica dalla politica del Partito del Congresso. Il PC indiano seguì fedelmente tutta l'evoluzione della politica estera sovietica, sino ad appoggiare i « fronti popolari » con la borghesia e la « guerra antifascista » a fianco dell'Inghilterra. E tutto ciò mentre in India, ancora più che in Cina, si andavano accumulando gigantesche contraddizioni di classe e forze oggettivamente rivoluzionarie, come era stato previsto da Lenin. Basti pensare che la seconda guerra imperialista mondiale offrì all'India una possibilità immediata di liberazione nazionale. La stessa borghesia nazionale fu divisa sul problema dell'alleanza con l'Inghilterra e alla fine prevalse la linea di apoggio alla « guerra antifascista in cambio della promessa di una futura indipendenza. Gli indiani furono inviati a farsi massacrare sui fronti imperialisti, mentre, nel Bengala morivano 3 milioni e mezzo di persone di fame, a seguito di una carestia, secondo la stima dello studioso indiano K.P. Chattopadhyaya. Dice il Bettelheim che un altro milione morì a causa delle successive epidemie. La carestia era dipesa più da una cattiva organizzazione dei rifornimenti che da un grave deficit. Questo deficit era valutato in 1,4 milioni di tonnellate di cereali, cioè non era un deficit molto grave poiché corrispondeva al solo 2% del raccolto medio indiano ed era meno di un decimo di quello attuale, eppure, conferma il Bettelheim « nessuna misura fu presa per convogliare una sufficiente quantità di viveri verso il Bengala e combattere contro la speculazione e l'accaparramento ».
Quattro milioni e mezzo di morti per fame nel Bengala. Che differenza c'è tra questi morti e quelli dei campi di concentramento del terzo Reich?
Il Bengala non fu un enorme e criminale campo di concentramento?
Eppure i « miti » indiani, la cui natura, si dice in ogni occasione, è espressa nel pacifismo gandhiano che li porta a rifiutare la violenza comunista, furono mandati a liberare gli schiavi dei campi di concentramento nazisti in nome della libertà » e « della democrazia »!
Ecco un caso « concreto » che dimostra come fascismo e antifascismo non fossero altro che le trincee dell'imperialismo. Inutile aggiungere che il PC indiano, invece di porsi alla testa delle masse affamate e spingerle alla violenza rivoluzionaria contro la borghesia indiana e l'imperialismo inglese come avrebbe fatto un vero partito leninista, si schierò sulla trincea « antifascista », cioè a fianco del Partito del Congresso e dell'imperialismo inglese, come del resto fece il partito maoista in Cina.
Possiamo ancora dire che la previsione di Lenin sulle proporzioni della rivoluzione socialista, era sbagliata? L'evoluzione delle contraddizioni della società indiana ha dimostrato che un partito bolscevico avrebbe potuto, in un periodo ancora più breve che in Russia, strappare la direzione delle masse lavoratrici alla borghesia, agli industriali, agli agrari e ai piccoli borghesi. In Russia il partito partì da posizioni molto più deboli di quelle dalle quali era partito quello indiano senza l'appoggio di una Internazionale anzi in lotta aperta contro quella socialdemocratica, e riuscì nel corso di una guerra imperialista a prendere la direzione delle masse contadine, sino ad allora passive, superstiziose, prigioniere della religione tanto quanto quelle indiane. Il partito russo si trovò ad essere isolato, in un movimento internazionale socialista, caduto in preda al socialsciovinismo.
Ma il partito bolscevico fu internazionalista, lottò contro la II Internazionale e vinse. Il partito indiano non lo fece, non colse l'occasione della guerra mondiale imperialista, perché da anni era già socialsciovinista, da anni era staliniano.

Mancanza del partito rivoluzionario

Quando il movimento operaio potrà fare un bilancio della sua storia, scoprirà quanto grande sia stato il disastro portato dallo stalinismo allo sviluppo della rivoluzione indiana. Le conseguenze le sta pagando il proletariato internazionale, e in particolare il proletariato e i contadini poveri dell'India.
Oggi l'India manca di un partito veramente comunista ed internazionalista che sappia agitare le masse dei contadini poveri, facendo perno sul proletariato industriale, ed incanalare i fermenti di rivolta Che serpeggiano nel subcontinente verso obiettivi precisi della rivoluzione socialista.
Ancora una volta assistiamo in India alla mancata saldatura tra le condizioni oggettive e quelle soggettive essendo ben presente una crisi di vaste dimensioni e mancando, invece, la coscienza di questa crisi, il partito rivoluzionario. E come sempre, quando manca una volontà politica organizzata e rivoluzionaria che ponga una soluzione socialista alla crisi, questa finisce con l'aggravarsi a maggior danno delle masse lavoratrici.

Cause sociali e condizioni naturali

Che la crisi tenda ad aggravarsi in questo senso sono i suoi stessi caratteri capitalistici ad indicarlo.
Esaminiamo i caratteri capitalistici dell'agricoltura indiana. Ci serviremo ancora una volta dei dati del Bettelheim.
« Non si può pensare che le superfici di cui dispone l'agricoltura indiana siano insufficienti. Le superfici coltivabili sono valutate dalla FAO in circa 160 milioni di ettari ».
Nel 1951 l'India aveva una disponibilità di 0,35 ettari per abitante, la Cina di 0,19, la Francia di 0,5.
Sempre nel 1951 l'India aveva una disponibilità di 0,5 ettari per ogni persona che vive nella agricoltura, la Cina di 0,22 , il Viet Nam di 0,25, l'Egitto di 0,13.
Nel 1950 il rendimento di riso per ettaro coltivato era:

India 11 quintali
Cina 13 »
Birmania 14 »
Egitto 30 »
Giappone 40 »

Nel 1950 il rendimento di frumento per ettaro coltivato era:
India 6,6 quintali
Cina 7 »
Egitto 18 »
Giappone 18 »
Quindi, mentre l'India non ha una bassa disponibilità di ettari coltivabili e coltivati per abitante e per agricoltori registra uno dei più bassi rendimenti del mondo. Perché?
Le risposte che comunemente vengono date sono: mancanza di acqua ed esistenza di rapporti precapitalistici (autoconsumo, forme di tipo feudale ecc.).
La piovosità indiana è, invece, relativamente elevata ( 1250 mm. annui), ma irregolarmente distribuite dato il mancato controllo delle acque solo il 12% della terra coltivabile è irrigata. Ciò potrebbe rappresentare una condizione di tipo precapitalistico, ma per smontare questa tesi basti ricordare che ben il 40-45% dei prodotti agricoli è commercializzato, cioè entra in rapporti di scambio mercantili e supera la fase dell'autoconsumo.
Quasi la metà della produzione agricola entra sul mercato ed in un mercato che vede non solo il piccolo commercio ma soprattutto la grande industria.
Insomma non ci troviamo di fronte a rapporti mercantili semplici ma ad un sistema mercantile dove predomina il grande capitale.

Rapporti capitalistici nell'agricoltura

Lo sviluppo dei rapporti mercantili nella agricoltura non riguarda solo uno scambio all'interno di questa ma soprattutto uno scambio con la grande industria nazionale e con il mercato mondiale.
« Fra il 1896 e il 1936-54 - scrive Bettlheim - l'unico grande sviluppo della produzione agricola riguarda... le colture commerciali... il valore di questa produzione rappresenta, nel periodo dell'indipendenza, circa il 30% del valore della produzione agricola; essa è pressappoco raddoppiata rispetto al periodo 1896-1905 ».
Quasi la metà della produzione agricola è commercializzata, quasi un terzo è rappresentato da colture commerciali. Vedremo in seguito cosa significhino questi dati per quanto riguarda la crisi alimentare Per ora ci limitiamo ad individuare dietro di essi la struttura delle classi nelle campagne indiane. Troveremo che la produzione per la vendita sul mercato interno ed internazionale significa impiego di lavoro salariato ed infatti ben il 38% della popolazione attiva in agricoltura è costituito da salariati, Per inciso osserviamo che è una percentuale altissima, molto più alta di quella indicata da Lenin nella sua analisi dello sviluppo del capitalismo in Russia, e che ci permette di definire la seconda importante forza motrice della rivoluzione socialista in India. La forte proletarizzazione nel le campagne indiane, è, inoltre, caratterizzata da un aspetto particolare che non troveremo, ad esempio, nella Russia del 1917 e che non troviamo in altri paesi arretrati: la popolazione rurale indiana, nel 1961, era scesa al 70% circa in pratica ciò significa che circa un terzo della popolazione è urbana e che è inesatto definire l'India un paese a stragrande maggioranza formato da « contadini ».

Moderne classi
sociali in India

L'americano Richard D. Lambert fornisce una serie di valutazioni che ci permettono di approfondire la configurazione sociale in India.
Nel 1951 la popolazione rurale era 1'82,7% del totale. Le dieci più grandi città dell'India avevano raddoppiato la popolazione dal 1931 al 1951, ma dal 1951 al 1961 ben 32 città hanno più di 200.000 abitanti e ben 76 città superano i 100.000 abitanti. Secondo il Lambert il fenomeno ha due cause: l'emigrazione di 8 milioni di indù e sikh rifugiatisi dal Pakistan nelle metropoli nordiche ed occidentali dell'India e l'emigrazione dalle campagne per cui un terzo degli abitanti delle città è oggi costituito dallo spopolamento rurale. Siccome il numero degli operai occupati nelle città è rimasto abbastanza costante sulla cifra di 2 milioni e mezzo di occupati nel 1951 (1947: 2 milioni circa ), il risultato è che si è creata « una profonda povertà nelle città »da un lato, e che si è costituita una « élite » come la chiama il Lambert di circa 5 milioni di persone. Se teniamo presente che il 3,4% della popolazione è costituito da imprenditori, il 50,9% da artigiani e lavoratori in proprio e il 45,7% da lavoratori dipendenti, abbiamo finalmente sulla scorta di dati americani che per quanto riguarda la proletarizzazione non si discostano molto dalle stime del Bettelheim anche se questi non aveva tentato una stima statistica delle altre classi, un quadro della società indiana. Dividiamo, infine, la « élite » dei 5 milioni del Lambert in alta e media borghesia, anche nel le sue appendici di alta e media burocrazia, ed il 50.9% degli artigiani e lavoratori indipendenti in piccola borghesia e contadini poveri, aggiungiamo il 45,7% dei lavoratori dipendenti ed avremo anche la dimensione quantitativa delle classi sociali in India.

La fame nelle metropoli borghesi

Non ci sono dati sufficienti per vedere questa dimensione nei diversi settori (industria, agricoltura, servizi e commercio), o meglio i dati non permettono di vedere la precisa collocazione del 50,9% nei tre settori in quanto questa percentuale comprende « artigiani, lavoratori indipendenti », cioè piccoli produttori indipendenti dell'industria e dell'artigianato e piccoli commercianti.
Dobbiamo, però, ritenere che è da questi strati, dai contadini poveri senza terra e dal bracciantato agricolo sottoccupato che si è andata formando quella massa enorme proletarizzata di miserabili, valutata in 15 milioni di persone, che si addensa sulle città e che socialmente possiamo definire come la terza forza motrice della rivoluzione socialista indiana. Questa « terza forza » motrice presenta caratteri tipici, in quanto analoga a quella che si è formata in ogni società che ha attraversato le prime fasi dello sviluppo capitalistico, e caratteri peculiari, in quanto una tale fenomeno non ha mai raggiunto il grado di espansione che ha raggiunto in India. Da questo punto di vista costituisce una « particolarità » della rivoluzione indiana, che dimostra quanto sia fallace la presunta « particolarità » pacifista teorizzata da tutti gli opportunisti.
Crediamo che non vi siano più dubbi sul carattere capitalistico della società indiana. Resta da vedere la contraddizione tra lo sviluppo capitalistico e l'arretratezza de l'agricoltura. Questa arretratezza si spiega, appunto, col carattere capitalistico. In altre parole la elevata commercializzazione della produzione agricola e la fortissima differenziazione di classe nelle campagne, con l'elevatissimo impiego di lavoro salariato, ci dimostrano la formazione di una consistente accumulazione di capitale nel settore agrario, ma non ci dimostrano ancora come questo capitale è investito e ripartito.
Nella fase in cui si trova l'accumulazione capitalistica nelle campagne indiane esiste il predominio da un lato, della rendita fondiaria e, dall'altro del capitale commerciale ed usurario In pratica, il capitale accumulato viene in gran parte divorato dalla rendita rappresentata dalla figura sociale del proprietario terriero parassita, e in parte investito in forme commerciali ed usurarie. Una parte, infine trattenuta da misure fiscali, va alla burocrazia e all'investimento nella industria di stato e privata attraverso il meccanismo dell'intervento statale. Ciò spiega la crisi delle campagne, la crisi alimentare, il disastro della produzione di beni alimentari, il mancato investimento nelle attrezzature di irrigazioni, di bonifica, di infrastrutture.
Il predominio della forma commerciale ed usuraria del capitale nelle campagne non significa che una parte del capitale stesso non venga impiegata in forma industriale nella produzione agricola.
Anzi, l'esistenza di questo tipo di investimento, appunto perché non rappresenta ancora la forma predominante e perché avviene solo per zone, finisce con l'accentuare gli squilibri, finisce con l'aggravare la crisi.

L'esempio del Kerala

Prendiamo l'esempio del Kerala, cioè dello stato dell'Unione più « avanzato » e più « progressista »( minore analfabetismo, più alta « cristianizzazione », maggioranza « comunista »). Il Kerala è lo stato più capitalista e quello dove più si muore di fame. Perché? Perché la sua agricoltura è più « avanzata » di quella degli altri Stati: produce più colture commerciali che colture alimentari, le sue esportazioni sul mercato mondiale forniscono un quinto delle divise estere guadagnate dall'India. Non a caso i rappresentanti del Kerala nel Parlamento indiano hanno minacciato la secessione se non si stabilisce un sistema unico di ripartizione delle derrate alimentari abolendo le « zone alimentari », dicendo che se gli altri stati mantengono il loro diritto di trattenersi il riso, il Kerala si arrogherà il diritto di trattenersi le sue divise estere per acquistare il nutrimento per i suoi abitanti.
Sentiamo ancora una volta la testimonianza di « Le Monde »:
« Il Kerala è a questo riguardo in una situazione particolarmente difficile. E' come si sa lo Stato più progressista dell'India il solo stato del mondo dove i comunisti sono riusciti, nel 1958, a prendere il potere in un modo perfettamente democratico è pure lo Stato indiano dove il livello d'istruzione è più elevato e dove le minoranze cristiane occupano il più largo posto E' infine, lo Stato dove la densità della popolazione è la più forte, poiché raggiunge 1127 persone per kmq Il Kerala produce solamente la metà del riso che consuma in tempo normale e dipende per il suo approvvigionamento dagli stati vicini Andhra, Pradesh e Madras. Il fatto che questi due Stati, toccati essi stessi quest'anno dalla siccità, rifiutino di ripartire le loro risorse e non effettuino che molto parzialmente i rifornimenti promessi è evidentemente risentito nel modo più vivo. Il Kerala ha in effetti consacrato l'essenziale della sua attività agricola a delle produzioni più lucrative quali il tè, il caucciù, la noce di cocco ed il pepe ».

Il capitalismo produce fame

L'esempio del Kerala è quindi illuminante. Scrisse Engels a proposito della grande carestia russa del 1891:
« Il cattivo raccolto in Russia è diventato carestia, e una carestia come in Europa occidentale da tempo non la si conosce; come non è frequente neppure in India, il paese tipico per calamità del genere, e come, nella Santa Russia dell'epoca in cui non esistevano ancora ferrovie, era difficile che raggiungesse un grado così elevato Come spiegare questo fatto? Molto semplice La carestia in Russia non è il risultato del puro raccolto deficitario; è un episodio della rivoluzione sociale che la Russia sta compiendo fin dall'epoca della guerra di Crimea: è solo l'acutizzazione, in seguito a un cattivo raccolto, delle sofferenze croniche legate a questa rivoluzione profonda »
Anche l'attuale fame dell'India è solo l'acutizzazione delle sofferenze croniche legate a quella rivoluzione profonda delle forze produttive che si chiama capitalismo. Possono bruciare incenso quanto vogliono, i santoni d'Oriente e d'Occidente non riusciranno ad oscurare questa verità

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Sul filo della storia:

Marx sulla carestia e la fame
In occidente:

« La carestia abbatté nel 1846 in Irlanda più di un milione di uomini, ma soltanto poveri diavoli. Non pregiudicò minimamente i ricchi del paese. L'esodo ventennale che le seguì e che ancora aumenta non decimò affatto, come ad esempio la Guerra dei Trent'anni, i mezzi di produzione insieme agli uomini ».

E In oriente:

« Nella sola provincia di Orissa più di un milione di indù morì di fame nel 1866.
Cionondimeno si cercò di arricchire la cassa dello stato indiano con i prezzi ai quali si cedevano mezzi di sussistenza alla gente che stava per morir di fame ».

(K. MARX - Il Capitale cap. 23 e cap. 24)

Oriente e Occidente

Gli indiani non raccoglieranno i frutti degli elementi di una società nuova seminata in mezzo a loro dalla borghesia britannica, finché nella stessa Inghilterra le classi dominanti non saranno abbattute dal proletariato industriale.

(K. MARX - New York Daily Tribune 8 agosto 1853).

Friday, June 13, 2008

Yurii Colombo - Elections and the crisis in the Italian left

pubblished in Socialist Alternative (june 2008) www.sa.org.au

After only two years of centre-left government, Silvio Berlusconi is back in office. In 2001 Berlusconi promised a new economic boom and put himself forward as a champion of neo-liberal policies. Now he's more circumspect. The Italian crisis is graphically evident: in the last five years GDP has only grown by about 0.1 per cent a year, and the unemployment rate is steady at 8 per cent.

Of course the cabinet will emphasise law and order issues and will try to close the borders to immigrants; but we need to understand the nature of the Italian right, which built a strong coalition between small and medium entrepreneurs, the middle classes and the northern working class. The bankers, the big industrialists and most important media supported the Democratic Party.

So it's a mistake to describe the new Berlusconi government as a "neo-liberal" coalition. Berlusconi's coalition is populist, openly protectionist, cries about the defence of the Italian worker against the "Chinese danger", and declares itself "anti-globalist". Berlusconi has announced a big Keynesian program of social spending. And the minister for the economy, Giulio Tremonti, declared recently, "The crisis should be paid for not by the poor, but by the bankers and petroleum bosses."

The Democratic Party failed because it put itself forward as a "right with a human face" and also because Prodi's government failed to raise the living standards of ordinary people.

The defeat of the left is historically significant. Until 1989 Italy had the biggest Communist Party in the Western world, with hundreds of thousands of members and millions of voters. Italy also had the most combative working class in Europe; the 1968 revolt was not a rebellion of few months but a "long autumn" that endured for 12 years.

In the April elections, the "Left Rainbow" - a coalition between Rifondazione Comunista (Communist Refoundation), the Greens and two other left parties - collapsed, receiving only 3.2 per cent of the vote, as against 10.3 per cent in 2006.



What happened?

The left began its support of Prodi's government in 2006 with huge ambitions. Fausto Bertinotti, the leader of Rifondazione Comunista said: "With the help of the social movements, we'll shift the centre-left coalition to the left."

In two years, the government, with the support of the left ministers, approved a tax cut for the bosses of 8 million euros ($12.4 million), a cut in pensions and an increase in the defence budget for the military campaigns in Lebanon and Afghanistan.

There was deep disillusionment among people on the left; the movement against the new NATO military base in Vicenza and the women's and gay movements were in the forefront of opposition to the government.

The decline of Rifondazione Comunista should give the international left cause to reflect. For some years Rifondazione was the model of a broad "new workers' party". But it didn't represent a mix of revolutionary and reformist politics; rather it was a reformist party that responded to an upsurge of class struggle and the rise of the movement against corporate globalisation by moving quickly to the left.

However when these movements declined, Rifondazione moved quickly to the right and spread the illusion among the working class that it is possible to change the very nature of a capitalist government. Moreover Rifondazione became a "soft" party: its membership declined from 150,000 members in 1996 to 60,000 disenchanted members today, and active members are a very small minority.

The two Trotskyist election lists (Critical Left and the Communist Workers Party) received a combined vote of about 1 per cent in the elections - about 350,000 votes. If they presented themselves together, they could be a serious alternative to Rifondazione and the leadership of the Rainbow. But we have to work very hard against the sectarian background of the far left.

Of course the far left couldn't fill the vacuum that opened up with the crash of the "Rainbow Left". They split from Rifondazione only a few months ago and many people decided to abstain or to vote Democratic Party against the right.

It's crucial in the next few months to build not only a necessary united front against the right, but also a political alternative inside the left. The Rifondazione conference will be held in July. There will be five different motions discussing the way forward.

We can easily forecast the decomposition - to the right as well to the left - of Rifondazione. But we need the most combative layers of Rifondazione to rebuild the left. We need an authoritative socialist organisation - quickly.

But only a serious balance sheet of the rise and fall of Rifondazione can lay the basis for a sustained revival of the Italian left. We need a principled revolutionary socialist organisation that will rebuild itself in the grassroots of the workplaces, communities and neighbourhoods. A left that tells the truth to the working class, even when it is a bitter truth.



Yurii is a long-term activist on the Italian left. He recently toured Australia as a speaker in the Socialist Alternative event, 40 years since the revolts of 1968.
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