Sunday, February 7, 2010

Terremoto nella sinistra italiana




Riceviamo e volontieri pubblichiamo:
Il terremoto della cosiddetta "sinistra" è lungi dall'essere concluso. Possiamo delineare tre tendenze in atto.
1. Il coagularsi nel medio periodo di un'area "democratica". Attorno al "moloch" del PD, incerto ma che può contare su un "blocco sociale" di grande impresa-cgil-cattolicesimo democratico si và agglutinando l'IDV di Di Pietro che fa del giustizialismo, dell'antiberlusconismo e di una capacità di attirare anche settori di lavoratori dipendenti e l'area del vendolismo. Un'area composita, ma omogenea, quando immagina la modernizzazione capitalistica in chiave liberal e progressista.
2. L'area della cosiddetta "federazione di sinistra". E' quella che si potrebbe rapidamente sgretolare se i risultati elettorali dovessere essere negativi anche nella prossima tornata elettorale. Il tentativo di portare le proprie esitanti truppe da parte del prc, all'interno della coalizione "democratica" intenderebbe salvare un ceto politico incapace di pensare alla propria esistenza fuori dalle istituzioni. Soprattutto dopo le elezioni europee hanno dimostrato che la rendita di posizione del simbolo della falce martello è ormai ridotto al lumicino, incapace di per sè di far superare il quorum alle sbandate forze del togliattismo. La disintegrazione di questa area politica potrebbe avvenire nel giro di pochi mesi triturata da Di Pietro e Vendola.
3. I gruppi che ognuno a suo modo, vogliono costituirsi come forze radicali, ma interne al quadro politico: si tratta del PCL di Ferrando, della Sinistra Critica movimentista, del PDAC ultratrotskista, dei maoisti del CARC, dei socialisti rivoluzionari di Dario Renzi e altre piccole sigle. Lontani gli uni dagli altri come pianeti di diverse galassie, difficilmente sapranno attrarre quote significative della diaspora della "sinistra radicale" proprio perchè non hanno una prospettiva che vada oltre delle proprie miserie e della visibilità mediatica.

In questa linea di faglia, solo il ragruppamento di forze e intelligenze intorno ai principi e alle prospettive della Sinistra Comunista italiana possono rappresentare un saldo ancoraggio in un quadro mondiale segnato dalla crisi del capitalismo e dal disorientamento dei lavoratori. Non perchè questa prospettiva possa sin da subito rappresentare un polo di attrazione significativo per i proletari ma perchè la capacità di fare un bilancio della storia del movimento operaio italiano e di riconoscere la correttezza di fondo di quanto sostenuto dalla Sinistra da decenni, può essere lo metodo e strumento per una ripresa di classe fuori dal politicantismo elettoralesco e fuori dall'inane sindacalismo movimentista.
Stefano

Fiat, Alcoa, precari, come si affronta la lotta



Crisi economica e organizzazione di difesa sindacale
tratto da "Il Partito Comunista" n. 338 http://www.international-communist-party.org/Partito/Parti338.htm#LaFinta
In tutto il mondo la crisi economica del capitalismo si ripercuote gravemente sulle condizioni di vita e di lavoro della classe operaia. Si ha un bel dire “Noi la crisi non la paghiamo”, non sarebbe capitalismo se gli effetti nefasti di questo modo di produzione non ricadessero principalmente proprio sul proletariato. L’unica possibilità che ha la classe operaia per non pagare la crisi è abbattere il capitalismo. Col che cesseranno le crisi economiche in quanto saranno eliminate le loro stesse radici. All’interno del modo di produzione capitalistico la classe lavoratrice può solo resistere agli attacchi che subisce, e che in esso hanno la loro profonda origine, ingaggiando una lotta difensiva. Questa è la lotta economica, o sindacale che dir si voglia, la quale, giunta ad un certo grado di sviluppo ed intensità, con un passaggio da quantità a qualità, diviene lotta politica. Entrambe le forme sono due livelli, fra loro dialetticamente connessi, della lotta di classe; il secondo superiore al primo, il primo necessario al secondo. Condizione necessaria per il passaggio dalla lotta economica della classe operaia a quella politica è il partito di classe. Condizione necessaria, ma non sufficiente, a questo salto di qualità della lotta è il sindacato di classe, in qualunque forma venga a presentarsi.

L’allargarsi dell’esercito dei disoccupati – che Marx definì esercito operaio di riserva – preme sui lavoratori occupati, costringendoli ad accettare salari più bassi. I metalmeccanici, ad esempio, si stanno apprestando ad ingoiare il rinnovo contrattuale con l’aumento nominale più misero degli ultimi decenni. Questo è determinato da un lato dal peso della cassa integrazione e dallo stillicidio di chiusure di manifatture, dall’altro dall’opera disfattista della FIOM che affoga ogni serio tentativo di preparazione di una mobilitazione reale dei lavoratori, nella rivendicazione fallimentare del referendum, nella raccolta di firme per proposte di legge, in scioperi rituali di quattro ore e divisi per località.

Non è solo abbassando il salario che cresce lo sfruttamento dei lavoratori, altri strumenti sono l’aumento dell’intensità del lavoro – la famosa produttività – e dell’orario – ad esempio con lo straordinario. Tutti questi metodi furono descritti minuziosamente da Marx nel Capitale e trovano conferma quotidiana nella condizione operaia in tutti i paesi, del passato, del presente e del futuro capitalistici.

È chiaro che per il comunismo rivoluzionario – quello di Marx e nostro – la denuncia dello “aumento dello sfruttamento” non ha valore morale – come per i piccoli borghesi che sognano, ad esempio, un commercio equo e solidale – ma scientifico, oltre che per schieramento di classe (sentimentalmente: siamo prescientificamente dalla parte della classe operaia): esso sta ad indicare l’aumento della quota di plusvalore che il capitale deve e cerca di strappare ai lavoratori al fine di sfuggire all’inesorabile morsa della caduta tendenziale del saggio del profitto – legge economica descritta dal marxismo e che condanna il capitalismo al declino e alla morte.

In Italia, dall’inizio della crisi, nel maggio 2008, la crescita dei dati Istat della disoccupazione, dal 6,1% a giugno 2007 all’8,2% dell’ottobre 2009, è stata rallentata dal massiccio ricorso alla cassa integrazione. Le ore di cassa ordinaria nel settore metalmeccanico sono cresciute nei primi 10 mesi del 2009 rispetto ai dodici mesi del 2008, di 13,5 volte, colpendo 250.000 lavoratori sui 2 milioni della categoria. Per gli operai di tutte le categorie la cassa ordinaria – confrontando i primi undici mesi del 2009 con l’intero anno 2008 – è cresciuta di 4,2 volte. Quella straordinaria di 2,5 volte. Per gli impiegati la cassa ordinaria è cresciuta di 9,5 volte, quella straordinaria di 3,2. Per operai e impiegati insieme l’aumento della cassa integrazione, ordinaria e straordinaria, è stata di 3,6 volte, per complessivi 816 milioni di ore da gennaio a novembre.

L’esercito dei lavoratori disoccupati, in questo primo anno e mezzo di crisi, è stato accresciuto inoltre dai precari: il padronato non ha avuto bisogno di licenziare chi non aveva un contratto di lavoro a tempo indeterminato, è bastato semplicemente che a contratto scaduto non li riassumesse. Grande risultato, questo, a cui da oltre dieci anni ha lavorato la borghesia in combutta con la triplice sindacale CGIL-CISL-UIL. Di questi precari rimasti disoccupati, il 75% ha meno di 34 anni (dati ISTAT). Quindi la disoccupazione per ora colpisce prevalentemente i giovani e questi – in genere – si appoggiano al sostegno economico della famiglia.

L’ampio ricorso alla cassa integrazione ha fatto sì che per moltissimi lavoratori la crisi si sia manifestata con una drastica riduzione del salario: il massimale mensile stabilito per il 2009 che può entrare nella tasca del lavoratore cassaintegrato è di 886,31 Euro, assegni famigliari esclusi. Nel 1999 – dieci anni fa – questo massimale era di 1.344.839 Lire. Non servono tanti calcoli per vedere che, non la cassa integrazione, ma il normale salario di molti lavoratori oggi è più basso della cassa integrazione di dieci anni fa. Ciò rende bene l’idea della reale diminuzione dei salari in questo ultimo decennio, risultato, in generale, dell’attacco della borghesia e del ruolo antioperaio dei sindacati confederali, e, in particolare, dell’accordo del luglio 1993 sulla moderazione salariale, firmato da CGIL-CISL-UIL e con cui fu formalizzata la prassi – già consolidata nella pratica da decenni – della cosiddetta concertazione.

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La Sinistra Comunista – unica corrente del movimento operaio mondiale che attraverso la selezione della controrivoluzione è rimasta fedele al marxismo rivoluzionario, rappresentata oggi solo dal nostro partito – non ha mai sostenuto banalmente una correlazione meccanica tra crisi e lotta di classe. Abbiamo sempre mostrato come di solito la grande crisi abbia in principio un effetto deprimente sulla lotta operaia, per il ricatto della disoccupazione. Tuttavia il peggioramento generale delle condizioni di vita del proletariato è una delle condizioni, sebbene non sufficiente, affinché esso torni a scendere sul piano dell’aperto scontro di classe. Nel rapporto dialettico fra il peggioramento della condizione operaia e il ritorno all’utilizzo massiccio dell’arma dello sciopero, si inseriscono due elementi chiave: il sindacato e il partito di classe. Questi due distinti organi della classe lavoratrice sono prodotti e fattori in questa dinamica che si combatte alla scala storica e internazionale.

Se, come si può dire, la battaglia sindacale è difensiva, di resistenza, e quella politica offensiva, la classe operaia si trova – non solo oggi ma da trent’anni – certamente in una difficile fase difensiva. I numerosi resoconti di lotte scaturite dalla crisi, in Italia e fuori, parlano di battaglie chiuse all’interno dei confini aziendali. I lavoratori assumono atteggiamenti anche estremi, salendo sui tetti degli stabilimenti, occupandoli, ma che palesano la loro debolezza, disperazione e soprattutto impossibilità di schierare un conflitto generale fra le classi e perfino di immaginare come questo si potrebbe svolgere.

Se fino a ieri in gran parte della classe operaia regnavano l’apatia e il disinteresse per le questioni sindacali, oggi i lavoratori colpiti dalla crisi sono facili vittime – a causa della loro inesperienza – di una grande confusione d’idee, delle trappole preparate loro ad arte dai mestieranti dei sindacati di regime, nonché degli errori e delle ingenuità anche di quei lavoratori che si pongono alla testa delle lotte in contrapposizione all’opportunismo sindacale. Allo stato attuale delle cose tutto ciò sta concorrendo ad impedire, deviare o ritardare il fondamentale passo pratico senza il quale le lotte dei lavoratori, anche se generose, sono destinate a fallire, e cioè la loro unificazione in un movimento generale di lotta. E ciò può avvenire solo se la classe lavoratrice si dota dello strumento necessario a compiere tale passo ovverosia la ricostruzione del vero Sindacato di Classe, fuori e contro i sindacati di regime CGIL, CISL, UIL, UGL.

Sono evidenti i limiti di una lotta condotta entro l’orizzonte aziendale: le esigenze dei lavoratori non possono oltrepassare il confine segnato dalla necessità dell’azienda di restare competitiva, pena la sua chiusura o trasferimento – la temuta delocalizzazione – e la disoccupazione per tutti o parte dei lavoratori. In fase di crescita economica – come nel secondo dopoguerra fino al 1973 – le aziende soffrono meno la morsa della concorrenza e possono esser costrette a concedere qualcosa. Ma in fase di crisi la concorrenza diviene spietata e le imprese ricorrono al massimo sfruttamento della forza lavoro per rimanere sul mercato.

L’unificazione delle lotte operaie è quotidianamente negata ed impedita dall’irreversibile fedeltà al regime capitalistico della CGIL, oltre che evidentemente delle altre confederazioni. I sindacati sottomessi allo Stato e alle necessità del capitale sono il principale strumento con cui la borghesia ottiene di fiaccare e svilire la combattività della classe operaia. Sono essi che si premurano di dare ai lavoratori tutte quelle indicazioni e l’armamentario ideologico che li condanna a non trovare la strada corretta per dar vigore e seguito alle loro lotte difensive.

Uno dei metodi fondamentali è quello di mantenere isolate le singole battaglie ed impedire la loro fusione. A tal fine non vengono fatti propri dal sindacato i comuni obiettivi generali per i quali mobilitarsi e lottare come classe. Anche quando vengono agitate finalità che sembrano unire i lavoratori, in realtà operano in senso opposto, contribuendo a mantenerli divisi. È il caso della richiesta del blocco dei licenziamenti, rivendicazione che tende a volgere lo sguardo dei lavoratori ancora una volta verso la propria azienda, dato che è in quest’ambito che si decide se, quanti e chi licenziare. Inoltre un’impresa che sta per chiudere può bloccare i licenziamenti? Solo in un modo: bloccando il pagamento dei salari.

Per difendersi nella crisi dalle conseguenze dei licenziamenti di massa la giusta rivendicazione di classe per cui mobilitare i lavoratori è quella del salario ai lavoratori disoccupati, unitamente a quella della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario per gli occupati. Questi obiettivi, che soli corrispondono alla necessaria difesa operaia e che superano la difficoltà che il singolo padrone in crisi non può pagare, comportano una lotta generale di tutta la categoria e di tutte le categorie. La controparte non è più la singola cellula produttiva capitalistica, l’azienda, che con la difesa del posto di lavoro si è costretti a mantenere in vita ad ogni costo, cosa spesso oggettivamente impossibile, ma l’intera classe borghese attraverso il suo Stato, cui si richiede il pagamento del salario di disoccupazione.

Ciò non vuol dire naturalmente che il sindacato non debba organizzare i lavoratori anche per la lotta nelle singole aziende. Ma la sua funzione è di inquadrare l’insieme della categoria a scala almeno nazionale e di rappresentare la necessità ineludibile di superare i livelli minimi del conflitto sindacale per spiegare la battaglia sul piano dello scontro aperto e generale di tutti i lavoratori per le loro comuni rivendicazioni.

Altra via per la quale il tradimento sindacale persegue l’obiettivo di mantenere divise le lotte è quella di far passare in secondo piano la relazione che intercorre tra la singola crisi aziendale e quella complessiva e mondiale e presentando ai lavoratori come determinanti le caratteristiche peculiari della singola impresa. Ciò si concreta nella critica al padrone di non saper fare il padrone, nella mancanza di un adeguato piano industriale, nell’incapacità dei dirigenti a compiere il loro dovere, la loro corruzione, ecc. ecc. Secondo questo ragionamento la salvezza della classe dei lavoratori dipende dalla buona salute aziendale, come era per gli schiavi incatenati ai remi delle galere. Lo stesso ragionamento, a scala di un paese, è fatto coi governi: è la politica di Berlusconi che aggrava la crisi! È quando la crisi porta alla chiusura delle fabbriche che questa interclassista solidarietà aziendal-nazionale appare nel suo aspetto mostruoso e che si deve far saltare.

Naturalmente ogni crisi aziendale ha le proprie particolarità. Ma ha in comune con tutte le altre il fatto di condannare una parte dei lavoratori alla disoccupazione e l’altra parte ad un maggior carico di lavoro. Per questa ragione lo sforzo di un vero sindacato di classe è dare la possibilità materiale di sentirsi una classe con gli stessi interessi sociali e di mobilitarsi unitamente per un obiettivo generale, che riguardi tutti i lavoratori in quanto tali, non in quanto dipendenti di questa o quell’altra azienda. E questo perché più vasto ed unito è uno sciopero maggiore è la sua forza.

Ad esempio dal Manifesto del 17 novembre leggiamo che Gianni Seccia, della Fiom, lungo il corteo dei lavoratori Eutelia gridava: «Ci sono 11 mila persone che perdono il posto non perché c’è la crisi, ma perché gli imprenditori fanno i ladri. Chiediamo se questo è normale in un paese civile». Certo che è normale in un paese civile, cioè capitalistico! E lo dimostra proprio la vicenda Omega/Agile/Eutelia che non è per niente eccezionale ma è la pratica comune in ogni fallimento.

I sindacalisti di regime illudono i lavoratori che il loro problema si risolverebbe trovando un bravo imprenditore che voglia prendersi carico dell’azienda e questo sarebbe l’obiettivo per cui lottare! In realtà il capitalismo speculativo, finanziario, piratesco è figlio legittimo di quello imprenditoriale e industriale. La speculazione è insita nelle leggi del capitalismo ed è presente in esso fin dal suo nascere. Ciò che la rende sempre più ricercata è la crescente difficoltà a fare affari investendo nella produzione.

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Entrambe le rivendicazioni classiste – salario pieno ai lavoratori disoccupati e riduzione dell’orario di lavoro – non rappresentano delle novità ma appartengono al tradizionale sindacalismo di classe. Per questo sono state messe da parte e fatte dimenticare da parte del sindacalismo CGIL-CISL-UIL.

Naturalmente la strada della classe operaia è in salita, ed ha gioco facile il tradeunionismo di regime nel far leva sulle debolezze della classe sfruttata e nell’appoggiarsi allo status quo. La impostazione sindacale del comunismo marxista, da sempre, non posa sulla base di un estremismo generico e superficiale, al modo del vogliamo tutto e subito dei gruppuscoli studenteschi e piccolo borghesi che hanno infestato i margini del movimento operaio durante gli anni settanta e i cui reduci e rottami la crisi si sta fortunatamente occupando di spazzare via.

Non saranno certo le nostre parole d’ordine classiste che lanciate fra i lavoratori avranno di per sé la virtù magica di trasformarli dallo stato di debolezza e difficoltà in cui sono oggi in una classe tutto d’un tratto forte, compatta e combattiva. Questo è proprio il quadro menzognero con cui l’opportunismo cerca di diffamare la nostra azione sindacale fra i lavoratori.

Ciò che distingue il sindacalismo di classe dal sindacalismo borghese è il piano generale della lotta. Il sindacalismo tradizionale di classe individuava il suo fine ultimo nella emancipazione del lavoro, l’attuale di regime nella difesa ad oltranza della democrazia parlamentare. Tutto il resto viene di conseguenza. Se la classe operaia dal dopoguerra ad oggi ha finito per cadere nello stato di prostrazione attuale, fino a perdere la stessa cognizione d’esser classe, ciò è stato perché ha avuto successo è applicazione il secondo piano operativo, quello del regime borghese, finalizzato a demolire pezzo per pezzo ogni residuo di posizione di classe nella CGIL e nel proletariato. Questa opera è stata incessante e perdura oggi, né mai cesserà finché esisterà il capitalismo.

L’intervento comunista fra i lavoratori non nega l’importanza e il ruolo delle lotte parziali e limitate quali sono quelle attuali. Significa sostenerle, ma approfittare di queste battaglie, quando l’asprezza della lotta sveglia le menti dei lavoratori e li costringe a ragionare, per spiegare la necessità di un superiore e più vasto dispiegamento delle forze. Significa ricordare alla classe i fini generali della lotta sindacale. E questo non come astratta dichiarazione di principi ma come scopo immediato e necessario per cui prepararsi materialmente a lottare.

In pratica noi comunisti, in ogni lotta che nasce all’interno di un’azienda, indicheremo ai lavoratori le direttive meno peggiori in quella particolare vertenza, ma al contempo spiegheremo come quella loro debolezza comprovi la necessità di organizzarsi per la preparazione di scioperi più duri ed allargati, fino allo sciopero generale per le rivendicazioni di classe.

L’impostazione corretta della lotta sindacale è quella che punta ad evitare che le energie espresse in ogni lotta parziale si esauriscano in essa, e che servano, in parte piccola o grande, a compiere un passo in avanti verso l’unificazione della forza dei lavoratori, verso l’innalzamento della capacità di scontro della classe operaia.

Friday, February 5, 2010

Le nazionalizzazioni sono socialiste?



Le nazionalizzazioni, arma del capitalismo (Prometeo, n.4, 1946, rivista del Partito Comunista Internazionalista)
Un punto fermo dell'analisi marxista della società e del sistema di produzione borghese deve ormai essere considerato il fatto che l'intervento e il controllo dello Stato nell'economia non solo non rappresenta una trattura nelle leggi fondamentali dell'economia capitalistica, ma è il portato naturale ed inevitabile di tutto il suo sviluppo storico, e che quest'intervento può spingersi fino all'eliminazione della forma giuridica della proprietà privata individuale dei mezzi di produzione non solo senza eliminare, ma al contrario potenziando, quello che è il dato fondamentale del sistema di produzione capitalistico: lo sfruttamento del lavoro umano attraverso l'appropriazione del plusvalore. Tutta l'economia capitalistica nel periodo successivo alla prima guerra mondiale si è orientata verso forme generalizzate di intervento e di controllo statale, e l'esperimento totalitario nazifascista ha, allo stesso modo dell'esperimento americano del New Deal, assolto la funzione di permettere e favorire l'accumulazione capitalistica e di controbilanciare le forze determinanti della caduta tendenziale del saggio del profitto in una fase caratterizzata dal succedersi di violente crisi economiche e perciò dalla ricorrente minaccia di altrettanto violente crisi sociali.

Di fronte alla campagna pubblicitaria che i partiti della «ricostruzione nazionale» svolgono in tutti i paesi per gabellare la politica delle nazionalizzazioni come un «passo avanti verso il socialismo», l'avanguardia rivoluzionaria deve avere il coraggio di affermare che, al contrario, quella politica rappresenta il più raffinato metodo di sfruttamento intensivo del lavoro e di conservazione totalitaria del profitto, e che avvia al socialismo al modo che avvia ad esso tutta l'evoluzione dell'economia capitalistica, portando cioè alla più drammatica esasperazione il contrasto tra il carattere sociale della produzione e il carattere privato dell'appropriazione dei prodotti del lavoro, e l'antitesi tra capitale costante e capitale variabile. Nella fase monopolistica, accentratrice, totalitaria del capitalismo la politica delle nazionalizzazioni e della economia controllata dallo Stato è l'estrema arma di difesa del profitto e il più spietato strumento di sfruttamento del lavoratore.

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Alla fine del secondo conflitto imperialistico, la politica delle nazionalizzazioni ci appare come l'incrocio di esigenze insieme politiche ed economiche della società capitalistica. Le prime si ricollegano a quello che è il dato fondamentale della situazione aperta dalla guerra: il fatto cioè che questa è stata combattuta dalla parte vincente con la partecipazione diretta dei partiti tradizionali della classe operaia assurti a forze agenti e dominanti dello spaventoso massacro. Bisognava dare al conflitto l'apparenza di un «contenuto sociale», e non è certo a caso che gli stessi slogan fossero lanciati, con tanto maggior zelo e calore quanto più la guerra volgeva alla fine, da una parte e dall'altra della barricata, e la repubblichetta di Salò gettasse sul mercato il suo piano di «socializzazione» dell'economia italiana proprio mentre il Consiglio nazionale francese della Resistenza portava a termine il suo. La pace, portando quasi dovunque al potere i partiti cui era spettato durante la guerra l'onore di convogliare in essa il proletariato non come massa passiva e recalcitrante ma come forza attiva, affidava loro il compito di sostanziare, dello stesso «contenuto sociale», la ricostruzione postbellica, la riattivazione del meccanismo logoro dell'economia borghese. L'ideologia della «nazione» e del «popolo» doveva realizzare nella pace gli stessi benefici effetti che aveva realizzato in guerra con un insieme di parole d'ordine immediatamente suggestive per la classe operaia. La via era stata indicata e tracciata dagli stessi più tipici rappresentanti della conservazione capitalistica, e se in Inghilterra la politica laburista delle nazionalizzazioni trovava un terreno già preparato dalla politica economica del gabinetto Churchill, in Francia, dove il carattere propagandistico e pubblicitario della campagna delle nazionalizzazioni è stato particolarmente trasparente, i propagandisti di sinistra potevano ereditare gli slogan gaullisti della lotta contro i monopoli e per «l'assunzione da parte della nazione dei fondamentali mezzi di scambio e produzione e la partecipazione della classe operaia alla direzione della economia nazionale» (Programma del Consiglio nazionale della Resistenza, inverno 1944).

Il frastuono scatenato dalla sapiente regia dei partiti di massa passava la spugna sulla memoria degli operai, ai quali pur non sarebbe dovuto sfuggire che le stesse parole d'ordine e le stesse realizzazioni avevano fatto la fortuna della Carta fascista del Lavoro e la miseria del proletariato italiano, tedesco o giapponese.

Più complesse erano le esigenze economiche. La ricostruzione dell'economia capitalistica esigeva, soprattutto in Europa dove il dissesto era stato più pauroso, la concentrazione massima dei mezzi e delle possibilità di produzione, la mobilitazione di tutte le energie e di tutti i capitali: l'intervento diretto dello Stato nella direzione dell'economia era imposto da ragioni di classe, le stesse che avevano determinato durante la guerra la disciplina ferrea della produzione e, come stupefacente contropartita, avevano motivato in America la garanzia statale dei profitti. Industrie spaventosamente deficitarie da risanare, capitali inattivi da mobilitare, situazione generale d'incertezza, negativa dal punto di vista della iniziativa e dell'investimento capitalistico privato, così come da quello delle possibilità obiettive di realizzazione del profitto, necessità di aumentare la produzione e di tendere al massimo l'arco della produttività operaia, disordine e irrequietezza nel mercato del lavoro (commentando i piani di nazionalizzazione nel periodo della resistenza, De Gaulle ne sintetizzava gli obiettivi nell'attribuzione allo Stato di un ruolo di organizzazione economica «al fine di aumentare la produzione e conciliare gli antagonismi sociali») (1): erano questi i problemi che si affacciavano con terribile urgenza al capitalismo e che solo «forze di sinistra» potevano compiutamente risolvere proprio per lo spietato carattere di classe che rivestivano, proprio per l'intensificato sfruttamento del lavoro che imponevano.

Oggi, a distanza di poco più di un anno dalla fine del conflitto, un'analisi critica di quanto è stato fatto nei principali settori economici europei permette di concludere con estrema nettezza che gli obiettivi di classe della nazionalizzazione sono stati raggiunti, quasi sempre, senza neppure salvare la faccia (2).

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Ciò è particolarmente vero in Inghilterra, dove il governo laburista si è assunto il compito di portare a termine quell'opera di potenziamento dell'economia nazionale, di riorganizzazione e razionalizzazione dell'industria e di controllo e mobilitazione del credito che non era riuscito al governo conservatore e che era imposto come imperiosa esigenza dalla necessità di riguadagnare il terreno perduto sul terreno delle competizioni commerciali e nella stessa compattezza politica dell'impero. Il controllo e l'intervento statali nell'economia, mentre da una parte hanno qui portato alla statizzazione di alcuni servizi pubblici la cui gestione privata rappresentava ormai un anacronismo rispetto alle necessità funzionali dell'Impero (3), hanno trovato la loro più classica espressione nella nazionalizzazione dell'industria carbonifera e in quella della Banca d'Inghilterra, provvedimenti chiaramente intesi a concentrare la struttura economica nazionale, a potenziarne l'efficienza, a colmarne il deficit e, nello stesso tempo, a garantire i redditi di capitale in un periodo di difficilissima congiuntura economica.

È intatti caratteristico che la nazionalizzazione abbia avuto inizio proprio in quel settore industriale di cui più si lamentava da oltre un venticinquennio l'arretratezza tecnica, la ridotta capacità produttiva, l'incapacità di concorrere sul mercato mondiale con l'industria americana ed europea, e l'altissimo grado di dispersione in un'infinità di unità produttive scarsamente efficienti o addirittura passive: l'industria carbonifera. La via era già stata tracciata dal Coal Act del 1938, che disponeva il riscatto delle «royalties», cioè dei diritti dei proprietari terrieri ad un premio sul carbone estratto nelle miniere sottostanti al suolo di loro proprietà, accollando all'erario - e quindi al contribuente - una spesa di 64,5 milioni di sterline, e dai provvedimenti presi dal gabinetto conservatore durante la guerra ai fini della disciplina della produzione e del consumo dei combustibili.

Il Coal Industry Nationalization Bill ha portato a termine questo processo senza che sostanziali divergenze siano affiorate tra i partiti. La legge, che si propone esplicitamente l'obiettivo di razionalizzare e riorganizzare in senso unitario la produzione e la lavorazione del carbone, dispone il passaggio in proprietà allo Stato di tutte le industrie relative all'estrazione, lavorazione e distribuzione del minerale e di alcune branche industriali ad esse collegate: l'acquisto delle attrezzature industriali avviene per il tramite del National Coal Board, il quale dirigerà l'intero complesso economico in vista, da una parte, «di promuovere la sicurezza del lavoro e la salute e il benessere dei lavoratori», e dall'altra di gestire le imprese in modo che le entrate coprano le spese, secondo cioè il normale criterio amministrativo di qualunque impresa privata. Il National Coal Board è costituito da un presidente e da otto membri nominati dal Ministero per i combustibili e l'energia e scelti fra una rosa di esperti dell'amministrazione industriale e commerciale dell'organizzazione del lavoro, ai quali, regolandosi sulle entrate normali dei dirigenti dell'economia privata, è stato assegnato lo stipendio annuo di 17.500 lire sterline (4): di fronte ad esso il Ministro ha poteri di carattere indicativo generale, ma non esecutivi, mentre funzioni puramente consultive hanno i consigli dei consumatori del carbone per uso industriale e domestico. Il riscatto avviene mediante concessione agli azionisti di titoli del debito pubblico soggetti a determinate restrizioni nella loro disponibilità, e, quanto al suo ammontare, esso è stabilito da una speciale commissione arbitrale composta di alti magistrati sulla base del prezzo di mercato libero delle aziende.

Ne consegue:
1) la direzione dell'industria carbonifera è affidata, sotto il controllo generale dello Stato, ad «esperti» industriali e commerciali che sono praticamente le stesse persone fisiche dei più noti rappresentanti dell'alto capitalismo, mentre è esclusa la famosa rappresentanza diretta degli operai;
2) gli ex-azionisti ricevono obbligazioni a reddito fisso garantite dallo stato e indipendenti nel loro frutto dall'avvenire e dalle mutevoli vicende dell'industria carbonifera, mentre una ristretta cerchia dei medesimi (quegli stessi che già imperavano come magnati del carbone prima della nazionalizzazione) ricevono per altra via, la via del lautissimo stipendio di funzionari del National Coal Board, un profitto capitalistico sotto garanzia statale;
3) l'erario, cioè ancora il contribuente, si accolla il riscatto di un'industria deficitaria: i debiti contratti precedentemente da questa potranno essere rimborsati con largo respiro; disposizioni estremamente longanimi sono state emanate allo scopo «di proteggere quelle persone che hanno pagato alti premi per le azioni preferenziali ad alto frutto», («Times» del 21-12-45);
4) la non commerciabilità almeno iniziale dei nuovi titoli, che aveva suscitato alcune reazioni negli ambienti finanziari, serve in realtà ad impedire che una precipitosa e compatta offerta sul mercato ne riduca il valore, mentre il Tesoro ha promesso «non ufficialmente» di adottare «un atteggiamento ragionevole» ogni qual volta un ex-proprietario abbia bisogno di fondi per reinvestimenti produttivi («Reuter», comunicato del 21-12-45), talché la reazione in borsa è stata complessivamente favorevole;
5) le industrie nazionalizzate funzionano secondo i criteri della normale contabilità commerciale;
6) l'Ufficio Nazionale del Carbone ha per suo compito precipuo quello di favorire e portare a termine una riorganizzazione e un ammodernamento dell'industria estrattiva e di trasformazione suscettibili di aumentare la produttività del lavoro e di comprimere i costi.

Un comunicato «Reuter» del 22-12-45 precisava:
«La miglior cosa nella legge è che l'Ufficio Nazionale sarà in grado di spendere 150 milioni di sterline in nuova moneta fornita dal governo, oltre alla facoltà di prendere in prestito 10 milioni per le riattrezzature di capitali nei primi cinque anni: il più forte argomento in favore della nazionalizzazione è che questo capitale «fresco» non avrebbe potuto in nessun altro modo essere ottenuto».
In altre parole, solo la nazionalizzazione permetterà la mobilitazione di capitali inattivi e, attraverso questa mobilitazione, una riorganizzazione su vasta scala della produzione. Quanto agli ex-azionisti, essi possono dormire sonni tranquilli sul cuscino dei titoli di stato e sui redditi che per altra via otterranno.

Quanto alla nazionalizzazione della Banca d'Inghilterra, è da notare che essa ha lasciata intatta, se non formalmente, sostanzialmente la precedente attrezzatura dell'istituto; il governatore, il suo aggiunto e i 16 membri del consiglio di amministrazione sono nominati dalla Corona tra i soliti esperti finanziari: il Tesoro può dare direttive alla banca ma non può prendere provvedimenti a carattere esecutivo senza consultarla, mentre l'Istituto di emissione può «chiedere tutte le informazioni e dare tutti i consigli a banchieri» («The Economist», 18-10-45) intervenendo così a sostegno delle contrattazioni private e indirizzando il capitale verso gli investimenti più produttivi: infine, gli azionisti ricevono quattro obbligazioni al 3 % per ogni azione, in modo da aver garantito per un ventennio lo stesso interesse del 12% annuo che negli ultimi 22 anni le azioni davano loro in media. È altresì significativo che, contemporaneamente alla politica delle nazionalizzazioni, una legge sugli investimenti sia venuta incontro all'industria privata accordando prestiti allo stesso tasso d'interesse, normalmente basso, che lo Stato paga per il debito pubblico, e che la nazionalizzazione di altri settori industriali, come la siderurgia, contempli l'istituzione di due settori paralleli, uno nazionalizzato, l'altro libero, permettendo così una doppia mobilitazione del capitale sotto l'egida sovrana dello Stato.

Se i laburisti hanno dunque tutto il diritto di vantarsi, come hanno fatto anche di recente, di aver garantito alla Gran Bretagna un periodo di pace sociale e sventato la minaccia degli scioperi, altrettanto diritto dobbiamo riconoscere loro di aver tutelato senza fronzoli retorici gli interessi fondamentali dei capitalisti.

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Le stesse finalità produttivistiche ritroviamo in Francia alla base della politica delle nazionalizzazioni, insieme con una forte accentuazione dei motivi politici e propagandistici. È l'ideologia della «nazione», delle nazionalsocialiste «Reichsvereinigungen», della «comunità popolare», che ha qui presieduto alle nazionalizzazioni, ed è in nome della cosiddetta lotta contro i monopoli che lo Stato si è assunto la direzione e le passività di industrie notoriamente deficitarie (5) sottraendole ai capitalisti privati, mentre gli uomini politici di sinistra, di destra e di centro, e con essi la Confédération Générale du Travail organizzavano il «battage» pubblicitario per l'aumento della produttività e per una politica di sacrifici «comuni» di tutta la nazione (6).

Abbiamo già osservato che il programma della nazionalizzazione rimonta al periodo della resistenza e le sue prime realizzazioni al governo De Gaulle. Da allora, il programma si è svolto secondo una logica linea di sviluppo con differenze soltanto formali introdotte dal governo Gouin allo scopo di rinverdire il mito del controllo popolare sulla gestione delle grandi aziende. In realtà, la nazionalizzazione ha colpito (se questo può essere il termine), o settori industriali cronicamente in crisi, o aziende d'«interesse nazionale» o - cosa solo apparentemente in contrasto con le precedenti ragioni e giustificata dall'interesse generale di classe di rafforzare il bilancio dello stato - complessi produttivi che facevano gola allo Stato perché produttivi di altissimi profitti, e la cui espropriazione poteva essere giustificata col facile pretesto della lotta contro i collaborazionisti o con altre considerazioni patriottiche (il caso delle officine Renault, divenute Régie Nationale des Usines Renault) (7). I decreti del dicembre '44 e dell'ottobre '45 investivano le Houillères Nationales du Nord et du pas de Calais della direzione dell'intero sfruttamento minerario dei due dipartimenti nell'«esclusivo interesse della nazione», e lo potevano tanto più facilmente in quanto il grado di concentrazione delle aziende era in quel settore già elevatissimo mentre era relativamente basso il saggio dei dividendi. Nel programma De Gaulle lo Stato esercitava il controllo, ma non aveva la proprietà del nuovo complesso, ch'era amministrato in forma tripartita da un consiglio di rappresentanti dello stato, degli operai e dei consumatori con potere consultivo e da un presidente eletto per decreto ministeriale e investito di responsabilità personale. Era una concezione autoritaria del controllo pubblico, che il governo socialista Gouin doveva abbandonare in nome di un'amministrazione tripartita controllata dallo Stato e con responsabilità collettiva: la proprietà delle miniere passava, nell'aprile 1946, allo Stato dietro indennizzo con titoli al 3%, e a capo del gigantesco monopolio era istituito un ente nazionale, i «Charbonnages de France», con funzioni di coordinamento e controllo su scala nazionale ed articolati in «Houilléres de Bassin» investite non soltanto del compito della produzione, gestione e vendita ma della missione di «assicurare l'equilibrio finanziario delle loro imprese tenuto conto degli obblighi relativi ad essi e particolarmente dei carichi di capitale e d'investimento» (legge 26-4-46, art. 2), e dotate di completa autonomia finanziaria.

Criteri analoghi sono stati seguiti nella nazionalizzazione dell'industria del gas e dell'elettricità: in entrambi i casi
«non si ha un servizio pubblico, ma le imprese nazionalizzate vivranno e agiranno come tutte le altre imprese private» («Previd. Soc.», gennaio-marzo 1945, p. 26),
cioè proponendosi come obiettivo il pareggio del bilancio e la realizzazione di un utile ed esercitando un potere di monopolio nella determinazione dei prezzi.

È chiaro che, ad uno sforzo massimo di coordinamento e di concentrazione industriale e finanziaria, si collega qui uno sforzo convergente dello Stato per dare ad imprese normalmente deficitarie o travagliate da gravi difficoltà la possibilità di riassestarsi e di vivere con l'aiuto, l'appoggio finanziario, la direzione tecnica, il controllo politico-economico e il provvidenziale intervento risanatore, dello Stato. Sono aziende che vivono sulla base della contabilità aziendale capitalistica con in più l'enorme vantaggio di poter drenare sussidi e sovvenzioni dello Stato come istituti di interesse e di utilità pubblica e che fondano la loro politica dei prezzi non già sui decantati principi dell'interesse pubblico ma su quello della realizzazione di un utile di bilancio. E poiché si tratta in generale di aziende logore, non è davvero da stupirsi che, nel corso dei recenti aumenti di prezzo, il proletario e il consumatore francese, non parliamo del contribuente, abbiano avuto il piacere di constatare che gli aumenti più forti si verificavano proprio nelle merci e nei servizi delle imprese divenute «nazionali». La legge del bilancio capitalistico è una legge di ferro. Ciò non impedisce ai nostri bravi teorici del «socialismo democratico», per i quali una politica di classe è, da parte proletaria, «gretta ed egoistica», di proclamare, a proposito appunto della nazionalizzazione francese
«Nel chiedere un'economia pianificata e diretta dal controllo dello Stato, il socialismo europeo non persegue perciò puramente interessi egoistici di classe, ma riflette gli interessi delle nazioni» (8)
e di parlare di democrazia industriale solo perché gli operai, praticamente militarizzati e funzionarizzati nelle nuove gigantesche aziende nazionali, avranno un loro rappresentante in seno al consiglio tripartito di amministrazione della propria prigione.

Il «cambiamento di rotta» da De Gaulle a Gouin si è pertanto limitato a sostituire, anche in altre aziende delle quali non ci occuperemo, il sistema della direzione tripartita a quello della direzione fondamentalmente autoritaria delle imprese nazionalizzate, lasciando però intatti gli altri e ben più decisivi caratteri. Ed è anche da notare che la nazionalizzazione si è circoscritta ad alcuni settori economici lasciando «liberi» altri settori non meno palesemente monopolistici, mantenendo il mercato e le sue leggi e riassorbendo nel nuovo apparato direttivo lo stesso personale delle vecchie imprese a gestione privata.

Né il quadro cambia se ci riferiamo alla nazionalizzazione attuata nel settore bancario. È stata qui preminente l'esigenza di un contingentamento e di una disciplina del credito ai finì della ricostruzione: è stata nazionalizzata la Banca di Francia dietro trasferimento delle azioni allo Stato contro obbligazioni nominative negoziabili fruttanti il 2%: sono state pure nazionalizzate le quattro grandi banche di deposito contro cessione agli azionisti di carature che danno diritto ad un dividendo annuo da stabilirsi dai consigli di amministrazione e comunque non interiore a quello del 1944 (e il Lavergne commentava che lo Stato
«espropriando quelle quattro banche, ha assunto imprese il cui profitto non ha cessato per vari anni di essere estremamente basso»
e se ne è accollati tutti gli oneri, «Revue Economique et Sociale», febbr. 1946): nei consigli di amministrazione di questi istituti prevalgono in modo nettissimo i rappresentanti dell'amministrazione finanziaria dello Stato affiancati dai soliti competenti in materia economica, industriale e commerciale, e da altrettanti portavoce delle organizzazioni sindacali «più rappresentative» agenti nei limiti stabiliti da decreti governativi (9); infine, fatto estremamente caratteristico, non sono nazionalizzate proprio quelle grandi «banche d'affari» che tradizionalmente esercitano una potestà monopolistica sulla vita economica francese e non solo controllano il finanziamento industriale, ma hanno potenti vincoli con l'estero (e un nostro buon socialista se ne stupisce! v. Giuseppe Colombini, «La Riforma bancaria in Francia», «Critica Sociale», 1-16 gennaio 1946), mentre tutta la struttura bancaria è stata sottoposta al controllo, questo si (ed è ben naturale), dello Stato per il tramite di organismi governativi come il Conseil National du Crédit e la Commission de Contrôle des Banques.

Per concludere con questa sommaria rassegna, abbiamo in Francia un esteso controllo del credito in vista del suo accentramento e della sua mobilitazione ai finì della ricostruzione dell'apparato produttivo capitalistico in una misura che all'iniziativa privata non sarebbe stata consentita; un intervento disciplinatore dello Stato nella produzione per ridare ossigeno alle industrie boccheggianti e favorire una ripresa della potenza espansiva dell'imperialismo francese; la creazione di un insieme di imprese statali dotate di piena autonomia finanziaria e dirette secondo le regole in uso nelle società industriali e commerciali, e quindi con gli stessi criteri di sfruttamento, in vista del pareggio delle entrate e delle uscite, e della realizzazione del più alto utile possibile, secondo le leggi della concorrenza e del mercato, sia esso nazionale od internazionale; la costituzione, infine, di un'enorme bardatura statale e di un gigantesco apparato funzionaristico nel quale, e attorno al quale, si muovono gli stessi uomini del vecchio capitalismo francese, tradizionalmente attrezzato a vivere in perfetta simbiosi con lo Stato. La «Patrie» si è messa una corazza di funzionari (il solo Ministero degli Interni ha portato il suo organico da 14.160 a 96.000 funzionari dal 1938 ad oggi) e contro ad essa continua disperatamente a cozzare la classe operaia.

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Il fenomeno è forse meno trasparente dal lato giuridico, ma ancor più suggiestivo nella sostanza, nell'esperimento cecoslovacco e polacco. Si è giunti qui, dove lo sforzo ricostruttivo imponeva decisioni vitali e ben più energiche, ad un intervento molto più generalizzato del potere statale nell'economia. Mentre larghi settori venivano lasciati al libero sfruttamento del capitale privato, debitamente incoraggiato e promosso dagli stessi poteri pubblici, soprattutto nei settori interessanti il commercio e la distribuzione, l'intera grande industria è stata nazionalizzata tanto più facilmente e senza contrasti, in quanto in molti casi si trattava di espropriare senza indennità proprietà di cittadini ex-nemici o di collaborazionisti.

Per il resto, in entrambi i paesi, l'espropriazione avveniva dietro adeguato indennizzo agli ex-proprietari od azionisti, e tutta l'economia nazionale veniva sottoposta ad un regime di controllo simile a quello che tutta l'Europa centrale aveva già sperimentato sotto il nazismo.

Che questi provvedimenti mirassero soprattutto a rendere possibile e rapida la ricostruzione con mezzi che la sola iniziativa privata non avrebbe consentito, è dimostrato dal contemporaneo sforzo di pianificazione, che nei due paesi si compie sotto direzione «di sinistra»; che l'intervento dello Stato abbia avuto generalmente scopi di salvataggio risulta dalle stesse dichiarazioni del ministro cecoslovacco dell'Industria, secondo il quale il primo anno di nazionalizzazione si chiude con un deficit di 1 miliardo di corone nelle miniere di carbone, con un deficit di 896 milioni di corone nelle acciaierie, con un passivo di 400 milioni nell'industria chimica (dati delle «Basler Nachrichten» 10-10); il carattere capitalistico delle imprese socializzate è dimostrato dal fatto che conservano una piena autonomia finanziaria e lavorano in vista della produzione di profitti («Revue Internationale», 1946, n. 5); la finalità di classe della legge è sottolineata dal par. 2 del decreto 24-10-1945, che crea in Cecoslovacchia i comitati d'impresa, con lo scopo di garantire «il funzionamento normale e senza scosse dell'azienda»; inoltre, in Polonia le imprese nuove non sono colpite dalla nazionalizzazione e restano proprietà privata intangibile, mentre speciali garanzie sono istituite a tutela degli interessi del capitale straniero investito nelle industrie soggette a nazionalizzazione.

La verità è che in questi paesi l'estrema penuria di beni capitali, la deficienza di personale tecnico e di mano d'opera specializzata (specie dopo l'espulsione delle minoranze tedesche) e la violenta crisi da cui la loro struttura economica era stata colpita con la fine della guerra, esigevano una disciplina unitaria della produzione ed un rapido aumento della produttività del lavoro. Ed è su quest'ultimo terreno che appare più chiaro il carattere di spietato sfruttamento dell'economia «controllata». Bisognava creare un «entusiasmo costruttivo» nelle masse lavoratrici: e si è giunti alla mobilitazione delle masse cecoslovacche per l'offerta di giornate supplementari di lavoro non pagato (si veda in «Drapeau Rouge» dell'8 aprile 1946 l'intervista del presidente del P.C. belga Lahaut), all'organizzazione di «brigate del lavoro» per le miniere e all'introduzione del lavoro obbligatorio degli studenti, alla campagna per la mobilitazione industriale e alla minaccia di sanzioni contro gli «attentati alla morale lavoratrice», che significa, in termini di classe, la minaccia di intervenire violentemente contro ogni reazione proletaria alle ferree leggi dello sfruttamento (per una documentazione degli slogan propagandistici (v. «The Economist», 19 ott. 1946). Solo in virtù di una simile mobilitazione si potranno infatti raggiungere a tempo di record gli altissimi indici di produzione stabiliti dai «piani».

Cosi la nazionalizzazione s'inquadra in un processo di esasperazione ed accelerazione del ritmo di accumulazione capitalistica, e perciò dello sfruttamento del lavoro umano. E poiché esso si realizza in paesi a forte mordente nazionalistico, diventa l'arma prediletta della preparazione a nuovi e ancor più terribili urti imperialistici. In economie di questo tipo (e tutte le economie sono fondamentalmente simili, nella fase imperialistica del capitalismo), la spietata lotta di concorrenza non è annullata sul terreno nazionale, ed è acuita ed esacerbata sul terreno internazionale.

Più volte è stato chiarito dal nostro movimento che l'attuale fase della dominazione capitalistica è, nel fondo, fascista, in quanto tende a realizzare pur con altri mezzi lo stesso inquadramento ferreo delle masse lavoratrici nello Stato, lo stesso svuotamento del carattere classista degli organismi sindacali, lo stesso controllo dell'opinione pubblica, che gli Stati totalitari erano riusciti precedentemente ad imporre. Questo inquadramento avviene non solo attraverso il rafforzamento rapido e efficacissimo degli organi tradizionali dello Stato capitalistico, ma anche (e con non minore efficacia) attraverso la rete a maglie fitte dei grandi partiti, il cui alternarsi alla direzione della «cosa pubblica» serve solo a far apparire meno rigido e soffocante il metodo totalitario di governo.

Orbene, le nazionalizzazioni hanno servito ottimamente a questo scopo, mettendo a disposizione dei «partiti della ricostruzione» un ulteriore e potentissimo strumento di manovra e di controllo, vuoi ai finì delle continue lotte di concorrenza fra di loro, vuoi ai finì di una prolungata e martellante pressione economica e politica sul proletariato. La storia delle nazionalizzazioni in Francia ha dimostrato come i diversi partiti succedutisi al governo modellassero, a loro immagine e somiglianza, le industrie nazionalizzate, e si creassero nel loro seno una vastissima clientela, costituita sia dallo stuolo di medio e piccoli borghesi entrati a far parte della nuova gigantesca burocrazia di Stato, sia dai funzionari sindacali che le nazionalizzazioni hanno perfettamente inquadrato nel meccanismo statale (10). In tal modo le nazionalizzazioni s'inseriscono come particolare momento in quel processo di rinnovamento della società capitalistica che, da una parte, tende a legare a doppio filo allo Stato le organizzazioni sindacali operaie e, dall'altra, mira a riassorbire nell'apparato produttivo e amministrativo borghese gli strati socialmente e politicamente infidi e fluttuanti dei ceti medi e, se occorre, gli stessi capitalisti individuali che lo sviluppo del sistema capitalistico ha privato della proprietà privata o del controllo diretto dei mezzi di produzione.

E poiché in tutti i Paesi i «grandi» partiti politici vivono non per virtù propria, ma in quanto agenti di pubblicità e di commercio delle grandi ditte internazionali capitalistiche che, nell'attuale schieramento postbellico, si chiamano Inghilterra, Russia e Stati Uniti, la politica delle nazionalizzazioni rientra nel quadro generale della lotta svolta da questi colossi per accaparrarsi, tramite i partiti da essi dipendenti, i posti di controllo o addirittura di comando delle singole economie «nazionali» (e che meglio si direbbero coloniali), cioè, in definitiva, nel quadro generale della strategia su cui va intessendosi la trama della futura terza guerra imperialistica.

Possiamo dunque concludere sintetizzando:
La nazionalizzazione non sopprime né il mercato, dalle cui leggi continua ad essere dominata l'economia, anche se all'interno delle frontiere nazionali è garantito all'industria nazionalizzata un apprensivo regime di monopolio, né lo sfruttamento del lavoro, attraverso la realizzazione ed appropriazione del plusvalore: in una gran parte dei casi, tende al salvataggio di unità economiche deficitarie, in tutti garantisce per vie più o meno palesi il profitto capitalistico. Sul piano dei rapporti inter-imperialistici, essa costituisce l'espressione più evidente e scoperta della tensione di tutte le forze economiche nazionali, in vista di un urto sul terreno della forza che essa contribuisce d'altronde a preparare. Infine, nel gioco delle lotte di classe, le nazionalizzazioni rappresentano il più raffinato metodo per immobilizzare le energie attive del proletariato ed irreggimentare i suoi eventuali compagni di strada.

Ciò non impedisce ai nostri bravi affossatori del marxismo di ricantare, su tutti i giornali e su tutte le riviste, le delizie dell'Europa che marcia verso il socialismo.

Notes:
[prev.] [content] [end]

1. Per la storia delle nazionalizzazioni in Francia. si veda fra l'altro. «Nationalization in France», in «The World Today», agosto 1946. [back]
2. Non l'hanno neppure salvata i nostri nazionalcomunisti i quali, per bocca del min. Scoccimarro, hanno dichiarato di intendere per nazionalizzazione non la deprivatizzazione dei grandi complessi industriali, ma soltanto il controllo dello Stato sull'iniziativa privata negli interessi generali del Paese, formula, questa, tipicamente corporativa, la cui applicazione si sta compiendo in Ungheria. In questo paese, infatti, le più recenti misure di «nazionalizzazione», che toccano aziende costituenti più della metà dell'industria ungherese, non hanno recato pregiudizio alcuno al diritto di proprietà degli azionisti, limitandosi ad avocare allo Stato la direzione e il controllo della produzione e (disposizione significativa) l'assunzione delle perdite, mentre il limite massimo dei dividendi da distribuire agli azionisti è limitato, con un procedimento di cui l'«economia corporativa» ci aveva dato già numerosi esempi, al 3%. È anche da notare che la «nazionalizzazione» ungherese, ridotta nei termini di un puro e semplice controllo statale sulla produzione, è prevista per un periodo di otto anni, pari a quello in cui dovranno essere pagate le riparazioni di guerra («Basler Nachrichten», 30/11). [back]
3. Della nazionalizzazione della Cable and Wireless il cancelliere dello Scacchiere Dalton ha dichiarato che essa «non soltanto costituisce un progresso nel campo sociale, ma è di utilità pratica per la politica imperiale» («Boll. Ec. Ansa», 14/5), mentre il «Le Monde» avvertiva che la C. a. W. aveva già provveduto a trasferire una parte del suo attivo ad una società del settore non nazionalizzato (28-29/4)! [back]
4. «Neue Zürcher Zeitung», 2/2/46. [back]
5. La «Neue Zürcher Zeitung» del 2/11/46 stima a 800 milioni il deficit della sola industria carbonifera. [back]
6. Per chi ami una documentazione: il 21 luglio 1945 Thorez dichiara a Waziers, di fronte ai minatori
«Produrre è oggi là forma più elevata del dovere di classe... Affermo che in questo periodo è impossibile approvare uno sciopero di minatori»;
il 2 settembre, alla festa dell'Humanité, grida:
«Uno sforzo immenso dei lavoratori è indispensabile per... assicurare le basi materiali della grandezza e dell'indipendenza della Francia»;
a Lione, nell'autunno, il segretario generale della C.G.T. dichiara che, poiché non si lavora più per dei trust ma per la «nazione», dovere ed interesse degli operai è di «non sollevare scioperi e accrescere la produzione al massimo». E si potrebbe continuare all'infinito con discorsi altrettanto patriottici di Cachin, Duclos, Philip, e con le requisitorie dei capi sindacali contro gli operai che non mettono abbastanza ardore e spirito di sacrificio nella «battaglia per la produzione». [back]
7. A detta del «The World Today» dell'apr. 1946, art. cit..
«il cartello fu nazionalizzato per far fronte a determinate esigenze del mercato, oltre che allo scopo di sopprimere, o quanto meno di influire in senso moderatore su uno dei principali centri di agitazione operaia». [back]
8. F. Pagliari, «La democrazia industriale in Francia», «Critica Sociale», 1-16 genn. 1946. [back]
9. Sottolineiamo questo fatto non perché crediamo che la situazione cambierebbe se il «controllo operaio» fosse effettivo, ma solo a conferma del carattere demagogico delle parole d'ordine altrui. [back]
10. Quest'aspetto è particolarmente sottolineato da Gélo et Andréa in un articolo su «La Révolution anticapitaliste en France et les nationalisations» pubblicato in «International correspondence», vol I, n. 2, luglio 1946.

Wednesday, February 3, 2010

La Banquise - Il romanzo delle nostre origini



tratto dal sito http://mondosenzagalere.blogspot.com/

[Il presente testo era già stato pubblicato, a puntate, sul nostro sito. Lo ripresentiamo ora, in attesa di una sua prossima pubblicazione in formato cartaceo, in una nuova versione, ampiamente riveduta e corretta, arricchita di un vasto apparato di note e di una bibliografia integrata da una serie di nuovi riferimenti. Ringraziamo per la preziosa collaborazione Dino Erba e Antonio Pagliarone. F.B.]

Contro-rivoluzione e ripresa rivoluzionaria

1. Dalla sinistra tedesco-olandese a Socialisme ou Barbarie

1. Tra il 1917 e il 1921, un movimento comunista, universale per definizione, che si era posto l’obiettivo di «conquistare» il mondo sulla falsariga del capitalismo, era riuscito, in realtà, a sferrare la sua offensiva soltanto al centro del continente europeo. Occorreva ora delineare un bilancio di quell’ondata rivoluzionaria, a partire dal movimento stesso e dalle condizioni poste dalla contro-rivoluzione.
La generazione rivoluzionaria successiva ebbe il vantaggio di potere abbracciare quel periodo con uno sguardo più nitidamente critico, ma si scontrò con la difficoltà supplementare di risalire alla fonte di teorie la cui eco era diventata più distinta del suono iniziale.
La guerra, nel 1914, aveva segnato il necrogeno fallimento della civiltà borghese e dello stesso movimento operaio. Eppure, dopo che l’umanesimo borghese e il riformismo salariale erano affondati insieme nel fango delle trincee, sia l’uno che l’altro proseguirono come se la catastrofe della guerra non avesse smentito le basi su cui avevano prosperato, trascinando milioni di esseri umani verso l’abisso. Sebbene la civiltà capitalistica avesse dato prova della sua disfatta, confermando le previsioni apocalittiche dei rivoluzionari e gli allarmi dei borghesi più lucidi, essi ricominciarono a fare le stesse cose che avevano fatto prima del 1914, soltanto meglio, in forma più moderna e democratica.

Siamo gli ultimi eredi della mistica repubblicana. O forse le siamo sopravvissuti. Subito dopo di noi inizia un’altra epoca, un altro mondo, il mondo di quelli che non credono più a niente; e che se ne fanno vanto e orgoglio. (Charles Péguy, Notre jeunesse)

Ad aumentare la confusione, la Russia sovietica, l’Internazionale Comunista e i vari partiti comunisti, a dispetto della loro aura di radicalità, diedero anch’essi il proprio contributo alla ricostruzione e al rinnovamento di un movimento operaio e di una democrazia che, naturalmente, finirono ben presto per assomigliare a quelli vecchi.
Contrariamente a coloro che si gettarono vanamente nell’attivismo, la sinistra comunista colse la profondità della marea controrivoluzionaria, traendone tutte le conseguenze. Poiché, d’altronde, in questo modo essa si affermava più che altro come forma di resistenza al Capitale, in seguito essa si rivelerà incapace di uscire da questa gabbia e di immaginare, a partire da condizioni mutate – ma soprattutto dall’invarianza della natura del movimento comunista – i tratti di una rivoluzione futura, differente da quelli che avevano caratterizzato il post-1917.
L’ultrasinistra nasce e si sviluppa in opposizione alla socialdemocrazia e al leninismo (che evolverà poi nello stalinismo). Contro queste correnti, essa intende far valere la spontaneità rivoluzionaria del proletariato: per l’ultrasinistra, e per i suoi eredi, la sola soluzione «umana» risiede nell’attività dei proletari. Essa ritiene, quindi, che non vi sia bisogno né di educarli né di organizzarli; che un embrione di rapporti sociali radicalmente altri sia già presente nell’azione degli operai, quando essi agiscono da e per se stessi; che l’esperienza della autogestione delle lotte prepari i proletari alla gestione dell’intera società, nel momento in cui la rivoluzione diventa nuovamente possibile; che i proletari debbano sottrarsi oggi all’espropriazione da parte delle burocrazie sindacali e di partito, anche nelle azioni più marginali, per evitare, domani, che uno Stato sedicente «operaio» possa gestire la produzione al loro posto, instaurando quel capitalismo di Stato che già aveva costituito l’esito ultimo della rivoluzione russa; essa afferma, infine, che sindacati e partiti sono diventati parte integrante della struttura sociale capitalistica.
Prima di disperdersi in piccoli gruppi marginali, la sinistra comunista tedesco-olandese rappresentò la tendenza più avanzata (e più numerosa) del movimento rivoluzionario degli anni 1917-1921. In seguito, nonostante la sua debolezza, fu la sola corrente a porsi, senza concessioni e in ogni circostanza, a difesa degli sfruttati. Rifiutò di sostenere qualsiasi guerra, fosse essa antifascista (contrariamente ai trotzkisti e a molti anarchici) o nazionale (contrariamente ai bordighisti)(1), con la sola eccezione della guerra di Spagna, durante la quale, sulle orme dell’anarchismo, giunse a sostenere la CNT(2).
Affermandone teoricamente l’autonomia, l’ultrasinistra denuncia tutto ciò che toglie al proletariato capacità di iniziativa, ovvero il parlamentarismo, il sindacalismo, il frontismo antifascista o nazionale (ad esempio, la Resistenza francese durante l’occupazione tedesca); e, in generale, tutti gli apparati tendenti a costituirsi in partito e a porsi al di sopra della classe operaia.
«L’emancipazione dei proletari sarà opera dei proletari stessi», scrive Marx(3). Ma quale genere di emancipazione? Per la sinistra comunista tedesco-olandese, il comunismo si confonde con la gestione operaia. Essa non comprende che l’autonomia si deve affermare in tutti i settori della società e non soltanto nell’ambito della produzione; che solo estirpando lo scambio mercantile da tutte le relazioni sociali, da tutto ciò di cui la vita si nutre, i proletari possono mantenere il controllo sulla loro rivoluzione. Riorganizzare ancora una volta la produzione implica la creazione di un nuovo apparato amministrativo: chi mette in primo piano la gestione si condanna a creare un apparato di gestione.
Il controllo sulle nostre vite da parte dei burocrati è soltanto un aspetto dell’espropriazione che subiamo. L’alienazione, il fatto che altri decidano delle nostre vite, non è una realtà amministrativa, che un altro tipo di gestione possa cambiare. La concentrazione del potere decisionale in uno strato privilegiato di specialisti è una conseguenza del rapporto sociale mercantile e salariale. Nelle società precapitalistiche, l’artigiano, che lavorava in proprio, vedeva la sua attività sfuggirgli mano a mano che essa veniva assorbita nella dinamica dei prezzi. La logica mercantile lo privava poco a poco della possibilità di decidere dei propri atti. Eppure, non c’era alcun «burocrate» a dettare la sua condotta. Questo si spiega col fatto che il denaro e il lavoro salariato contengono già in se stessi la possibilità e la necessità della espropriazione. Non vi è che una differenza di grado tra l’espropriazione subita dall’artigiano e quella subita da un OS(4) della BMW. Certo, non si tratta di una differenza di poco conto, ma in entrambi i casi il loro «lavoro dipende da cause che rimangono fuori di essi» (Théodore Dézamy, Code de la communauté, 1842). I gestori della produzione non fanno che incarnare questa alienazione. Non si tratta dunque di mettere al loro posto dei nuovi organismi, i consigli operai, più di quanto non si tratti di sostituire i borghesi con burocrati prodotti dai partiti e dagli apparati sindacali – in questo caso il risultato non mancherà di assomigliare a quello dell’esperienza russa dopo il 1917.
Presa nella tenaglia della SPD(5) e del CIO(6) – le due forme della controrivoluzione sorte dalle lotte operaie del periodo – la sinistra comunista tedesco-olandese riuscì ad opporsi a entrambi. Tuttavia essa stentò a comprendere come gli IWW(7) fossero condannati a una tragica scelta: diventare un’organizzazione riformista o scomparire. A questa organizzazione operaia autonoma, invece, vengono retrospettivamente attribuite tutte le virtù. Non è sufficiente che una struttura sia operaia e anti-burocratica affinché sia anche rivoluzionaria. Tutto dipende da ciò che fa: se si ricade nell’azione sindacale, si finisce per essere un sindacato! Per la stessa ragione, la sinistra tedesco-olandese si è ingannata sulla natura della CNT(8). Nondimeno, da un punto di vista generale, essa mostra che sarebbe superficiale prendersela soltanto con i sindacati, poiché è l’attività riformista degli operai che alimenta il riformismo organizzato e apertamente controrivoluzionario.
La sinistra tedesco-olandese comprende come il mondo borghese del periodo precedente la Prima guerra mondiale abbia ceduto il testimone al mondo capitalista. Essa mostra di saper riconoscere il Capitale ovunque si trovi, Russia inclusa, laddove occorrerà aspettare il 1945 affinché Bordiga dica in modo altrettanto chiaro come stessero le cose. Sebbene il comunismo dei consigli finisca per cristallizzarsi nell’ideologia consiliarista, all’indomani della Seconda guerra mondiale esso coglie infine la necessità di uscire dal quadro teorico definito nel periodo tra le due guerre. Nel 1946, Pannekoek giunge alla conclusione che il proletariato ha subito «uno scacco a causa dei suoi obiettivi troppo ristretti», e che «la vera lotta per l’emancipazione non è ancora cominciata».
Espressione più pura del proletariato rivoluzionario del post-1917, la sinistra tedesco-olandese ne rispecchia anche i limiti, che evidentemente non poteva, da sola, superare.


2. Erede dell’ultrasinistra nel secondo dopoguerra, la rivista «Socialisme ou Barbarie» viene pubblicata in Francia tra il 1949 e il 1965. Da un punto di vista organizzativo, il gruppo che si costituisce attorno alla rivista non proviene dalla sinistra tedesco-olandese, ma dal trotzkismo, anche se presto vi confluiranno alcuni transfughi della Sinistra comunista italiana. Sebbene non abbia mai rivendicato esplicitamente tale filiazione, «Socialisme ou Barbarie» è in ogni caso ascrivibile alle posizioni del consiliarismo, alle quali perviene a partire da una riflessione sulla burocrazia, nata appunto dal rifiuto delle posizioni trotzkiste sull’Urss.
Uno dei principali meriti di «Socialisme ou Barbarie» è quello di cercare «la soluzione» nel proletariato. Senza scadere nel populismo né pretendere di recuperare pretesi «valori operai», «Socialisme ou Barbarie» comprende che la presa di parola da parte degli operai costituisce una condizione essenziale del movimento comunista. Per questo motivo, offre il proprio sostegno a forme di espressione come «Tribune ouvrière», che pubblicava testi di operai della Renault. Da questo punto di vista «Socialisme ou Barbarie» è inscritto nel più vasto movimento che, dando vita ad alcuni embrioni di organizzazione operaia autonoma (ad esempio, Inter-Entreprises), culminerà nel maggio ’68.
Laddove sindacati e i partiti operai propongono i loro servizi ai salariati in cambio di un riconoscimento e di un sostegno, anche finanziario, i gruppi dell’estrema sinistra pretendono di offrire ai salariati una difesa dei loro interessi migliore rispetto a quella che offrono i burocrati, che essi giudicano troppo «moderati». Come contropartita, essi richiedono ancora meno rispetto ai loro antagonisti: un’adesione, per quanto distratta, al loro programma. Dirigisti o libertari, essi presuppongono la stessa soluzione di continuità tra proletariato e comunismo: concepiscono il contenuto del comunismo come qualcosa di esteriore al proletariato. Non cogliendo il rapporto intrinseco tra proletari e rivoluzione – se non per il fatto che saranno i primi a dar vita alla seconda – essi sono costretti a introdurre un programma.
«Socialisme ou Barbarie» ha mostrato come l’azione degli operai sia qualcosa di più di una semplice lotta contro lo sfruttamento, e contenga, in nuce, un insieme di relazioni nuove. Ma ha colto queste ultime soltanto nell’autorganizzazione, piuttosto che nella prassi proletaria – mutazione mostruosa della vita umana prodotta dal Capitale che, esplodendo, genera potenzialmente un mondo nuovo.
A condizione di non rimanere invischiati nelle problematiche dell’organizzazione e della gestione del lavoro, l’osservazione della vita di fabbrica consente di mettere in luce il significato comunista della lotta dei proletari. Così, la testimonianza dell’operaia americana Ria Stone(9), pubblicata sul primo numero della rivista, va ben oltre le tesi esposte nello stesso numero da Chaulieu(10) sul contenuto del socialismo (anche se la pubblicazione del testo della Stone non sarebbe stata possibile senza l’«errore» di Chaulieu).
«Socialisme ou Barbarie» rompe con l’operaismo. L’esperienza proletaria di Claude Lefort, apparso sul n.11 della rivista (1952), è senza dubbio il testo più profondo prodotto dal gruppo. Ma ne mostra anche i limiti, annunciandone l’impasse. In effetti, si continua a cercare una mediazione tra la miseria della condizione operaia e la rivolta aperta contro il Capitale. Ora, è in se stesso che il proletariato trova le ragioni della propria rivolta e il contenuto stesso della rivoluzione, non già in una organizzazione definita preliminarmente, che apporta la coscienza «dall’esterno» o fornisce una base di aggregazione. Lefort coglie, sì, la dinamica rivoluzionaria nei proletari stessi, ma la coglie nella loro organizzazione piuttosto che nella loro natura contraddittoria. In questo modo egli finisce per ridurre il contenuto del socialismo alla gestione operaia.
Per di più, anziché raccogliere e pubblicare testimonianze operaie, come aveva auspicato Lefort, «Socialisme ou Barbarie» si cimentò sul terreno della «sociologia operaia», finendo per imperniare tutto il suo discorso sulla dicotomia tra direzione ed esecuzione. Si distinse, in questo, da «Informations et Correspondance Ouvrières» (ICO), bollettino e gruppo operaista e consiliarista, espressione più immediata dell’autonomia operaia, al quale si unirà Lefort, e dal «Groupe de Liaison pour l'Action des Travailleurs» (GLAT), fondato nel 1959, anch’esso di matrice operaista, ma impegnato a pubblicare analisi minuziose dell’evoluzione del capitalismo. Ognuno alla sua maniera, ICO e GLAT, saranno presenti al centro universitario Censier, occupato dai rivoluzionari nel maggio 1968.
L’insurrezione ungherese del 1956 diede nuovo vigore all’attività di «Socialisme ou Barbarie», ma condusse il gruppo ad impantanarsi ulteriormente nell’ideologia consiliarista. Esso finì, infatti, col vedere confermate le proprie tesi, laddove invece la forma-consiglio mostrava di essere in grado di fare l’esatto contrario di ciò che sostenevano i consiliaristi – come, ad esempio, appoggiare uno stalinista liberale(11).
«Socialisme ou Barbarie» finirà con l’abbandonare i suoi originari riferimenti marxisti per lanciarsi in un vagabondaggio intellettuale che si concluderà nel 1965(12). Questa evoluzione portò alla scissione da parte dei «marxisti», che nel 1963 costituiscono «Pouvoir Ouvrier» (PO). Sarà proprio un membro di PO, Pierre Guillaume, a fondare, due anni più tardi, la «Vieille Taupe», del cui ruolo parleremo in seguito(13).
Come l’Internazionale Situazionista, anche se con modalità diverse, «Socialisme ou Barbarie» seppe far «aderire» la teoria alla modernizzazione della società occidentale. Le sue tesi sul capitalismo e sulla società burocratici, che nascevano dal fantasma della presa del potere da parte degli stalinisti e del rivolgimento della società francese orchestrato dallo Stato, riflettevano la crisi che, soprattutto in Francia, stava corrodendo il modello industriale dominante. Facendo propri slogan quali «Potere operaio – Potere contadino – Potere studentesco» (volantino del Parti Socialiste Unifié, giugno 1968) e facendo della «gestione autonoma e democratica» il suo principale obiettivo, il movimento del maggio ’68 popolarizzò i temi di «Socialisme ou Barbarie», mostrando al tempo stesso i limiti del gruppo e quelli dell’intero movimento.
Nel 1969, sulla rivista «Invariance» si poteva leggere: «“Socialisme ou Barbarie” non è stato un accidente. Esso esprime in modo nitido una posizione diffusa su scala mondiale: l’interpretazione dell’assenza del proletariato e dell’ascesa delle nuove classi medie […]. “Socialisme ou Barbarie” ha assolto al suo compito di superare il settarismo, perché si è collocato nell’immediato, nel presente, tagliando tutti i legami con il passato» (n.6 serie I, p. 29).

2. La Sinistra comunista italiana e Bordiga

Seguendo l’esempio di altre correnti della sinistra comunista, la Sinistra comunista italiana mostra come il proletario sia qualcosa di più di un produttore che lotta per porre fine alla propria povertà (tesi della sinistra socialdemocratica) o al proprio sfruttamento (tesi del gauchisme). Essa, viceversa, riconosce nell’opera di Marx «una descrizione dei caratteri della società comunista» (Bordiga), affermando il carattere anti-mercantile e anti-salariale della rivoluzione e riallacciandosi in tal modo all’utopia:

Siamo i soli a fondare la nostra azione sul futuro.

Bordiga esprime una critica implicita della cesura, teorizzata da Engels nell’Anti-Dühring, tra scienza e utopia. Mentre infatti, secondo Engels, quest’ultima riposa su «una base falsa», Bordiga afferma che i rivoluzionari sono gli «esploratori nel domani»(14). Per Bordiga l’utopia non è previsione, ma prospettiva del futuro. Egli, quindi, restituisce alla rivoluzione la sua dimensione umana; e inoltre approccia la questione di quella che vent’anni più tardi sarà definita «ecologia». D’altra parte, Bordiga concepisce la rivoluzione come l’applicazione di un programma che ha nel «partito» il proprio esecutore, anziché come una dinamica che unifica gli uomini, mano a mano che essi «comunizzano» il mondo.
Ora, si può ipotizzare che un movimento comunizzatore – che distrugge lo Stato, erode la base sociale del nemico, si estende per effetto dell’irresistibile forza di attrazione che esercita la nascita di relazioni umane di tipo nuovo – unificherebbe il campo rivoluzionario assai più efficacemente di un qualsivoglia potere che – nell’attesa di avere conquistato l’intero pianeta per procedere poi, solo in un secondo tempo, alla comunizzazione del mondo – non si comporterebbe altrimenti che come… uno Stato! Una serie di misure elementari, e i loro contraccolpi, consentirebbero un enorme risparmio di mezzi materiali e decuplicherebbero la creatività; il comunismo porterebbe ad abbandonare un gran numero di produzioni e consentirebbe di fare a meno delle «economie di scala», che sono dettate dal principio di redditività. La valorizzazione, che impone un processo di concentrazione, spinge la società capitalistica verso il gigantismo (megalopoli, superconsumo di energia etc.) e lo porta a trascurare tutte le forze di produzione non redditizie. Al contrario, il comunismo potrà decentralizzare, utilizzare le risorse locali; e questo non perché l’umanità centralizzata in un partito avrà così deliberato, ma in quanto i bisogni nati dalla loro stessa prassi spingeranno gli individui a vivere diversamente. Soltanto allora sarà superato il conflitto «spazio contro cemento», definito da Bordiga.
La Sinistra comunista italiana ha posto come propria priorità il comunismo, soprattutto dopo il 1945, senza però averlo compreso come movimento dell’attività umana che tende a emancipare se stessa. Questo si spiega con il fatto che, dopo il 1917, il proletariato si era battuto senza realmente intaccare i fondamenti della società, cosicché i gruppi radicali avevano avuto difficoltà a cogliere teoricamente tali fondamenti e, di conseguenza, a definire il contenuto della rivoluzione.
Bordiga non trae tutte le implicazioni della sua visione del comunismo. Anziché definire la «dittatura del proletariato» a partire dalla comunizzazione, Bordiga la racchiude all’interno di una dittatura politica, facendone anzitutto una questione di potere(15). La sinistra comunista tedesco-olandese aveva intuito che il fondamento della rivoluzione si trova nell’essere-proletario, ma non aveva compreso la natura autentica del comunismo. La Sinistra comunista italiana, al contrario, coglie l’essenza del comunismo, ma priva i proletari della sua realizzazione, che viene invece affidata al partito, custode dei princìpi e incaricato di imporli attraverso la forza.
Certo, Bordiga articola una critica rigorosa della democrazia. Si è spesso rimproverato alla democrazia di dividere i proletari, uniti nell’azione, attraverso il voto, e auspicato una «vera democrazia», una «democrazia operaia», in cui le decisioni siano prese da tutti, attraverso assemblee generali etc. Come ha mostrato Bordiga, la democrazia determina una divisione sul piano della decisione perché separa il momento della decisione. Far credere che tutto venga sospeso, in un dato momento, per sapere che cosa verrà deciso – chi prevarrà – e creare un’istanza di deliberazione: ecco l’illusione democratica! Nell’attività umana è possibile isolare formalmente il momento della decisione, soltanto nella misura in cui tale attività è essa stessa contraddittoria, se cioè è attraversata da conflitti e già vi si sono instaurate delle forze antagonistiche. Il meccanismo di raccolta delle opinioni, allora, non è altro se non una facciata che nasconde la vera decisione, imposta dal gioco dei rapporti di forza preesistenti.
La democrazia stabilisce una cesura nel tempo, si comporta come se si ripartisse da zero. Si potrebbe applicare al rito democratico l’analisi di Mircea Eliade sulle religioni, là dove, periodicamente, si mette in scena il passaggio dal caos all’ordine, collocandosi per un breve istante fuori del tempo, come se tutto fosse di nuovo possibile. La democrazia è stata elevata a principio nella polis greca, allorché i signori dovevano riunirsi per ripartirsi il potere, rispettando le regole di un gioco, con la clausola che si sarebbe fatto ricorso alla dittatura (forma di governo ammessa nell’antica Grecia) nel caso in cui il giocattolo si fosse inceppato.
Pur dimostrando che il principio democratico è estraneo ai fondamenti dell’azione rivoluzionaria e della vita umana, Bordiga si mostra incapace di immaginare l’interazione delle pratiche sovversive dei proletari e non riesce a concepire altra soluzione che la dittatura (del partito). Laddove la sinistra comunista tedesco-olandese era caduta nell’errore democratico a causa del feticismo della forma-consiglio, la Sinistra italiana si perde nella falsa antinomia che essa stessa aveva demistificato e si pronuncia a favore della dittatura – certa di avere colto in tal modo le potenzialità sovversive del proletariato e l’attitudine di quest’ultimo a centralizzare la propria azione, perfino a imporre una disciplina ferrea, in caso di necessità.
Profondamente contraddittorio, Bordiga critica implicitamente Lenin, la socialdemocrazia, il marxismo; ma lo fa «a metà». Egli giunge persino a scrivere un lungo elogio dell’Estremismo di Lenin(16), fatto che ingannerà buona parte della generazione di rivoluzionari apparsa intorno al 1968, che vedranno nel bordighismo nient’altro che una variante del leninismo(17).
Per la sinistra tedesco-olandese, gli organismi operai unitari e di base rappresentano la classe. Per la Sinistra comunista italiana sono i sindacati a rappresentarla. Il fatto che gli operai ne facciano parte le appare più importante di ciò che essi effettivamente fanno nell’ambito di quelle organizzazioni. «Il sindacato, anche quando risulta corrotto, rimane pur sempre un centro operaio» (Bordiga, 1921). Il sindacato, quindi, includerebbe sempre un potenziale di azione rivoluzionaria. In entrambi i casi, la forma organizzativa passa in primo piano rispetto al suo contenuto.
L’errore fondamentale di Bordiga è stato quello di non superare la scissione tra il politico e l’economico, retaggio della Seconda internazionale, che la Terza non rimise mai in causa. L’offensiva proletaria del 1917-1921 aveva operato nella pratica il superamento di questa separazione, ma non era andata abbastanza lontano da imporlo alla coscienza dei comunisti di sinistra nel loro insieme.

La coscienza proletaria può rinascere nella misura in cui le battaglie economiche parziali si sviluppino, fino a raggiungere la fase superiore, politica, che pone il problema del potere («Communisme», n.1, aprile 1937)(18).

No! Occorre che esista già, embrionalmente, nelle prime fasi di un movimento come in quelle successive, una critica sociale che rimetta in causa la politica e l’economia attraverso il rifiuto del «concretismo» (rivendicazioni compatibili con la sopravvivenza dell’impresa) e della mediazione (spartizione del potere, fiducia accordata agli organismi che mediano il rapporto tra Capitale e lavoro). La questione è come rendere esplicita questa critica e come aiutarla a maturare.
La defaillance di Bordiga dipende dalla mancata comprensione del fatto che il comunismo nasce dai bisogni e dalle pratiche prodotte dalla reale situazione del proletariato. Bordiga si pone il problema del passaggio della lotta operaia dall’economia alla politica; in tal modo delinea in modo fuorviante il processo rivoluzionario: egli sa che il comunismo non si costruisce, che la rivoluzione si limita a fare saltare gli ostacoli che si oppongono a una vita i cui elementi sono già in gran parte presenti «nelle viscere» del capitalismo (Marx); ma nondimeno identifica la rivoluzione con l’azione di un potere politico che trasforma la struttura economica. Egli non comprende che la comunizzazione e la lotta contro lo Stato sono necessariamente simultanee.
Le speculazioni sulle diverse forme di organizzazione (consiglio, partito, organismi operai di massa) e la separazione, a livello teorico, tra politica ed economia, testimoniano che il proletariato, perduta la propria unità sin dal 1914, non era riuscito a ritrovarla nemmeno dopo il 1917. L’organizzazione si incaricava di colmare il vuoto lasciato dalla pratica rivoluzionaria dei proletari.
Quando le contraddizioni sociali non producono un movimento sovversivo, si va in cerca di una chiave teorica per uscire dall’impasse. Bordiga la trova nel movimento economico degli operai, che suppone possa generare, con l’aiuto del partito, l’azione rivoluzionaria. L’a priori teorico sostituisce la visione della totalità.
«Invariance», che riprendeva le tesi di Bordiga, iniziò le proprie pubblicazioni prima del maggio ’68. Alla «Vieille Taupe», Pierre Guillaume insisteva presso gli amici e i clienti sull’importanza di questa rivista. Il più grande merito di «Invariance» fu quello di attirare l’attenzione sugli aspetti più ricchi della teoria bordighiana, nel momento in cui il Partito Comunista Internazionale, principale custode di quell’eredità teorica, ne parlava poco, tacendo il nome dello stesso Bordiga, per salvaguardare l’anonimato del partito, e preferiva mettere l’accento su ciò che la Sinistra comunista italiana rifiutava: l’antifascismo, l’educazionismo etc.
Bordiga aveva visto nell’opera di Marx una descrizione del comunismo. Fin dal primo numero, redatto da Camatte e Dangeville, «Invariance» affermava che «è dalla descrizione della società comunista che Marx e Engels hanno tratto i caratteri della forma-partito». Ma «Invariance» resta prigioniera della metafisica del partito.
Nel periodo 1917-1937, e ancor meno all’apogeo della controrivoluzione segnato dalla Seconda guerra mondiale e dalla Ricostruzione, il proletariato non era riuscito ad imporsi per ciò che è – la risultante di pratiche e bisogni che nascono dalla sua condizione profonda. Per resistere alla controrivoluzione, la Sinistra comunista italiana costruì una sorta di metafisica del Proletariato, entità astratta che si sostituisce al movimento reale assente. Il suo riferirsi al partito le serve a preservare una prospettiva rivoluzionaria; allo stesso modo, la sua diffidenza verso l’«anarchismo» (categoria che includeva anche il consiliarismo) costituisce una sorta di garanzia contro i rischi di una deriva democratica.

3. L’Internazionale Situazionista

La colonizzazione della totalità della vita da parte del Capitale, che aveva subito un’accelerazione con il ciclo di prosperità economica innescatosi a partire dal 1950, non poteva non produrre la sua critica liberale: le opere di Vance Packard sull’obsolescenza programmata, quelle di David Riesman sulla «folla solitaria», quelle di Henri Lefebvre sulla vita quotidiana e così via. I paesi industrializzati più tardivamente «mercantilizzati», come la Francia, a lungo opposero una reazione di cauto ripiegamento dinnanzi all’«americanismo» (si veda in particolare «Le Monde»). Intorno al 1960, nel momento in cui la critica pratica dei proletari coincise con le prime inquietudini sul senso e i limiti dello sviluppo, è lo stesso modo di vita capitalistico moderno a trovarsi sul banco degli accusati.
In questo contesto, al punto di intersezione tra il nuovo mondo, orgoglioso della sua modernità, e quello vecchio, che il consumo di massa faceva ormai vacillare, appare l’Internazionale Situazionista (1957-1971). L’IS, che riunisce da una parte tedeschi, scandinavi e americani e, dall’altra, francesi e italiani, apporta un contributo decisivo alla critica della colonizzazione mercantile generalizzata.
Figlia della prosperità degli anni Sessanta, l’IS può dispiegare la sua critica del mondo senza rinchiudersi nella sfera dell’economia, della produzione, della fabbrica. Va considerato che, in questo periodo, gli operai stessi – ad esempio alla Fiat durante le lotte del 1969 – fanno dello spazio extralavorativo (alloggi e trasporti) un terreno di lotta. L’IS si riallaccia così alla critica dell’economia politica del periodo anteriore al 1848.
È lo sviluppo storico stesso che conduce a vedere come la vita salariata non si svolga soltanto all’interno dei luoghi della produzione. Il vecchio movimento operaio, scomparso in quanto rete sociale e trasformatosi in un sistema di organismi di negoziazione, estende le sue ramificazioni a tutti gli aspetti della vita dei proletari. Partiti e sindacati sono, oggi, niente più che organizzazioni di propaganda, che svolgono la funzione di servizi sociali e costituiscono, in larga misura, mere appendici amministrative dello Stato.
L’IS ha sviluppato la critica dell’«urbanistica», intesa come scienza della ricostruzione delle relazioni sociali, in un contesto in cui le radici dei legami collettivi precedenti sono state recise. Il Capitale, sopprimendo la divisione tradizionale tra città e campagna, ha prodotto uno spazio ibrido, una città senza centro; dunque uno spazio che ne rispecchia l’immagine, quella di una società senza un centro e il cui centro è dappertutto.
I numerosi tentativi di costruire città modello sperimentali (Pullman presso Chicago, alla fine del XIX secolo, ad esempio) non hanno mai risolto le contraddizioni sociali né impedito il manifestarsi di insorgenze operaie. Il progetto di una città operaia-padronale, come ad esempio quello di Nicolas Ledoux ad Arc-et-Senans, alla fine del XVIII secolo, fallisce perché la vita del salariato non può avere come unico centro il luogo di lavoro. La città moderna «normale» integra in modo più efficace gli operai, in quanto presenta un contesto di vita capitalistico, anziché padronale. Tale contesto mantiene in effetti in vita una comunità, anche se si tratta in buona parte (seppure non interamente) di una comunità mercantile, costituita attorno alla televisione, al supermercato e all’automobile in quanto mezzo di collegamento tra luoghi atomizzati. Ma televisione, supermercati e automobili presuppongono pur sempre l’esistenza di esseri umani che guardano, consumano e guidano (più o meno) insieme.
Posta di fronte alla città moderna, l’IS cerca di inventare un diverso utilizzo degli spazi urbani. Essa ridà quindi vita all’utopia, riprendendo tanto i suoi aspetti positivi quanto quelli negativi. In un primo tempo i situazionisti affermano la possibilità di sperimentare sin da subito nuovi modi di vita, per arrivare poi a dimostrare che questa riappropriazione delle proprie condizioni di esistenza da parte di ciascuno, passa niente meno che per la riappropriazione collettiva di tutti gli aspetti della vita. Essi, quindi, ridanno senso all’esigenza di creare relazioni sociali nuove. Laddove la maggior parte dei rivoluzionari dibattevano sul «potere operaio» e sulla «estinzione dello Stato», l’IS concettualizza la rivoluzione non come questione politica ma come trasformazione della vita nel suo complesso. Una «banalità», si dirà. Certo, ma una banalità che è stata reintrodotta nel movimento rivoluzionario soltanto negli anni Sessanta e grazie, tra l’altro, proprio all’attività dell’IS.
Generata, al contempo, dalla sinistra consiliarista (Debord fece parte per qualche mese di «Socialisme ou Barbarie») e dalla sua critica, l’IS parte dalla denuncia dello «spettacolo», inteso come passività, come trasformazione di ogni atto umano in mera contemplazione, per giungere alla definizione del comunismo come attività.
Iconoclasta, libera dalla problematica dell’organizzazione operaia (dalla quale gruppi come Pouvoir Ouvrier o ICO non erano riusciti a emanciparsi), l’IS ottiene il risultato di dare uno scossone all’ultrasinistra. Ma la sua teoria dello spettacolo la porta presto a una impasse: quella del consiliarismo. Espressione di assalti contro la merce più che di un movimento – allora assente – contro il Capitale nel suo complesso, la teoria situazionista non può articolare un’analisi della totalità del processo capitalistico. Al pari di «Socialisme ou Barbarie», essa vede nel Capitale una forma di gestione della società che priva i proletari di ogni controllo sulla propria esistenza, e ne desume che si debba trovare un meccanismo che permetta la partecipazione diretta di ciascuno alla vita sociale (sovrapponendo poi a questo schema l’opposizione attivo-passivo). Concependo teoricamente il capitalismo più come spettacolo che come Capitale, essa conclude che si debbano individuare un mezzo, un luogo e una forma di vita che consentano di spezzare la passività, e ritiene di averli trovati rispettivamente nella democrazia(19), nel consiglio e nell’autogestione generalizzata.
La categoria dello spettacolo, sussumendo quella del Capitale, opera un rovesciamento della realtà. L’IS dimentica, in effetti, che «il tratto dominante della divisione capitalistica del lavoro è la metamorfosi del lavoratore da produttore attivo a spettatore passivo del proprio lavoro» (Root and Branch, Le nouveau mouvement ouvrier américain, Spartacus, 1978, p. 90). Lo spettacolo affonda le proprie radici nei rapporti di produzione, ovvero in ciò che è costitutivo del Capitale. Lo spettacolo deve essere quindi compreso a partire dal capitalismo, non il contrario. Lo spettacolo e la contemplazione passiva sono l’effetto di un fenomeno più profondo; è la soddisfazione relativa di «bisogni» creati dal Capitale (cibo, impieghi, alloggi) a suscitare la passività nel comportamento. La concezione teorica dello spettacolo come motore o come essenza della società è una concezione idealista.
L’IS, come già la sinistra comunista tedesco-olandese, pone al centro la spontaneità rivoluzionaria, ma non riesce a definire la natura di tale attività spontanea. Così, finisce col glorificare le assemblee generali, i consigli, anziché indicare il contenuto che queste forme organizzative dovrebbero realizzare. In altri termini, essa cade nello stesso formalismo di quell’ultrasinistra dei cui aspetti troppo vetusti si faceva beffe.
L’IS mette in luce gli aspetti religiosi del militantismo, pratica separata nella quale l’individuo agisce in nome di una causa, astraendo dalla sua vita personale, reprimendo i propri desideri e sacrificandosi in vista di uno scopo che gli è esteriore. Lasciando da parte la partecipazione alle organizzazioni politiche classiche (PC, estrema sinistra etc.), è senz’altro vero che l’azione rivoluzionaria permanente talvolta si rovescia in militantismo: interamente consacrato a un gruppo, obnubilato da una certa visione del mondo, l’individuo perde ogni disponibilità a compiere degli atti rivoluzionari nel momento in cui essi diventano possibili.
Ma la critica del militantismo, anziché ancorarsi a una pratica e a una comprensione dei rapporti reali, capace di impedire lo sviluppo di questo tipo di comportamento, partecipa piuttosto, nell’IS, di un dover essere radicale. Alla morale del militante se ne sostituisce un’altra, quella della radicalità, altrettanto impraticabile e insostenibile.
Non paga di denunciare lo spettacolo, l’IS cerca di rovesciarlo contro la società che lo produce. Lo «scandalo di Strasburgo», che annuncia il maggio ’68, è certamente un successo. Ma l’IS erige questo comportamento a sistema e ne abusa al punto che esso finisce per ritorcerlesi contro. L’utilizzo di tecniche pubblicitarie e scandalistiche approda ben presto alla contro-manipolazione sistematica. Non esiste una pubblicità anti-pubblicitaria; non si può fare uso dei media per propagandare idee rivoluzionarie!
In opposizione alla falsa modestia militante, l’IS si autorappresenta ingigantendo oltre misura il proprio impatto reale sulla situazione mondiale. I suoi continui riferimenti a Machiavelli, Clausewitz e altri strateghi, non sono una semplice civetteria. L’IS è persuasa che una strategia adeguata possa permettere ad un gruppo sufficientemente abile di manipolare i media e di influenzare l’opinione pubblica in senso rivoluzionario. Questa è la prova di quanto questa organizzazione sia schiava della nozione di spettacolo e, in definitiva, della sua mancata comprensione del fenomeno spettacolare.
Quando l’IS si presentava come il centro del mondo, come l’agente della maturazione rivoluzionaria etc., si pensò inizialmente che stesse semplicemente ironizzando su se stessa. Ma quando fece di questo atteggiamento un leitmotiv del proprio discorso, si fu costretti a domandarsi se essa credesse veramente alle enormità che diffondeva sul proprio conto.
Le tesi dell’IS, tra le teorie che hanno avuto una reale diffusione sociale prima del 1968, forniscono la migliore approssimazione del comunismo. Tuttavia, l’IS resta prigioniera delle vecchie illusioni del consiliarismo, a cui ha aggiunto le proprie illusioni sull’affermazione di un «saper vivere» rivoluzionario. Essa crea un’etica nella quale il «godimento» prende il posto dell’attività umana. Da questo punto di vista, essa non esce dal quadro capitalistico incentrato sull’abbondanza consentita dall’automazione, accontentandosi di descrivere l’abolizione del lavoro come una sorta di «tempo libero», illimitato e appassionante.
La Sinistra comunista italiana aveva definito il comunismo come abolizione della merce e aveva rotto con il culto delle forze produttive, ma non aveva saputo cogliere la potenza sovversiva delle misure comunizzatrici concrete. Bordiga rimandava la comunizzazione all’indomani della presa del potere. L’IS vede nella rivoluzione una de-mercificazione immediata e progressiva e incentra il processo rivoluzionario sulle relazioni umane. In effetti, lo Stato non può essere distrutto soltanto sul piano militare: in quanto mediazione sociale, esso deve essere annientato distruggendo i rapporti sociali capitalistici che ne costituiscono il presupposto.
L’IS cade nell’errore simmetrico rispetto a quello di Bordiga. Questi aveva ridotto la rivoluzione all’applicazione di un programma. L’IS ne fa un semplice rovesciamento delle relazioni immediate. Né l’uno né l’altra riescono a cogliere il processo rivoluzionario nella sua totalità: il primo vede un tutto astratto di relazioni reali e di misure pratiche; la seconda un tutto senza unità né determinazione, una somma di punti parziali che si dovrebbero estendere poco a poco. Incapaci di dominare teoricamente la totalità, entrambi sono costretti a ricorrere a dei palliativi organizzativi: il partito l’uno, i consigli l’altra.
Nella sua pratica politica, Bordiga depersonalizza il movimento all’eccesso, giungendo a negare se stesso, nascondendosi dietro ad un anonimato auto-mutilante, che lascia spazio alle manipolazioni del PCInt. All’opposto, l’IS afferma la centralità dell’individuo fino a trascendere nell’elitarismo e a porre se stessa al centro del mondo.
In ogni caso, pur avendo pressoché ignorato Bordiga, l’IS contribuì nella stessa misura alla sintesi rivoluzionaria che si realizzerà con il ’68.


NOTE:

* Le roman de nos origines apparve nel secondo numero de «La Banquise. Revue de critique sociale» (1983), di cui quattro numeri furono pubblicati in Francia tra il 1983 e il 1986. Il collettivo redazionale era composto da Gilles Dauvé (alias Jean Barrot), Serge Quadruppani e Jean-Pierre Carasso.
Questo testo, al momento della sua pubblicazione, suscitò aspre polemiche nei circoli dell’ultragauche parigina, in quanto rendeva pubblica la rottura con Pierre Guillaume e con la rivista «La Guerre Sociale». Tra le ragioni del dissidio vi era il supporto fornito da questi ultimi allo storico «negazionista» Robert Faurisson (Faurisson, sul finire degli anni Settanta, aveva raggiunto una certa notorietà negando l’esistenza delle camere a gas nei campi di concentramento nazisti). Da allora la questione del coinvolgimento dell’ultragauche con il negazionismo è esplosa, nel corso degli anni, in una serie di «scandali» minori, per lo più collegati all’attività pubblicistica di Pierre Guillaume, divenuto nel frattempo il più importante editore francese nel campo della letteratura «revisionista».
In Italia se ne ebbe una pallida eco, trasmessa da Aa. Vv. (Noam Chomsky, Serge Thion), Il caso Faurisson, Castenedolo (Brescia), sid (ma 1981), edizione italiana del pamphlet pubblicato in Francia da La Vieille Taupe, curato da Guillaume. Nell’ambito della Sinistra comunista italiana di ispirazione bordighista, la questione fu allora affrontata da C.S. [Cesare Saletta], Il caso Rassinier, «Quaderni de L’Internazionalista», n. 10, dicembre 1980-marzo 1981, p. 28 e Note raissineriane (con appendice sulla persecuzione giudiziaria di R. Faurisson), «Quaderni de L’Internazionalista», n. 11, dicembre 1981-marzo 1982. Successivamente l’autore, pubblicò: Cesare Saletta, Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet, In appendice un articolo di Robert Faurisson, Graphos, Genova, 1993.
Nel 1996, uno di questi scandali coinvolse gli stessi Dauvé e Quadruppani, che, malgrado la rottura con Guillaume e «La Guerre Sociale», consumatasi tredici anni prima, furono surrettiziamente accusati di «negazionismo». Dauvé rispose a queste accuse pubblicando l’articolo Bilan et contre-bilan, mentre, tra le numerose risposte di Qudruppani, possiamo ricordare Quelques éclaircissements sur «La Banquise». Entrambi i testi sono reperibili sul web.
Al di là di queste vicende, la ragione che rende ancora oggi questo articolo (e in modo particolare i paragrafi che presentiamo al lettore) di un certo rilievo, è il suo tentativo di dare conto della «nascita del comunismo moderno» e della genesi della corrente politica – la cosiddetta «critica radicale» – nel contesto della quale possono essere collocati molti degli scritti di Dauvé. Va da sé che non si tratta di una storia imparziale o peggio «oggettiva».
Gli estratti dell’articolo che pubblichiamo nella presente raccolta sono tratti dalla Seconda parte, «Controrivoluzione e ripresa rivoluzionaria». [N.d.T.].
(1) Sulla questione nazionale e coloniale, a partire dalla fine degli anni Venti, prima il gruppo Pappalardi (Cfr. Dino Erba, Ottobre 1917 – Wall Street 1929. La Sinistra comunista italiana tra bolscevismo e radicalismo: la tendenza di Michelangelo Pappalardi, Colibrì, Milano, 2005, p. 38-39) e poi la Frazione di sinistra del PCd’I, condivisero l’orientamento della Luxemburg e della Sinistra tedesco-olandese (Cfr. [Philippe Bourrinet], La Sinistra comunista italiana, Corrente comunista internazionale, Napoli, 1984, pp. 132 e ss.). Dopo la guerra, il PCInt. sostenne la medesima posizione. Solo all’inizio del 1951, in seguito alla guerra di Corea, Bordiga fece un esplicito riferimento alle Tesi della Terza Internazionale sulla questione nazionale e coloniale (cfr. Alfa [Amadeo Bordiga], Oriente, «Prometeo», Seconda serie, a. VI, n. 2, febbraio 1951, p. 53; ora in I testi del partito comunista internazionale n. 6, Per l’organica sistemazione dei principi comunisti. «Sul filo del tempo», 1953. Valutazioni critiche di eventi significativi del ciclo postbellico, 1946-1950. Le tesi della sinistra, Edizioni il programma comunista, Milano, 1973, p. 187.). In seguito alla scissione del 1952, la tendenza Damen-Battaglia Comunista mantenne il precedente indirizzo «luxemburghiano», mentre la tendenza Bordiga-Programma Comunista riaffermò le tesi leniniste, benché non fossero condivise da tutto il partito, in particolare da esponenti di primo piano, come Ottorino Perrone. [N.d.T.]
(2) Seppur criticamente [N.d.T.]
(3) Nell’Indirizzo inaugurale all’Associazione Internazionale dei Lavoratori (1864). [N.d.T.]
(4) Gli Ouvriers Spécialisés sono, a dispetto del nome, operai non qualificati, addetti al lavoro alla catena o in serie; sono l’equivalente dell’operaio-massa. [N.d.T.]
(5) Sozialdemokratische Partei Deutschlands, Partito socialdemocratico tedesco. [N.d.T.].
(6) Congress of Industrial Organizations, organizzazione sindacale statunitense. [N.d.T.].
(7) Industrial Workers of the World, sindacato internazionale fondato il 27 giugno 1905, durante il Continental Congress of the Working Class tenutosi a Chicago, da un gruppo di 186 militanti tra socialisti, anarchici e altri rivoluzionari. [N.d.T.].
(8) Confederaciòn Nacional del Trabajo, organizzazione sindacale spagnola di matrice anarchica fondata nel 1910. [N.d.T.].
(9) Pseudonimo di Grace C. Lee Boggs.[N.d.T].
(10) Pseudonimo di Cornelius Castoriadis. [N.d.T].
(11) Il riferimento è a Imre Nagy, primo ministro «riformatore» del governo ungherese all’epoca dei «fatti d’Ungheria» (1956). [N.d.T.]
(12) Anno dello scioglimento del gruppo. [N.d.T.]
(13) In Italia, l’orientamento di Pouvoir Ouvrier venne condiviso dal gruppo Unità Proletaria animato da Danilo Montaldi: cfr. Danilo Montaldi, Bisogna sognare. Scritti 1952-1975, Colibrì, Paderno Dugnano (Mi), 1994. Altrettanto può dirsi di Riccardo d’Este a Torino, del Circolo Rosa Luxemburg, sorto a Genova attorno a Gianfranco Faina, e del gruppo Ludd, che a Milano ebbe un significativo contributo da parte di Giorgio Cesarano: cfr. Francesco «Kuki» Santini, Apocalisse e sopravvivenza. Considerazioni sul libro «Critica dell’Utopia Capitale» di Giorgio Cesarano e sull’esperienza della corrente comunista radicale in Italia, (Cox), Milano, 2005. [N.d.T.]
(14) [Amadeo Bordiga], Esploratori nel domani, «Battaglia Comunista», n. 6, 20 marzo-3 aprile 1952; ora in Amadeo Bordiga, Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale, Iskra, Milano, 1978. Ricordiamo che nel «più leninista dei testi leninisti», il Che fare?, Lenin afferma: «Bisogna sognare!», cfr. Luigi Nolli [Danilo Montaldi], Bisogna sognare. Lenin, «Azione Comunista», n. 36, agosto 1958, ora in Danilo Montaldi , Bisogna sognare. Scritti 1952-1975, cit. [N.d.T.]
(15) Con tutti gli annessi e connessi del «terrore rosso». [N.d.T.]
(16) [Amadeo Bordiga], Il testo di Lenin su «l’estremismo, malattia d'infanzia del comunismo», condanna dei futuri rinnegati, in La sinistra comunista in Italia sulla linea marxista di Lenin, ed. Il Programma comunista, 1964.
(17) Nel 1960 Bordiga, con Camatte, avrebbe voluto «archiviare» l’esperienza leninista della Terza Internazionale, ma trovò un’unanime disapprovazione all’interno del partito; la questione fu riproposta e passò nel novembre 1964 a Firenze, con l’opposizione dei «milanesi», che costituirono allora Rivoluzione Comunista. Cfr. [Jacques Camatte], Origine et fonction de la forme parti, «le programme communiste», n. 13, 1961, poi ripubblicato più volte, anche in versione italiana.
(18) «Communisme» era la rivista pubblicata dai comunisti belgi di sinistra, dopo la loro rottura con la Ligue des Communistes Internationalistes in merito alla guerra di Spagna e il conseguente approdo alla posizione sostenuta da una parte della Sinistra «italiana» («Bilan»), anch’essa contraria all’intervento: cfr. Michel Olivier (Michel Roger), La Gauche Communiste Belge (1921-1970), Paris, 2005. In seno alla Sinistra «italiana», l’orientamento sul ruolo dei sindacati non era univoco. Alla fine degli anni Venti, il gruppo animato da Michele Pappalardi pubblicò un saggio dal titolo: Il faut-il conquérir les syndicats ou les détruire?, [«L’Ouvrier Communiste», a. I, n. 1 febbraio 1929, n. 2-3 ottobre 1929 e n. 4-5 novembre 1929], le cui conclusioni approdavano alla seconda ipotesi [cfr. Dino Erba, Ottobre 1917 – Wall Street 1929. La Sinistra comunista italiana tra bolscevismo e radicalismo: la tendenza di Michelangelo Pappalardi, cit., p. 41]. Anche in seguito furono presenti posizioni assai critiche sui sindacati e tendenzialmente vicine alle tesi consiliariste. Esponente di questa tendenza fu Luciano Stefanini [cfr. Luciano, La questione sindacale. Contributo alla discussione sul rapporto Vercesi, «Il Seme Comunista», Bollettino interno della Frazione italiana della sinistra comunista, n. 5, febbraio 1938, p. 13]. Nel dopoguerra, Stefanini mantenne la sua precedente posizione, in polemica con altri compagni, tra i quali Albert Masó (Vega), che poi aderì a «Socialisme ou Barbarie», divenendo esponente della corrente operaista, e in seguito collaborò al mensile «Pouvoir Ouvrier]. [Cfr. Il partito e il problema sindacale, in Documenti della Sinistra Italiana, Resoconti: Convegno di Torino 1945. Congresso di Firenze ‘48. Introduzione: la nascita del PCInt., Edizioni Prometeo, Milano, sid [ma 1971], pp. 3-4, 25-26. pp. 18-22]. All’inizio degli anni Cinquanta, la tesi di Stefanini fu fatta propria dalla tendenza animata da Onorato Damen (ed è tuttora punto cardine del PCInt. – Battaglia Comunista), in netto contrasto con l’indirizzo «sindacalista» di Bordiga e del gruppo a lui vicino. [Quaderni di Battaglia comunista, 1952. La scissione internazionalista (documenti), Edizioni Prometeo, Milano, 2003, p. 20]. [N.d.T.].
(19) Il riferimento è evidentemente alla «democrazia diretta» propria dei consigli operai [N.d.T.]


BIBLIOGRAFIA**

1. Dalla sinistra tedesco-olandese a Socialisme ou Barbarie:

- Denis Authier (a cura di), La Gauche allemande: pour l’histoire du mouvement communiste en Allemagne. Textes, Spartacus, Paris, 1974.
- Denis Authier, Jean Barrot, La sinistra comunista in Germania. 1918-21, La Salamandra, Milano, 1981.
- Mario Baccianini, Angelo Tartarini, Socialisme ou barbarie Guanda, Parma, l969.
- Philippe Bourrinet, Alle origini del comunismo dei consigli. Storia della sinistra marxista olandese, Graphos, 1995.
- Serge Bricianer, Pannekoek e i consigli operai, Musolini, Torino, 1975.
- Paul Cardan, Capitalismo moderno e rivoluzione, Ed 912, Milano, 1969.
- Paul Mattick, Intégration capitaliste et rupture ouvrière, EDI, 1972.
- Paul Mattick, Ribelli e Rinnegati, Musolini, Torino, 1976.
- Paul Mattick, Il marxismo ultimo rifugio della borghesia? Scritti scelti a cura di Antonio Pagliarone, Sedizioni, Milano, 2008.
- Danilo Montaldi, Korsch e i comunisti italiani. Contro un facile spirito di assimilazione, Savelli, Roma, 1975.
- Pierre Souyri, Révolution et contre-révolution en Chine, C.Bourgeois, Paris, 1982.
- Riviste animate da Paul Mattick tra il 1934 e il 1943: «International Council Corrospondence», «Living Marxism» e «New Essays», poi ripubblicate da Greenwood Corp., Westport, Connecticut, USA. Una selezione di questi testi si trova in Aa.Vv., La Contre-révolution bureaucratique, UGE, 10/18, Paris, 1974.
- A proposito di «Socialisme ou Barbarie», si veda anche la Postfazione di Pierre Guillaume a Pierre Chaulieu, I rapporti di produzione in Russia, Samonà e Savelli, Roma, 1971.
- Gilles Dauvè, Karl Nesic, Bisognerà ancora attendere. Breve rapporto sullo stato del mondo dopo l’11 settembre, Giovane Talpa, Milano, 2006.

2. La Sinistra comunista italiana e Bordiga:

- [Philippe Bourrinet], La Sinistra Comunista Italiana, ed. Corrente Comunista Internazionale, Napoli, 1984.
- Jean Barrot [a cura di], «Bilan». Contre-révolution en Espagne 1936-1939, UGE, 10/18, Paris, 1978.
- Jean Barrot, Communisme et «question russe», Editions de la Tete de feuilles, 1972 (contiene Critique de l’Idéologie ultra-gauche e Capitalisme et communisme).
- Jean Barrot, De la politique, in «Le Mouvement communiste», n.5, 1973; Pour une critique de l’idéologie anti-militariste, Editions de l’Oubli, Paris, 1975.
- Jacques Camatte, Bordiga e la passione del comunismo, introduzione a Amadeo Bordiga, Testi sul comunismo, La Vecchia Talpa, Edizioni Crimi, Napoli-Firenze, 1972.
- Nel corso degli ultimi vent’anni, i testi di Bordiga sono stati pubblicati - «con nome e cognome» - sia in volume sia nei numerosi periodici della galassia (esplosa) della Sinistra comunista «italiana». Sono disponibili molte traduzioni in francese, inglese, spagnolo e tedesco. La bibliografia completa è in: Arturo Peregalli - Sandro Saggioro (a cura di), Amadeo Bordiga 1889-1970 Bibliografia, Colibrì, Paderno Dugnano (Milano), 1995.

3. L’Internazionale Situazionista

- Av.Vv. (a cura di Isabella de Caria e Riccardo d’Este), Internazionale situazionista. 1958-1969, Nautilus, Torino, 1994.
- Guy E. Debord, La società dello spettacolo, Baldini & Castoldi, Milano, 2001
- Raoul Vaneigem, Trattato di saper vivere a uso delle giovani generazioni ed altri scritti, Massari, Roma, 2004.
- Wolf Woland, Teoria radicale, lotta di classe (e terrorismo). Appunti per un bilancio di un’epoca, in Raoul Vaneigem, Terrorismo o rivoluzione, Nautilus, Torino, 1982.

**A cura della redazione.

Tuesday, February 2, 2010

Il sogno-bisogno del comunismo

IL SOGNO-BISOGNO DEL COMUNISMO
Serie di rapporti presentati nelle riunioni di partito dal gennaio 1994 al gennaio 1997 (tratto da http://www.international-communist-party.org/, sito del partito comunista internazionale (il partito comunista)


Gran parte della "cultura politica" mostra di credere che, ormai, crollato il Comunismo, il mercato e la connessa libertà hanno avuto partita vinta. I pensatori "deboli" la fanno da padroni e si rimettono con grande disponibilità alle infinite possibilità aperte dalla vittoria del mercato.

Ma il "pensiero forte" ancora in circolazione non disarma, e contro l’ottimismo generale in questo dominio fa cadere la doccia scozzese.

Il Declino del capitalismo di E. Severino lancia il grido di allarme: il Capitalismo distrugge la Terra. Prontamente gli scienziati dell’economia reagiscono: il Prof. Severino non ha autorità in materia, è un filosofo, tendente alla "tuttologia", dunque non attendibile in questo genere d'affermazione.

La contro replica non si è fatta attendere: «Sergio Ricossa, a proposito della premessa del mio libro, se il capitalismo distrugge la Terra distrugge se stesso, riconosce che anche per me rimane incerta la consistenza scientifica delle sue implicazioni; ma aggiunge che do l’impressione che basti credere perché diventi vera (...) Rispondo che si può cambiare strada o perché si sa che è interrotta, o perché si crede che lo sia (e magari non lo è). Anche se il secondo motivo fosse del tutto privo di consistenza scientifica, il cambiamento di strada sarebbe reale» ("Corriere della Sera", 2 gennaio). Le palle non sono ferme, sembra obiettare il pensatore Severino.

Non illudiamoci che Severino, con la sua Fede che il capitalismo stia distruggendo la Terra e dunque se stesso, sillogismo da prendersi con le molle, ci dia una mano a far saltare per aria un sistema di produzione storico che effettivamente fa crepe da tutte le parti. Lo citiamo per mostrare che la sua vittoria a tutto campo è molto più problematica di quanto trionfalisticamente gridano a tutti i venti, e che, anzi, a dire il vero, si rivela una vittoria di Pirro pagata a caro prezzo prima di tutto dai proletari, ma anche dall’evidente macello delle mezze classi.

Non possiamo dunque aspettarci niente di buono dal braccio di ferro tra i vari Severino e Vattimo, Ricossa e Veca nostrani e d’altri paesi; la questione va ben oltre le loro povere concioni. Noi, che non ci siamo neanche girati davanti al baccano, non abbiamo che da parafrasare il classico "tirem innanz". Nel frattempo non possiamo non sottolineare il livello e fare il punto del dibattito generale sulle possibilità e lo sviluppo futuro del capitalismo in declino.

Nel campo economico-politico, ridotto a volgarissima disciplina dalle acrobazie degli econometrici, analisti, ricercatori di mercato ed altra varia zoologia, in linea generale prevale la considerazione opportunistica della variante neo-classica che predica da tempo il riconoscimento del valore primario della produzione di reddito, la classica torta intorno alla quale si riconosce legittima e in qualche modo inevitabile la "conflittualità" per la determinazione delle fette da distribuire e ridistribuire secondo i sofisticati ed ormai fallimentari meccanismi dello Stato assistenziale. È su questo terreno, senza riuscire ad intravedere al di là degli alberi la foresta, che si misurano gli economisti al capezzale del moribondo Capitale.

Per il nostro movimento politico si rende sempre più cogente e primario il compito di ribadire le classiche posizioni che non riconoscono avvenire né al mercato né alle nuove tecniche di conquista delle nuove aree di sviluppo: per questo riproponiamo in sintesi le nostre tesi generalissime, per poi dimostrare che i pannicelli caldi proposti da democratici ed ex opportunisti, da liberal-moderati di varia astrazione e cultura, non saranno in grado di impedire il declino, e per dirla col nostro linguaggio, la crisi catastrofica del sistema di produzione vigente a livello Internazionale.



Sintesi di nostre tesi generali

1. Il materialismo storico e dialettico avvalora la tesi dello sviluppo per salti, che smentisce ogni visione statica della natura e della società umana. Nello stesso tempo valorizza la prova storica ed antropologica di Morgan sulla verità del comunismo primitivo, "rozzo".

2. Il Comunismo non teme l’ipotesi d’una società felice delle origini, idealizzata a livello mitico e religioso in Paradiso Terrestre o Età dell’oro, perché questo tipo di comunismo valorizza l’idea di una umanità capace di realizzare la felicità, rotta dalla separazione in classi in un crescendo di tensioni che dialetticamente hanno condotto alla società capitalistica, oltre la quale solo l’ipotesi del Comunismo integrale può permettere l’emancipazione delle classi oppresse.

3. Nella concezione materialistica dialettica il Comunismo non è, però, un "ritorno" né una semplice nostalgia, né ancora meno meccanica restaurazione dell’ordine perduto. Se così fosse non avrebbe senso la lotta delle classi, e la comunità nuova si realizzerebbe per necessità meccanica insita nella natura-cultura.

4. Non si vede perché dovremmo lavorare esclusivamente nell’ipotesi dell’uomo imperfetto per natura e segnato dal Male. Questa è la tesi tipicamente cristiano-borghese esaltata dalle correnti moderniste, finendo così per costituire la giustificazione ideologica della fissità sostanziale della società e dell’essere umano. In realtà la "restaurazione" del Comunismo, inteso dal Mito e dalle Religioni come prodotto dell’intervento salvifico, può essere svelato come fede nell’Uomo-Dio di poter stabilire la felicità, la verità, l’amicizia, la conversazione dell’uomo con tutto e con tutti. Non è forse vero e da noi sa sempre affermato che la "ricomposizione" sociale del comunismo mira a questo: ad una relazione tra parte e tutto di tipo organico, per cui l’uomo, come nel Krta, il quaternario degli antichi Indù, non ha problemi di conoscenza, perché vive la pienezza della vita? Tra il tutto e la parte, tra interno ed esterno, tra soggetto ed oggetto non ci sarà contraddizione (vedi Critica al Programma di Gotha).

5. Si tratta certamente di saper cogliere il nucleo reale (Das Kern, come dice Marx) e razionale della questione, ma il nocciolo non potrebbe essere proprio la Verità che si è velata e ri-velata, coperta di racconti e di interpretazioni, noi diremmo di "ideologia"..?

6. Tutta la storia, specie dell’Occidente, fino al marxismo, è segnata da questo tipo d’esperienza. Il ricordo del Bene originario è stato coperto dalla dura lotta, dalle tensioni sociali determinate dalla nascita della opposizione delle classi, dalla cosiddetta guerra intraspecifica di cui ha parlato Lorentz, dalla separazione tra soggetto e oggetto, tra maschio e femmina. Come sostiene la esicastia di tipo orientale: «quando l’uomo non parla più alla donna, quando essa non conversa e non ascolta più le sue parole, si lascia libero spazio al demonio, al separatore».

Nella versione comunistica radicale che noi sosteniamo è necessario riattingere e riconoscere valore all’idea originaria del Comunismo, altrimenti l’ipotesi-necessità della società senza classi diventa veramente "utopia", una impossibilità pratica e teorica insieme. Invece è per noi la «realtà che ci scorre davanti agli occhi», come dice Marx.

La spinta e la potente accelerazione verso l’uomo nuovo determinata dalla crescita delle forze produttive durante lo sviluppo del moderno capitalismo, ha permesso al materialismo storico di intravedere un regime sociale capace di realizzare la fine delle contrapposizioni tra individuo e società, che gli ideologi borghesi radicali avevano cominciato ad elaborare con gli spunti di Mably, Morelly, l’abate Meslier e Saint-Martino. Con Rousseau attinge forte impulso la nozione di "volontà generale" che allude alla ricomposizione tra parte e tutto sociale: «Colui che osa prendere l’iniziativa di fondare una nazione, deve sentirsi in grado di trasformare ogni individuo, che in se stesso è un tutto perfetto e isolato, in una parte di un tutto più grande da cui questo individuo riceve in qualche modo la vita e l’essere; di alterare la costituzione dell’uomo per rafforzarla; di sostituire un’esistenza parziale e morale all’esistenza fisica e indipendente che abbiamo tutti ricevuti dalla Natura» (Contratto sociale).

La parte e il tutto sono parti integranti dello stesso tutto; nella compagine sociale ciò appare quasi un "truismo", cioè un’ovvietà; eppure deve essere ancora stabilito quali sono e devono essere i limiti reciproci tra individuo e società. Se il tutto fagocita la parte, l’individuo non ha più ragione d’essere come parte che sente l’esigenza d’integrarsi e di rafforzarsi scambiando le sue relazioni con la società; mentre se la parte pretende d’essere tutto, allora l’individuo può fare a mento del rapporto con la società.

Nella versione di Rousseau, teorico della democrazia "radicale" allo stato nascente, individuo e società si presentano ancora come due enti metafisici ed astratti. Si dovrà capire che l’individuo è il frutto dei rapporti sociali, e che in sé è solo un’astrazione. La società è l’insieme dei rapporti sociali, e non una categoria di pensiero. Col materialismo dialettico anche la "logica" migliora... in quanto scienza organica, e non puramente "formale".

7. Il Comunismo è un sentimento ed un’idea che l’uomo si porta dentro, che sta dietro la sua vita di specie e che proietta nel futuro, come realtà completamente dispiegata. Si tratta di capire bene perché la società organica si è rotta dando inizio alla Storia come storia della lotta tra le classi (Vedi Engels, Origine della Famiglia, della Proprietà privata e dello Stato, nella loro sequenza).

8. Nelle Religioni monoteistiche l’idea che Dio parli direttamente all’Uomo allude senza ombra di dubbio alla società organica prodotta, secondo una classica haggadah ebraica (racconto), dall’entrata dell’anima, che significa vita, spirito vivente, al momento di ogni concepimento, nel corpo femminile. Ciò che unisce si contrappone a ciò che separa. Il Separatore, inteso come demonio che rompe l’unità, non allude forse ad una forza metastorica che infrange l’equilibrio e spinge l’uomo nella direzione della "conoscenza" attraverso un rapporto attivo con la realtà, e cioè il Lavoro? In ogni religione "oggettiva" antica è possibile trovare questo tentativo di ricostruzione della vita in generale, e di quella sociale in particolare.

9. Nella versione marxista – che s’iscrive alla fine dell’arco storico che segna la nascita cosciente dell’organismo collettivo positivo, capace di porsi il tema della società organica non semplicemente come aspettativa utopica, o contemplazione, ma come reale trasformazione delle divisioni sociali in un regime sociale unitario, facendo leva sulla loro "naturale" dinamica – non c’è più spazio per interpretazioni volgari, sia nel senso del determinismo biologico neo-metafisico, sia di tipo astrattamente matematico proprio di modellistiche che giocano consapevolmente sulle astrazioni e sulla loro pura funzionalità come "nuovi creatori", capaci di "creare ancora", di trovare un nesso che unisca gli opposti, il tutto con la parte.

Per questo è necessario esser passati attraverso l’insoddisfazione della polarità assoluta, nella tensione verso una nuova unità. Il mistico non è un bambino, ma colui che non può accettare la dualità irrisolta, in nome del Vivente non diviso e separato. Ciò e sufficiente per affermare che la milizia rivoluzionaria non si omologa al modo corrente di concepire la fede, la razionalità, la scienza.

Del resto le stesso filosofo "forte" riconosce che l’azione umana non è il frutto della scoperta di una consistenza "scientifica" di una determinata visione del mondo, ma di una convinzione che è capace di modificare il mondo. È quello che il comunismo ha sempre sostenuto, non partendo da una condivisa scientificità delle sue tesi, ma della propria fede nella necessità del cambiamento rivoluzionario, il solo capace di trasformare profondamente il modo di intendere la realtà e soprattutto di volgerla nel senso della soddisfazione dei bisogni materiali e morali delle classi sfruttate. Per questo non ha mai preteso che i suoi avversari condividessero la Teoria del Plusvalore ed il suo impianto "scientifico", anche se Marx non ha escluso di far uso del modo di concepire la scienza del suo tempo per "dimostrare" la attendibilità della sua teoria. Così, quando noi rivendichiamo e sosteniamo la scientificità del materialismo storico non abbiamo mai pensato di appiattirci sui ricorrenti e contraddittori modi di intendere la scienza da parte dell’ideologia borghese, che, oltretutto, nei suoi alti e bassi, oggi in particolare, nega che possa aversi un punto di vista assoluto della realtà.

La nostra Mistica è dunque l’unificazione nel Partito, come organo dirigente della classe, delle facoltà individuali con una coscienza collettiva ed organica. A chi ci obietta che questo è un classico wishfult thinking, cioè un pio desiderio, rispondiamo che il comunismo non cessa di desiderare, e non se ne vergogna.



I "piani di vita"

La nostra "mistica" concepisce una sintesi dialettica di utopismo e di scienza senza contraddirsi. Leggiamo nel nostro "Utopia, scienza, azione": «L’utopismo è una anticipazione del futuro; il comunismo scientifico lo richiama alla cognizione del passato e del presente, solo perché del futuro non basta un’anticipazione arbitraria e romantica, ma occorre una previsione scientifica: quella specifica previsione che è resa possibile dal maturarsi della forma capitalistica e di produzione, e che strettamente si collega ai caratteri di essa forma, del suo sviluppo, e di particolari antagonismi che insorgono in essa».

Mentre l'ideologia borghese, secondo le mode, gli alti e i bassi della sua "cultura", ora riscopre i miti, ora la pura ragione, ora la religione – come sta accadendo in questa fase di minacciate apocalisse e catastrofi – la nostra visione della realtà è in grado di giustificare la ragione del mito e delle religioni ed il loro velo ideologico, come pure il nucleo molle della ragion pura e della scienza, quando questa si rifiuta di correggersi e di riconoscersi come espressione delle forze in gioco nella lotta sociale, rifugiandosi nella comoda "neutralità" e nella "oggettività" senza riferimenti sociali.

«Mentre nelle vecchie dottrine il mito e il mistero furono espressioni delle descrizioni degli eventi precedenti ed attuali, e mentre la moderna filosofia della classe capitalistica vanta (con sempre minor risolutezza) di avere eliminati tali elementi fantastici dai fatti fin qui registrati, la nuova dottrina proletaria costruisce le linee della scienza del futuro, del tutto sgombro da elementi arbitrari e passionali».

Non ci siamo limitati a smentire il potere e il valore di "profeti ed eroi" secondo una critica puramente negativa, ma a coglierne il significato in rapporto al maturare dei piani di vita della specie, come si snodano nell’arco della storia umana e naturale: «regolato il conto coi profeti, lo fu del pari con gli eroi, che le vecchie concezioni della storia ponevano al sommo, tanto nella forma di capitani di armi che in quella di legislatori e ordinatori di popoli e di Stati. Inutile anche qui dire come ogni sistema profetico, ogni gesta di conquistatori o di innovatori politici viene dalla critica marxista vagliata quale espressione o risultato che traduce effetti profondi dei piani di vita che si succedono, invecchiano, e si impongono. La nuova dottrina non può dunque legarsi ad un sistema di tavole o testi, premessi a tutta la battaglia; come non può affidarsi al successo di un Capo o di una avanguardia combattente ricca di volontà e di forza. Profetizzare un futuro, o voler "realizzare" un futuro sono posizioni entrambe inadeguate per i comunisti».

* * *

Si fa a questo punto necessario, per fissare bene gli occhi sull’avvenire, approfondire, alla luce del nostro metodo, quello che abbiamo fin dalle origini intese per avanguardia o avanguardie: «il problema della prassi del Partito infatti non è di sapere il futuro, che sarebbe poco, né di volere il futuro, che sarebbe troppo, ma di conservare la linea del futuro della propria classe».

Vacuo ai nostri occhi il blaterare di tutto un secolo di avanguardie scollegate da questa linea di riferimento, specie quando non si è fatto, in tutti i campi, che abusare del termine. Nella mobilitazione di forze determinate dall’esplosione imperialistica del Capitale, gruppi e correnti si sono sentiti "allertati" nelle più strane direzioni. Ma l’allerta non è stata spesso che lo stato d’ansia di chi, vedendosi chiuso alla spalle il passato non più agibile, si è attivato ad esplorare il novum. La consegna – si è creduto – era quella di tornare poi indietro per dare lumi alla truppa – ed a volte è successo – ma molto spesso ci si è persi nell’esplorazione, illudendosi d’aver trovato solo per sé l’ambiente giusto, fermatisi a godersi il loro «universale astratto» per conto proprio. La storia di avanguardie rimaste tali e in tali condizioni è tra le più interessanti, ma a volte squallide. Per questo vale la pena di studiarne l’esperienza per trarne la giusta conclusione: non basta la volontà di rottura con presente insopportabile; è necessario conservare la linea del futuro della propria classe.

Non devono ingannare certi tentativi di bilancio provenienti da sponde opportuniste e borghesi: l’immagine che esse danno del Capitale nel suo insieme, come modo di produzione e come sistema di dominio politico e militare, anche quando tende ad essere presentato non più come "il migliore dei mondi possibili", ma pessimisticamente e obbiettivamente in declino, mira pur sempre a "far ingoiare rospi e serpenti", come ha recentemente ricordato l’ex-cancelliere socialdemocratico Schmidt. La produzione di plusvalore rimane l’imperativo dal quale nessuna forza politica è disposta a prendere le distanze: il sistema capitalistico può anche essere riconosciuto come un inferno, ma nel quale la classe dominante sta sempre meglio del proletariato e metropolitano e delle periferie del mondo.

Ecco, il sovrappiù è il dogma intorno a cui ruota ogni società di classe, ma che solo il materialismo storico ha circoscritto e determinato come plusvalore, con le sue leggi che solo la rivoluzione comunista è in grado d’infrangere.



Il sovrappiù

Il "dogma" intorno a cui gira tutta la concezione marxista della società capitalistica, ed in generale della storia come lotta delle classi, è la produzione di plusvalore e la destinazione sociale di esso.

Il declino del capitalismo non consiste nella pretesa di Severino per la quale, se oggi il Capitalismo distrugge la Terra, dunque distrugge se stesso. Non c’è ecologista oggi che non condivida l’asserzione del signor filosofo. La nostra tesi storica non esclude che il Capitale, a forza di distruggere le forze produttive secondo il suo infernale ritmo, finirà per autodistruggersi. Ma in qualche modo tutte le forme di catastrofismo antirivoluzionario finiscono per incontrarsi: sono forme di ultra imperialismo che teorizzano il superamento dell’insopportabile modo di produzione per via in qualche modo "naturale". Sarebbe facile che l’enorme marchingegno storico trovasse un limite di questo genere e si fermasse sull’orlo del baratro per una qualche illuminazione e miracolo di Damasco. Noi siamo invece della convinzione che senza l’entrata in campo del proletariato come ultima classe della preistoria umana, non ci sarà limite alla distruttività del modo di produzione capitalistico.

Cospicui economisti si sono cimentati nel tentativo di smentire e di correggere la lezione di Marx, con scarso risultato. Ma solo chi, come il nostro Partito, si predispone ad unire dottrina, e cioè conoscenza dei "piani dalla specie", e forza storica di dirigere e guidare verso il suo scopo il proletariato, può essere in grado di comprendere la potente dialettica che sta alla base della Teoria del Plusvalore, il cui significato e portata sfugge al modo di concepire la scienza proprio dei teorici borghesi. Solo il Partito infatti rivendica una visione d’insieme che lega indissolubilmente passato presente e futuro, una verità che individualmente può essere sostenuta o riconosciuta da chiunque, ma che solo nell’azione pratica rivoluzionaria acquista il suo valore.

Filosofi attuali e di moda lo hanno fatto, ma slegandone le implicazioni dall’azione storica. «Si deve concludere che le cose future sono reali anche se non esistono ancora (...) analogamente tutte le cose passate sono reali, anche se non esistono più», così afferma il filosofo americano Putnam, aggiungendo: «la questione è stata risolta mediante la Fisica, e non mediante la filosofia (...) non credo che esistano ancora problemi filosofici riguardo il tempo». Siamo di fronte ad un "mistico"? No. Semplicemente ad una ammissione che diventa inevitabile ogni volta che si abbia il coraggio di prescindere dalle angustie e dal feroce condizionamento dell’ideologia corrente. Putnam, infatti, ritiene che ciò sia possibile purché si sia disposti a distinguere tra "necessità" ed "esistenza". Da questo scaturisce a suo parere il tema della "libertà". E qui le nostre strade si dividono, come è naturale, e il suo modo di connettere ed inferire non è compatibile col nostro: alla nostra scuola le regole della dialettica non sono individuali.

Gravi arbitrii sono quegli atti del pensiero che vengono reclamati all’individualismo antico e moderno ed attribuiti alla liberà oggettiva, alla sua pretesa di sottrarsi alle leggi materialistiche e ai risultati del lavoro di specie. Ma più grave ancora è la pretesa, nei casi estremi dell’individualismo e dell’anarchia di matrice borghese, di esercitare nella realtà delle forze sociali volontà e forza in modo arbitrario ed avulso dalle necessità oggettive. La nostra dottrina al contrario consiste nella lettura delle spinte e delle contraddizioni che reclamano l’intervento del "parto della storia".



La dittatura proletaria: Stato come mezzo di lotta

Dal nostro punto di vista non è sufficiente riconoscere l’esistenza delle classi, le loro insanabili contraddizioni, per poi affidarle alla libertà individuale che dovrebbe o potrebbe intervenirvi in forma sporadica, contingente, nelle modalità borghesi del voto, dell’opinione, o anche della violenza individuale o di gruppo.

Marx, nella lettera a Weydemeier del 1852 sottolinea appunto che l’apporto del marxismo consiste nel riconoscimento della necessità della dittatura proletaria come la forza necessaria per superare le strettoie delle società di classe. La dittatura proletaria non si "prefigura", né si configura come un "ordinamento giuridico sovrano", nel senso di strumento di lotta contro ogni lotta. Questo tipo di teorica è proprio di quegli Stati che nel corso della storia della lotta delle classi si sono proposti come apparato di forza volto a tenere sotto controllo ogni tipo di eversione d’un certo stato di cose funzionale ad inconfessati interessi di parte mascherati da interesse generale. Lo Stato proletario si propone di spezzare (Zertreten, sottolinea Lenin in Stato e Rivoluzione) gli apparati che impediscono alle forze produttive imprigionate dentro ai rapporti di produzione capitalistici di liberarsi nella direzione del socialismo. In virtù di questa apertura questo nostro Stato non si propone più come espressione di soggettiva vendetta o risentimento: forcipe necessario per il parto, la violenza rivoluzionaria non può essere sinonimo, neanche in senso psicologico, di forza puramente "reattiva", ma di potenza attiva, forte e necessaria, aperta al nuovo, tesa in avanti, non rivolta all’indietro.

Questo è il senso dell’Antiduring d’Engels: il comunismo, contrariamente alle letture pacifistiche ed umanitaristiche dilaganti, non pretende di realizzare il potere sovrano che elimina ogni futura dialettica, ma che invece rompe il circolo vizioso della lotta tra le classi che impedisce alla specie di spingere in avanti i suoi «piani generali». La pretesa di concepire la lotta come "violenza intraspecifica" inevitabile in quanto "naturale", impedisce di vedere che ben altre e più alte forme di competizione e di sfida sono aperte all’umanità, nel campo della conoscenza, della scienza, dell’arte, in una parola, nel processo d’umanizzazione della natura e di naturalizzazione dell’uomo.

Gli «spostamenti del campo del conflitto» di K. Schmitt, pur riconosciuti e scoperti dal discusso teorico tedesco, non sono meccanismi nati oggi, invece, come tutte le cose di questo mondo, ben più antichi dei loro «teorici», com’è giusto e naturale. Poiché però si alzano, come la nottola di Minerva, al tramonto, non hanno la grazia della filosofia del mattino, ed appaiono minacciosi e rassegnati o, peggio, "reattivi". Non ne abbiamo timore noi, i "violenti" e "aggressivi": ci sarà da lottare!

Lo "spostamento" che opererà la dittatura proletaria sarà quello che soltanto a sprazzi e senza coerenza hanno già tentato «i piani di specie» contenuti nella storia della lotta tra le classi, dall’antico schiavismo al moderno capitalismo. Sono i campi in cui si sono cimentati i grandi geni dell’arte, della filosofia, della scienza, che non hanno avuto la soddisfazione di vedere i loro meriti e le loro aperture diventate appannaggio di tutta l’umanità, piegati invece a vantaggio dei pochi, contro i troppi derisi e vilipesi.

Il capitalismo, ormai è chiaro anche ai suoi sostenitori, non potrà mai proporsi piani di specie. Il Comunismo è dunque una necessità, un piano a lunga scadenza, piaccia o non piaccia, non un bel gesto o una pia intenzione. Chi si assoggetta ad esso non lo fa per spirito umanitario o per astratto amore per la specie, lo fa come parte integrante di forze che continuerebbero a muoversi anche e nonostante la sua eventuale rinuncia; è quello che si è sempre verificato dopo epoche di ripiegamento e di viltà che hanno comportato tradimenti teorici e pratici.

Così noi siamo qui, indipendentemente da queste miserie, com’è nostro solito stile, dettato da Necessità e non da arbitrio, non per "vendicarci" o "risentiti". Essendo cioè aggressivi e non reattivi, siamo soggetti al programma della specie, e non di un arbitrio soggettivo.






La nostra filosofia

Nel turbinio confuso e contraddittorio delle varie mode borghesi la filosofia, o teoria generale, è sempre più soggetta agli alti e bassi degli umori della società classista.

Abbiamo scritto, nel nostro "Comunismo e Conoscenza umana": «Il marxismo pone la questione della filosofia in modo originale ed in tal senso rifiuta di farsi allineare tra le varie filosofie elencabili storicamente, o peggio ancora sistematicamente. Noi diremo quindi che non vi è una filosofia marxista, ma nemmeno diremo che il marxismo non è una filosofia o che il marxismo non ha una filosofia: ciò darebbe luogo ad un equivoco e ad un pericolo gravissimo: quello di credere che il marxismo si ponga su un terreno estraneo a quello che i filosofi hanno da millenni ipotecato. E se ne potrebbe con deviazione grave dedurre che il militante marxista resti libero, accettate alcune direttive di azione politica e sociale e confessate alcune teorie economiche e storiche, dichiarandosi per una delle tante filosofie: realismo o idealismo, materialismo o spiritualismo, monismo o dualismo, o come volete. Ora il marxismo esclude tutte le filosofie storicamente nate in un modo diverso da quello con cui ogni filosofia condanna le restanti, e quindi, almeno distruttivamente ha una posizione caratteristica in materia di filosofia».

È quello che riconosceva lo stesso Gramsci alla Sinistra: «Do atto alla Sinistra di aver finalmente acquisita e condivisa la sua tesi che aderire al comunismo marxista non importa solo aderire ad una dottrina economica e storica e ad un’azione politica, ma comporta una visione ben definita, e distinta da tutte le altre, dell’intero sistema dell’universo materiale» (Dalle tesi del Congresso di Lione, 1926). È quello che sosteniamo ancora noi e solo noi!

Ma in che consiste, in sintesi, questa distinzione? Nel fatto che: «Il materialismo dialettico non ha più bisogno d’una filosofia che stia al di sopra delle scienze. Tutto ciò che resta dell’intera filosofia che fino ad oggi si è avuta è la dottrina del pensiero e delle sue leggi: la logica formale e dialettica. Tutto il resto passa alla scienza positiva della Natura e della Storia» (Engels).

Non ci interessa cioè la filosofia estranea alle condizioni sociali, oggi di classe, che si limiti a trovare risultati. Noi sappiamo che essa non può fare a meno di trasmetterli e comunicarli, non è pensabile una trasmissione di risultati indipendente dagli interessi di classe. Per questo ogni dato raccolto ed ogni relativa conclusione di qualsiasi filosofia non può essere assolutamente oggettiva, perché la sua trasmissione comporta un adeguamento dei risultati stessi alla dialettica delle forze sociali dominanti. La scienza come realtà neutrale e valida per tutti è stata smentita, anche se noi abbiamo sempre considerato che la scienza della natura è solo relativamente viziata dall’ideologia.

Gli esseri umani sono costretti dalle condizioni materiali ad attenersi al "principio di realtà", lo vogliamo o no, ma la rappresentazione che se ne fanno risente dell’ideologia che la sottende. I metodi della scienza naturale vengono esplicitamente richiamati da Marx ed Engels, che però non cadono nella posizione positivistica di una scienza identica per tutti. Il sogno d’una conoscenza unificata, mentre è legittimo, non può nascondersi che è possibile solo alla condizione che rispecchi un punto di vista non soggettivo, e tanto meno di classe, ma quello dell’intera esigenza umana di stabilire un rapporto giusto con l’ambiente sia umano sia naturale. Se è possibile dire con Kant che l’uomo tende ad accordare la Natura, mentre essa è in sé segnata dalle contraddizioni, è altresì necessario dire che senza togliere le contraddizioni tra le classi, la Natura non solo continuerà ad opporre le sue resistenze, diverse per le specifiche esperienze umane, produttive, cognitive, artistiche.

Noi rivendichiamo così la nostra teoria come la più originale ed antidogmatica, perché l’unica che mentre fa propri i risultati delle scienze in generale, consapevole che sono relativi ed incerti, in quanto poggiano su basi di classe, nello stesso tempo rifiuta di omologarli, e così trasmetterli come "verità assoluta", suscettibili come sono di essere sottomessi agli interessi del Capitale.

Questo modo d’intendere la nostra filosofia ci consente di non cadere vittime di correnti scientifiche di qualsiasi scuola in modo acritico, o come frutto di pura speculazione o illuminazione che dir si voglia; di poter utilizzare i criteri di falsificabilità dei suoi teoremi senza aderire a nessun esclusivo apparato di verifica o di falsificazione, argomenti molto precari in qualsiasi contesto.

Così essa non si configura come Filosofia già fatta nella testa di Giove, eppure con dei contorni definiti, dal momento che sosteniamo, con Lenin, che è nata come un sol blocco. Nata, non morta, una volta per tutte, come amano credere i fautori della fine del Comunismo.

La Scienza positiva e la Storia, che avrebbero dovuto prendere il posto della vuota ed astratta speculazione, continuano a portare stigmate di classe, e a riesumare incessantemente gusci vuoti di tipo idealistico che ne nascondono i fallimenti. I loro risultati si rivelano sempre più marchiati dalle esigenze della classe al potere, e dunque non solo sono esigui, ma difficilmente usabili nel nostro lavoro. Ciò non ci impedisce di riconoscere quanto nei loro metodi corrisponda alla dialettica delle forze oggettive, purché li commisuriamo ai nostri criteri ed ai nostri fini.

Del resto sono gli stessi borghesi che giornalmente si incaricano di svilire e di relativizzare i loro codici ed apparati di ricerca, proprio perché ha aggio nel loro impegno la ragione di fondo dell’ideologia dominante: quella di mantenere il proprio predominio.



L’ottativo del cuore

Il presunto "crollo del comunismo" per i teorici borghesi non è stato tanto quello del muro di Berlino quanto la convinzione che finalmente non si parlerà più di questa "utopia" irrealizzabile e soprattutto capace di intaccare il solido pessimismo dell’anima moderna fondata sull’etica protestantica, la quale esclude che la natura discorde della realtà materiale possa essere accordata dal cuore e dall’azione dell’uomo.

Già Feuerbach aveva scritto nella "Essenza del Cristianesimo" che «Dio è l’ottativo del cuore cambiato in un presente felice», cioè il desiderio umano di veder abolita la distanza tra il volere e il potere, tra il desiderio e l’appagamento, tra l'intenzione e la realizzazione. Dopo di lui Marx, pur sottolineando la natura "metafisica" e filantropica del suo pensiero, ne aveva utilizzato la tensione morale che spingeva verso il superamento dell'alienazione.

Da dove nasce quel desiderio se non dall'esperienza filogeneticamente fatta dall'uomo nel comunismo "rozzo e primitivo"? Come può essersi inventato tale desiderio, se non ricordando ed aspirando poi a raccordare la realtà con la fantasia, l'esperienza del dolore e della sofferenza con la positività di vincerla e di superarla? Riconoscendo che l'Umanità ha vissuto questo accordo, sia pure rozzo e primitivo, il comunismo è apparso possibile, anzi necessario al materialismo dialettico, che non si limita, in nome di una filosofia filantropica ad auspicare tale raggiungimento, ma ad agire per tale scopo secondo un piano di specie che passa per la lotta e la conquista delle condizioni favorevoli a tale passaggio.

Le concezioni utopistiche avevano idealizzato un'umanità delle origini felici; il materialismo storico, senza escludere l'apporto delle scienze, di un metodo che facesse proprie le conquiste delle tecniche particolari, ha fatto leva sulla provata esperienza della vita organica delle origini (vedi Morgan) per teorizzare il comunismo. Partendo da questa capitale considerazione, è oggi l'unica "filosofia" che sostiene che solo ad un certo grado di sviluppo delle forze produttive la storia è diventata storia della lotta delle classi, e piuttosto che versare lacrime inutili sul latte versato o ripiegarsi nostalgicamente sul passato, ha sostenuto la necessità, per il proletariato come classe, di far leva sulle condizioni di vita che non può sopportare più, per andare oltre la società di classe.

Non dunque un "pio desiderio", ma un'analisi lucida, spregiudicata e oggettiva della realtà sociale e dell'economia dominante, per individuare le forze e le forme in grado di eliminare le condizioni del proprio sfruttamento e dell'alienazione dell'intera umanità.

Così l'ottativo del cuore diventa azione non slegata dalla ragione, cioè dai metodi, dalle regole, se vogliamo dai riti necessari per la rivendicazione e la realizzazione del socialismo. Il materialismo dialettico, solo nella nostra storica versione, ha tentato di praticare questo modulo organico del pensiero e di azione, nel quale sentimento, ragione e fede sono uniti.

Il Partito è stato sempre da noi concepito come questo nucleo che prefigura il Comunismo, e comporta il rifiuto dell'imperante ed imperversante teoria soggettivistica del liberalismo, il quale crede che la storia la facciano gli individui, pena poi accettare ingenuamente favole "metafisiche" del tipo mano invisibile e misteri che hanno a che fare con la magia e le allucinazioni.



Il razionale ed il reale

Le regole di razionalità del nostro metodo e del nostro rito non vanno confuse con i criteri di razionalità disincarnata ed avulsa del reale propri del razionalismo borghese, da Cartesio ad oggi. Noi rivendichiamo una razionalità non estranea alle ragioni del sentimento, dunque non tanto strumentale, semplicemente utile per l'azione ed il risultato, ma legata ad un piano generale che riconosciamo iscritto in tutto l'arco della storia come noi ce la rappresentiamo, dall'uomo armato di clava all'uomo comunista del futuro. Anche in questo caso, benché non neghiamo che la nostra scienza risente dei contesti culturali in cui si è sviluppata ed è potuta nascere definitivamente, non accettiamo che si appiattisca e si confonda con qualsiasi altra terapia o sistematica contingente.

È come se accettassimo che il materialismo di Marx è idealistico e quello di Engels evoluzionistico. come è sostenuto da un'analisi scolastica ed accademica, che respingiamo in nome del Partito e della milizia comunista. Come abbiamo sempre respinto la riduzione del nostro materialismo a canone di interpretazione storica, efficace, ma solo metodo e puramente metodo. Preferiamo dire che è un preciso rito nel senso che ha che fare con una religio, cioè un legame che unisce i militanti per uno stesso piano sociale di specie.

Lo stesso dimostrare "per ipotesi", tipico del razionalismo, è stato da noi smentito col nostro procedere sulla base di una esperienza fondata sulla storia e sulla sua dialettica, cioè su forze e forme di sviluppo che non pretendiamo né edificanti né semplicemente auspicabili, ma necessarie ed oggettive.

I nostri modelli cognitivi non coincidono con quelli correnti a corso legale, perché si propongono di trasformare la realtà, e non di conoscerla, come s'illudono i teorici borghesi in ogni campo.



L'oggettività

La nostra oggettività, termine e problema "mitico" nel nostro linguaggio, quanto almeno quello di "dialettica", assume nella nostra filosofia un significato originale che non può essere appiattito su quello abituale e diffuso nelle altre correnti.

Non c'è teoria che non abbia rivendicato un pezzo di sano materialismo, per poi piegarlo alla sua soggettiva interpretazione: «Nessun dubbio che molte cose esistono, o che sono esistite un tempo e hanno già completamente smesso d'esistere, senza che nessun uomo le abbia mai viste e conosciute e senza che gli siano mai state utili» (Cartesio, Principia Philosophiae).

La cosa rimane. Ciò che cambia è il criterio della sua intelligibilità: essa diventa oggetto affinché noi possiamo esprimerlo in linguaggio corretto e pertinente. Il linguaggio comunque può trasmettere – per lo meno in una certa misura – un linguaggio scientifico; perde questa possibilità e questa dignità quando è l'espressione d'una fede acritica negli elementi dei sensi e della tradizione, allora il linguaggio diventa improprio, "impertinente", luogo del pregiudizio e non della scienza.

Ma il nostro linguaggio è tipico di un organo non soggettivo e non individuale, cosicché l'oggettività a cui facciano riferimento non è quella di un modello neutrale, condiviso da tutti indipendentemente dai suoi connotati di classe. Questa è una illusione alla quale non prestiamo fede. Non a caso, nella guerra dei linguaggi siamo rimasti ancorati alla tradizione più pura e "purista", fuori dai contorcimenti opportunistici che sono crollati in questo scorcio di storia recente. L'oggettività non può essere ai nostri occhi una definizione scolastica, e la stessa materia per noi non è la stessa cosa di quella predicata dalla correnti fisiche e filosofiche correnti; non i connotati disincarnati del linguaggio simbolico-algebrico né quelli impastati di materialismo volgare: il nostro linguaggio è quello delle Tesi che il Partito ha saputo cristallizzare nel tempo; consapevole che non è scienza pura, ma la lettura che è stato possibile e necessario fare, lo scolpimento della teoria, per quanto impropri e poco efficaci siano i nostri attuali utensili.

Tutto questo per rimarcare che mentre non ci azzardiamo a arricchire o a modificare, abbiamo da rivendicare l'assoluta originalità del nostro metodo e dei nostri riti, pena l'eclettismo, l'esistenzialismo, la confusione linguistica e dottrinaria che imperversano.



Il Manifesto Comunista

Mentre le correnti teorico-filosofiche borghesi hanno esplicitamente rinunciato a qualsiasi programma visibile nel campo storico-politico e tanto più ad un Piano di specie, noi comunisti rimaniamo fermamente ancorati al nostro programma storico generale. Quale migliore Piano di quello presentato ai proletari di tutto il mondo con la pubblicazione del Manifesto Comunista 1848? Il Piano di Specie che noi rivendichiamo non potrà dispiegarsi se non affermiamo la necessità del Partito, della sua funzione storica, fino alla presa del potere, dell'esercizio della dittatura proletaria per la prima radicale "riforma" della putrida società messa in piedi dal Capitale mondiale.

Ieri come oggi, per chi può vedere, «Uno spettro s'aggira per l'Europa – lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono alleate in una santa battuta di caccia contro questo spettro: Papa e Zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi. Quale partito d'opposizione non è stato tacciato di comunismo dai suoi avversari governativi; quale partito d'opposizione non ha rilanciato l'infame accusa di comunismo tanto sugli uomini più progrediti dell'opposizione stessa, quanto sui propri avversari. Da questo fatto scaturiscono due specie di conclusioni. Il comunismo è già riconosciuto come potenza da tutte le potenze europee. È ormai tempo che i comunisti espongono apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del partito stesso. A questo scopo si sono riuniti a Londra comunisti delle nazionalità più diverse e hanno redatto il seguente manifesto che viene pubblicato in inglese, francese, italiano, tedesco, fiammingo e danese».

Così l'introduzione al Manifesto. Chi sa leggere con spirito rivoluzionario non fatica molto a capire che basta cambiare i nomi dei governanti ed estendere l'area a tutto il mondo (tenendo conto a quel tempo sulla Terra vi erano circa 1 miliardo e mezzo di individui ed oggi oltre 5) ed il quadro è completo: sono aumentati i ricchi, ma sono centuplicati i poveri, i diseredati e gli affamati. Ci troviamo di fronte a un mondo che si sta sgretolando, una società che sta andando alla malora giorno dopo giorno!

«La storia di ogni società esistente fino a questo momento, è storia di lotta di classi (...) La società borghese moderna, sorta dal tramonto delle società feudale, non ha eliminato gli antagonismi fra le classi. Essa ha soltanto sostituito alle antiche nuove classi di oppressione, nuove forme di lotta».

Sulla scia dei rivoluzionari di un secolo e mezzo fa s'incamminarono poi quelli che, facendo tesoro delle passate esperienze del movimento operaio e dello sviluppo del capitalismo, operarono per la fondazione di una nuova organizzazione comunista mondiale, la Terza Internazionale. Si andarono costituendo partiti comunisti in tutti i paesi ed avemmo ancora un tentativo di assalto al cielo con la Rivoluzione d'Ottobre e un fermento generale di grandi masse proletarie, specialmente in Germania. Ma la non vinta controrivoluzione sotto spoglie riformiste, socialdemocratiche e staliniste fece deviare dal loro cammino i movimenti rivoluzionari più avanzati e più decisi. La droga dell'opportunismo si era impadronita di larghe masse proletarie e il capitale e la società borghese furono salvi e poterono proseguire sul nefando cammino di guerre e distruzioni a tutti i livelli. Anno dopo anno dal nord al sud e dall'est all'ovest si mantiene la barbarie e i lavoratori di paesi diversi si vanno dilaniando in lotte intestine mentre falsi profeti scendono tra le masse seminando zizzania e imbelli predizioni. I comunisti, che non sono né morti né spariti, invitano i proletari a salvaguardarsi da questi falsi profeti che, travestiti sotto mille colori, come camaleonti, tentano ancora d'ingannarli. Non c'è nulla da "rifondare"! C'è solo da riprendere il cammino da dove era stato deviato.

Contro questa situazione noi riaffermiamo la verità del Comunismo e ribadiamo ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che il Comunismo non ha mai preteso di affermarsi per via di idee, o per via di Verità da credere, anche se non esclude la lotta delle idee per affermare la sua verità. Se così non fosse crederemmo ad un sistema filosofico tra i tanti, preferito, mentre abbiamo sempre sostenuto che per Comunismo intendiamo un regime sociale prodotto dalla storia della liberazione della classe degli oppressi di ieri e di oggi dalla divisione in classi della società. Nel Comunismo non si realizza una verità filosofica, ma un processo reale che porta a conclusione una lotta di forze reali, non di archetipi che camminino sulle proprie gambe indipendentemente dalle condizioni concrete in cui gli uomini si trovano ad agire ed a vivere secondo forme determinate che chiamiamo classi sociali tra di loro in conflitto. Da ciò discende la natura "aperta" del materialismo storico e dialettico; che niente ha a che vedere con tutti i tipi di vulgata, i "marxismi" di cui parla Hobsbaum, compresi quelli che si sono pasciuti di "DiaMat" neo-idealistico e evoluzionistico, di inquisizioni e di tradimenti.

Nel suo nucleo fondamentale il materialismo storico trae origine dalla considerazione antidogmatica per la quale ci sono, nella realtà, uomini che vivono e si trovano a lottare tra di loro per il controllo delle risorse necessarie alla vita, a organizzarsi secondo forme ereditate dalla storia pregressa, e che solo in particolari condizioni di maturazione possono essere modificate, anzi rivoluzionate, nella direzione delle necessità che si sono aperte ed imposte. Abbiamo voluto dire che nella nostra visione la Necessità è Libertà, "adfirmatio est negatio", e la rivoluzione non è frutto della volontà individuale di nessuno, ma il parto che apre alla storia futura la possibilità di nuova umanità. Nessuna Verità astratta dunque da affermare, ma da praticare e da realizzare.



Nessun Idolo da adorare

Diciamo quello che non abbiamo forse mai detto in modo semplice ed inequivocabile: da dove viene la nostra avversione irriducibile al mercato, allo scambio di merci, all'alienazione dell'uomo? Dall'odio nei confronti della idolatria, fondamento assoluto della concezione ebraica della vita. Lotta agli idoli, alle copie, alle imitazioni, agli scimmmiottamenti, alla vendita della paccottiglia, al commercio delle illusioni. Non si dimentichi che Marx, di origini culturali ebraiche, apostata come tutti i grandi, non ne poteva dimenticare il nucleo forte, autentico.

L'analisi che egli fa della società capitalistica, l'ingresso dolente, profetico e pieno di ardore, la speranza di riscatto che gli consente di entrare nei gironi dell'Inferno del Capitale, non può non culminare nella resurrezione dell'uomo nuovo, liberato e salvato dagli orrori della morte. La denuncia e la lotta senza quartiere contro l'accumulazione, il Profitto, come valorizzazione del Capitale in quanto Capitale, comporta la distruzione dell'Idolo per eccellenza, del Vitello d'oro, al quale si prostrarono gli israeliti mentre Mosè riceveva, tra i nembi luminosi, le Tavole della Legge.

Il sogno e il risveglio culmina nell'uomo che non ha più bisogno di vendere nulla di sé, perché scambia umanità, espressione autentica del suo essere, con umanità, non secondo rapporti e misura idolatrici, ma secondo natura e cultura liberate dall'asservimento e dalla morte.

In un mondo nel quale il trionfo dell'inautentico, dell'imitato, del copiato è giunto alla sua apoteosi ed alla sua degradazione più evidente, lotta contro il Capitale significa sempre più e sempre meglio lotta per la Vita contro i suoi surrogati, per l'Arte contro i cascami, per la Conoscenza contro il culto del falso e dell'ambiguo. Solo il Comunismo, come piano di specie, è in grado di proporre il regno della pienezza e della completa soddisfazione.



La distruzione della ragione

Nessuna Ragione da idolatrare, dunque, semmai da distruggere. Ma quale Ragione si lascia distruggere, e come? Il culto della Ragione, in quanto dea, misura suprema dei rapporti umani, culminata nella scandalosa danza della ballerina in Notre Dame, è la Ragione della Borghesia oppure della universalità del genere umano? Non è pensabile che questa capitale differenza sia sfuggita alle considerazioni di G. Lucaks: la Ragione borghese aveva potuto proporsi come Ragione universale ed effettivamente identificarsi con essa. Quando inizia la sua disgregazione? Quando essa non avrà più capacità di impancarsi a ragione universale, quando la ballerina si rivelerà per quello che è ormai oggi, una disfatta prostituta, piuttosto che una dea o una giovane e vergine vestale.

Con questo si vuole affermare il ritorno legittimo dell'aggressione antica (nuova?) e barbara dell'istinto, della violenza? Bisogna intendersi: violenza di chi? Della natura imperialistica del Capitale, dell'istinto non risolto della Ragione borghese, della sua necessità di difesa e di autoconservazione contro l'istinto aggressivo (letteralmente: che va avanti) del nemico storico che è il proletariato? Oppure necessaria violenza di una Nuova Ragione storica? O di una Nuova Riforma? Non sono domande oziose.

È certo comunque che la Ragione universale è ormai una nozione solo ideologica, e come tale smentita dalla sua attitudine storica ampiamente fallita di produrre gli effetti promessi, e in particolare quelli sui quali giurò: i principi della libertà, della uguaglianza e della fraternità. Il monarca che si dimostra incapace di prestar fede al giuramento, è degno d'essere spazzato via, non per ragioni morali, ma per manifesta incapacità (Hobbes). La Ragione si è dimostrata senza misura, avendo prodotto i più gravi squilibri che regime sociale abbia mai determinato, fino alla rivolta stessa della grande Madre Natura che grida di non poter più sopportare i barbari e lo scempio.

Avrà la Ragione il buon gusto di tirarsi da parte? È assolutamente da escludere. Altrimenti avrebbe il senso della Misura!



Restaurazione e Rivoluzione

Marx, nella Critica al programma di Gotha, aveva avvertito che solo il comunismo potrà risolvere in modo felice, secondo una conoscenza razionale compiuta, le contraddizioni tra interno ed esterno, basso ed alto. Destra e sinistra, ci permetteremo di dire oggi: ormai tutti, ideologi e politicanti, sono impegnati nello sforzo di risistemazione della mappa della politica e dei vari totem nei quali, secondo loro, non hanno più senso le vecchie distinzioni, crollate sotto le macerie del... comunismo. Naturalmente non li seguiamo nelle loro evoluzioni, ma se li prendessimo per un momento in considerazione, potremmo rispondere che non è da ora che la Sinistra (termine che rivendichiamo e scriviamo maiuscola, riferendoci alla nostra formazione nel 1921) ammonisce che fu l'avvento del Fascismo e la sconfitta della Rivoluzione proletaria mondiale che fecero saltare le vecchie categorie. Altro che 1989, quando tutti hanno finto d'essersi risvegliati a nuova vita, o a demenza senile.

In realtà, fino dal secondo dopoguerra, mentre la destra e la sinistra si sfidavano in improbabili neo-risorgimenti o in parlamentaristiche diatribe e pugilati tra cadaveri ambulanti, abbiamo sostenuto che l'unica battaglia degna d'esser combattuta è tra Restaurazione del partito e della dottrina e Controrivoluzione. Non abbiamo certo atteso le ultime notizie per impostare la nostra dura opera che s'impone nella fase putrescente del capitale. Così, mentre i fautori del Progresso si stracciano le vesti e si disperano tra vaniloqui di ulteriori magnifiche sorti, noi indichiamo al proletariato la necessità di tenere alta la testa e di attenersi al linguaggio giusto, col quale non ci vergogniamo di riconoscerci come Restauratori delle forme necessarie per il conseguimento della vittoria, e cioè il partito, la teoria, il sindacato di classe, capisaldi per il ribaltamento della realtà esistente.



Nullismo rivoluzionario

Agli occhi delle correnti idealistiche piccolo-borghesi noi fummo e siamo dei "nullisti rivoluzionari". Non ce ne siamo adontati, perché il nostro metro di misura, la teoria rivoluzionaria, non è soggetto ad acquisizioni e interpretazioni soggettive. Mai abbiamo creduto che la prassi rivoluzionaria potesse essere approntata dall'opinione dei singoli, fossero pure grandi combattenti e dirigenti come Marx o Lenin. Questo atteggiamento ci ha permesso di porci al livello della teoria invariante, che solo l'organo partito detiene, alla portata dei Piani di Specie che maturano dialetticamente nella Storia non per decisione di Tizio o di Caio, ma secondo i grandi ritmi dei modi di produzione e delle Rivoluzioni, che si verificano non ad ogni stormir di fronda, ma in particolari e rari risvolti e nodi, che vanno saputi riconoscere dall'organo collettivo che è il Partito.

Questo peculiare atteggiamento che ci ha valso la nostra non cercata, ma necessaria aurea solitudine ed isolamento storico, non può in nessun modo essere condiviso dalle esagitate confuse correnti esistenzialistico-ermeneutiche che sono di moda da oltre un cinquantennio, e oltre tutto peggiorate negli ultimi tempi, che si vantano d'aver rigettato nettamente un qualsiasi debole legame con la concezione materialistico dialettica della storia e della natura, anche se un tempo non lontanissimo si proposero come "compagni di strada".

Dovremmo adontarcene? Nemmeno per sogno. L'arco discendente dell'ideologia borghese non soltanto non ha nulla da proporci, ma lo riconosce da sé, se ne fa infatti vanto, perché vede nella sua non-progettualità attuale, nella sua impossibilità di qualsiasi piano a lunga scadenza, l'apice del suo trionfo, della propria nullità. Finalmente – si dice – siamo liberi da ogni condizionamento ideologico: di pensare ciò che vogliamo, anche se riconosciamo di non essere in grado di pensare nulla!

Al contrario il nostro passato e presente "nullismo" non ha perduto contatto con i "fatti merdosi", che anzi studiamo con accanimento usando anche le inadeguate teknai del nemico, ma soprattutto con la grande tradizione teorica, non solo quella nata come blocco unico nell'età delle moderne rivoluzioni di classe, ma con le grandi tradizioni del passato che non esitano a darci ragione, quando battono in breccia il facile, piccolo e miserabile soggettivismo partorito dalla disgregazione borghese, dalla sua conclamata incapacità di pensare in grande, secondo almeno le esigenze della storia e dello stesso individuo, il loro idolo, che hanno contribuito a schiacciare, a rendere ridicolo e risibile, sempre più solo, spaesato, nullo, appunto! come loro hanno voluto con la loro imbelle volontà. Il nostro rifiuto di "arricchire", aggiustare, manipolare, è stato saggio e positivo, e ci mette in condizioni di non dover nulla ai pasticci delle correnti nemiche, di coglierne al contrario l'estrema confessata impotenza, la propria teorizzata e vergognosa debolezza.



Il centralismo organico

Per questo siamo fermi a rivendicare la "scientificità" del materialismo storico e dialettico, proprio perché «Marx non è mai stato così attuale: la fine dei "partiti comunisti" è la sua vendetta postuma» (Roger Garaudy... convertito all'Islam).

Altro che falsificazione della teoria marxista come vorrebbero gli epistemologi alla Popper, che tanti seguaci sembra avere nel nostro ameno paese! Sottolinea ancora Garaudy che Marx previde ("congetturò", dicono loro!) che «il capitalismo creerà sempre più ricchezza e contemporaneamente sempre più miseria ed esclusione: Marx ha avuto ragione». E così la teoria che si richiama non tanto alla persona Marx, ma alla scienza da lui ed Engels codificata, non in forma chiusa ed impenetrabile alle «confutazioni», perché proprio in virtù di esse rimane solida ed unica a spiegare questo mistero. E non solo a spiegare, ma a combattere per trasformare lo squallore in realtà sociale comunistica.

Il nostro modulo anche organizzativo che si rifà a questi principi base, postula e pratica il centralismo organico, non tanto e solamente per condividere il metodo "scientifico", ma per godere d'una "società" che prefigura il comunismo, nella quale non si dibatte, ma si scolpisce, nella ricerca e nella lotta, quanto la tradizione rivoluzionaria ha accumulato di esperienze e di vita di specie, con entusiasmo, in una visione del tempo che unisce la prospettiva e il senso delle differenze con la visione unica che lega nello stesso arco il pitecantropo armato di clava (a proposito: sembra che fosse mite, ma non stupido ed inerme, simbolo dell'unità tribalica che ricorda la bestia dalla quale forse discendiamo...) con l'uomo comunista, in un Tempo unico che non è in contrasto con l'unico Spazio, secondo la stretta e dialettica relazione che Einstein ha indicato, e immagine di un Cosmo (ordine) che solo la società comunista sarà in grado di raggiungere.

Il centralismo organico, come modulo di vita interna, permette di parlare di tutto, in ambiente heimlich, familiare, che impegna a sporgersi verso quel "perturbante unheimlich" che è la società futura e l'uomo futuro, perturbanti perché non possono non assomigliare all'attuale nostro partito, e che conosciamo per "prefigurazione", che sarà e la Specie conoscerà non tanto per "sentito dire", ma in quanto realtà organica composta non da piccoli ed indipendenti individui ma da Umanità capace di realizzare il suo Piano di Specie.

Ciò non significa che la concezione comunista non sappia cogliere le contraddizioni, ma che nega che assumano carattere "politico" all'interno della compagine comunista, in conflitto di interessi e di forze.



"Utile" o "Profitto"

Tra filosofie e teorie di apparentemente opposta valenza, quelle che cioè aristocraticamente vantano di non perseguire per definizione nessun "utile", essendo la filosofia per definizione scienza fondata sul puro interesse teorico, e quelle che esplicitamente, per contrapposizione polemica in nome del pragmatismo volgare, esaltano la "natura" del mercato e della sua intrinseca armonia prestabilita, non può esserci una "filosofia di mezzo", che dovrebbe poi essere la nostra. Per i fautori della politique d'abord siamo dei poveri e isolati "teorici" e con ciò "nullisti rivoluzionari", per altri pur sempre dei "materialisti", vizio di fondo per ogni effettiva possibilità teorica, legati dunque mani e piedi a quelle "bassure" da cui essi sarebbero sfuggiti in virtù della loro estasi di coscienza.

Non dovremmo e avremmo nulla da rispondere in nessuna direzione, ma è utile farlo, per la nostra intensa necessità. Diciamo allora che siamo da sempre giunti alla considerazione che il nostro linguaggio non coincide con il loro, che il nostro modo di intendere «la musica, il canto e la danza», che è riconosciuto dalla Sinistra come il linguaggio delle epoche rivoluzionarie, non corrisponde al loro canto, danza e musica. Non siamo noi i primi a scoprire che il linguaggio si corrompe (già lo rivelava Platone nel suo Cràtilo), e noi sosteniamo che insieme alla società di classe, dominate dalla brutalità e dal conflitto intraspecifico, si è "corrotto" il linguaggio, in modo tale che la nostre parole e sintassi, e dunque teoria, non sono tanto facilmente misurabili con le loro corrispondenti parole, linguaggio e teoria.

La nostra Filosofia non è "inutile", ma subordinata alla prassi rivoluzionaria, e nello stesso tempo "invariante", cristallizzata in un programma che appare quasi astorico, tanto supera il modo volgare e contingente di concepire il tempo e la storia proprio della società del profitto. Questo perché neghiamo che esso possa essere manovrato da interventi "creativi", siamo essi individuali o di gruppo.

"Utilità", per la guida del processo rivoluzionario, che non può essere confusa con quella del "profitto", sia pubblico sia privato, legato all'hic et nunc dell'interesse immediato e di classe: la sua utilità è per la specie, connessa a quella della natura nel suo complesso, che non è per noi un'astrazione, come avviene in quasi tutte le interpretazioni di essa, dal giusnaturalismo ai nostri giorni, ma l'Ambiente (Umgebung, tutto ciò che ci circonda) nella sua accezione più vasta, di cui la nostra specie non può disinteressarsi, ma "conoscere", per una integrazione non puramente distruttiva, bensì attiva secondo i sapienti piani generali che solo la società comunista sarà in grado di concepire e di approvare.

Non ci chiudiamo dunque in una teoria puramente "teoretica", né in una forma di funzionalismo pragmatico manovrabile a buon mercato. Questa è la nostra differenza, che anche quando sembra poter coincidere con qualche forma di ideologia avversaria, in realtà si coniuga secondo regole sue proprie e tipiche dei quel sol blocco in cui nacque.


L'enigma ricchezza

All'inizio dell'era capitalistico-moderna (1776) Adamo Smith scrisse "La Ricchezza delle Nazioni" facendo le ironie, a proposito delle "mano invisibile" che governerebbe misteriosamente i rapporti economici tra gli esseri umani: parliamo del fornaio e del macellaio che, senza farsi prendere della compassione e dando libera espressione al sacro egoismo, garantiscono l'equilibrio della domanda e dell'offerta e con ciò il benessere sociale della comunità. Geniale, senza dubbio, anche per riconoscimento di papà Marx. Ma la ricchezza di cui parla Smith non è la ricchezza di specie, bensì quella della classe capitalistica. Nonostante la "riscoperta" del "libero mercato" del "liberalismo" di cui si sproloquia nei nostri penosi tempi, solo il piano di specie possibile col comunismo può dare una risposta degna all'enigma ricchezza.

Scrive Marx in "Teorie sul plusvalore": «Produzione per la produzione non vuole dire altro che sviluppo delle forze produttive dell'uomo, cioè sviluppo della ricchezza umana come fine a sé. Se si contrappone a questo fine, come fa Sismondi, il bene del singolo, si afferma che lo sviluppo della specie deve essere arrestato per assicurare il bene del singolo, e che quindi, per esempio, non dovrebbe essere fatta nessuna guerra, perché in ogni guerra vi sono dei morti (...) Non si comprende che lo sviluppo della capacità della specie-uomo, benché si compia dapprima a spese del maggior numero degli individui e di certe classi, spezza infine questo antagonismo e coincide con lo sviluppo del singolo individuo, che cioè il più elevato sviluppo dell'individualità non si acquista che attraverso un processo storico nel quale gli individui restano sacrificati; astrazione fatta dalla sterilità di tali considerazioni, giacché i vantaggi della specie nel regno umano, come in quello animale e in quello vegetale, trionfano sempre a detrimento di quelli degli individui».

Si è parlato a proposito di un Marx "esoterico", nel quale non sarebbero assenti venature che potrebbero dirsi "nitzsckeane". Nessun problema. La contraddizione in Marx e nella nostra scuola non è né un pranzo di gala né un mistero religioso. Anche se dovremmo farci spiegare perché non c'è Chiesa o Patria che non si ritrovi davanti ai caduti delle loro guerre per lodare il tributo riconoscente... dei suoi figli, che naturalmente per noi, in ultima istanza, non sono che proletari. Il sacrificio sublimato, che diventa cinico monumento al milite ignoto, da parte delle classi possidenti, coincide con la spiegazione del passo di Marx appena citato.

Contro di esso è vano invocare la libertà del rapporto venditore-compratore rinverdito dalle contingenti sbornie a favore del "mercato". Sempre Marx, in "Per la critica dell'Economia politica": «Tanto poco sono rapporti puramente individuali quelli che si esprimono nel rapporto tra compratore e venditore, che questi due entrano in questo rapporto solo in quanto il loro lavoro individuale viene negato, diventa cioè lavoro di nessun individuo singolo, diventa denaro. E come è sciocco dunque intendere questi caratteri – dal punto di vista economico, borghese – del compratore e del venditore come forme sociali eterne dell'individualità umana, altrettanto sbagliato è piangerli come abolizione dell'individualità. Essi sono una necessaria espressione dell'individualità sulla base di un determinato stadio del processo di produzione sociale».

Il nesso individualità o individuo - specie è, come si evince, dialettico: e nessuna soluzione al di fuori di quella che noi sosteniamo è in grado di impostarla e risolverla adeguatamente. È il caso di dire, questa volta con Gramsci dei "Quaderni dal carcere": «'Non abbiate paura né dei bricconi né dei malvagi. Abbiate paura dell'onesto uomo che s'inganna: gli è in buona fede verso se stesso, crede il bene e tutti si fidano di lui; ma, sfortunatamente, s'inganna circa i mezzi di procurare il bene degli uomini'. Questo spunto dell'abate Galiani era rivolto contro i 'filosofi' nel 700, contro i giacobini futuri, ma si attaglia a tutti i cattivi politici cosiddetti in buona fede».


Onesti, bricconi e malvagi di oggi

Ma oggi, onesti, bricconi e malvagi sono uniti in una sola impresa, quella di impedire il Piano di Specie che solo la rivoluzione comunista è in grado di varare. Mai come dopo il crollo del "socialismo reale" e la presunta "fine delle ideologie" è stato così evidente. Cadute le macerie è più facile fare la conta delle vittime e dei danni. La tresca tra "onesti", che non saprebbero di economia, per dirla con l'abate Galiani, e che ostentano la loro buona fede, e "malvagi e bricconi" che traggono sia da Stati sia da mafie private le condizioni favorevoli ad un mercato quanto mai florido di commesse militari, è sotto gli occhi di tutti.

Eppure ha la spudoratezza di fingere un piano generale, capace di armonizzare crescita demografica e risorse mondiali. La recente conferenza del Cairo intorno la quale si è organizzata una grancassa infernale, è sotto gli occhi di tutti. Lo stesso vicepresidente "ecologista" Gore, americano, ha ammesso: «rappresentiamo meno di un quarto della popolazione mondiale, ma utilizziamo tre quarti delle materie prime esistenti. Un bambino nato in America avrà un effetto sull'ambiente trenta volte maggiore di un bambino nato in India. I ricchi del mondo hanno la responsabilità di affrontare il propri sproporzionato impatto».

Dal canto loro i fondamentalisti islamici e nostrani si ergono a difensori della vita a tutti i costi, accampando principi contraddetti ogni ora della loro prassi vile e plebea, stando dietro a tutte la più segrete e subdole operazioni politico-diplomatiche dell'imperialismo fatiscente. Gli islamici gridano ad un tentativo di strangolamento della loro ricchezza e capacità di riscatto fondato sulla prolificità e sul numero della popolazione, notoriamente l'arma delle cosiddette nazioni povere e magari "proletarie"; fascismo docet!

Ma dove sta il loro piano di specie? Questi non sono che piani del Capitale, anzi incapacità di fare piani, della sua anarchia produttiva e distributiva, che ha raggiunto un grado di distruttività tale da richiedere genocidi aperti a livello di interi popoli. Altro che contraddizione tra individuo e specie. Qui siamo all'incompatibilità evidente tra vita e morte!


Attuale iperempirismo

Per questo abbiamo nel recente passato polemizzato aspramente con le varie forme di opportunismo che si richiamavano all'"azione", al principio di adesione alla "real politik", ed altre diavolerie: avevamo ben individuato che prima o poi si sarebbe rinunciato all'idea stessa del socialismo, in qualunque salsa condita, fosse pure quella socialdemocratica da noi aborrita da sempre! Bisogna ammettere che la Realtà vince sempre anche sull'immaginazione più fervida. Possiamo dire di aver avuto facilmente ragione!

Scrivevamo nel 1971 (riunione di Cortona-Camucia) «O la Storia va all'indietro o sono i nostri scienziati e opportunisti che fanno il verso del gambero e, senza accorgersene, si sono ridotti più in basso dei socialisti utopisti, di Fourier, di Owen, e Saint-Simon! Ci si potrebbe obbiettare che una società comunista fu concepita anche prima del marxismo, addirittura nei tempi più antichi, da Platone, al Rinascimento, al Campanella; è vero, ma furono sempre società comuniste "reazionarie", che intendevano fondarsi sul potere e sulle strutture già realizzate, che dovevano anzi legittimarle e giustificarle; noi postulavamo la società senza classi. A questo punto anche lo Stato etico di Hegel è "comunismo". Ma tant'è: nella confusione dei nostri giorni, persa la bussola del programma comunista, quando alla domanda: che cos'è il comunismo? si risponde che non ci sono modelli, che è tutto da vedere, che, comunque, è quella società in cui si svilupperanno le forze produttive, si corre il rischio di suggerire come modello di socialismo il Giappone o la Germania di Bonn. Mancanza di tesi significa idealismo assoluto, oppure iperempirismo; rispondere che il socialismo è pensabile ma non conoscibile vuol dire cadere nell'agnosticismo più piatto, confessare la propria impotenza di fronte alla realtà».

E infatti ci siamo! Dalla politica al primo posto si è arrivati al realismo di chi non sono non solo osa prevedere la propria egemonia, ma confessa di non essere in grado di proporsi neppure come credibile opposizione democratica. Di realismo in realismo, eccoci al rimorchio della più piatta realtà esistente. La stessa tanto sbandierata creatività, prassi, attività, si sono rilevate merci avariate ed obsolete: ormai non rimane loro che patire il riconoscimento della propria legittimità politica al servizio della «società» e della Nazione.

Il "socialismo realistico" non è niente altro che la foglia di fico del tradimento perpetrato in anni lontani e che ha lasciato il segno non solo sugli attori del tempo, ma anche sui futuri rinnegati ed imitatori. Siamo così rimasti soli a considerare il socialismo come scienza. Meglio così!


La gatta frettolosa

Intanto, e sempre più, «si lavora in fretta; c'è più competizione e anche più aggressività, ed in questa decadenza il rischio di errore aumenta» (l'astronomo Francois Biraud). Di fronte alla scienza ogni viltà conviene che sia morta... Ma la scienza, soprattutto, non ama la fretta.

I sistemi antichi potevano apparire statici fino al punto di rappresentarsi come eterni. Non a caso la "sovrastruttura" per eccellenza, la sintesi di tutte le sovrastrutture, si chiamò Metafisica. La definizione che di essa dà Aristotele, e cioè "la scienza dell'essere in quanto essere", ha a che fare con principi postulati dalla Ragione, ed in quanto tali non verificabili e controllabili, secondo le metodiche dell'empiria. Noi siamo in grado di sostenere che la Metafisica è proiezione di un modo di produzione relativamente lento e duraturo: per questo appare la scienza della stabilità e della certezza. Ma in ogni epoca ha la sua Metafisica, anzi, come si ammette oggi apertamente (anche dai fautori!), le sue Metafisiche, in concorrenza, tra l'altro, una con l'altra.

In verità non abbiamo pregiudiziali teoriche anti-movimento o anti-azione, ma, avendo ampiamente sottolineato che la formula bernsteiniana "il movimento è tutto, il fine è nulla" è la premessa di ogni revisionismo opportunistico, siamo altresì convinti che l'aggressività e la competizione comportino un alto rischio di errore, come ammette Biraud, al punto di compromettere l'attendibilità della scienza. Anzi, ad essere più completi nel giudizio, ci suggerisce la tesi per la quale il parossismo raggiunto dal capitalismo decrepito non è più capace di produrre "scienza", cosa di cui fu capace ai suoi albori, nella sua "filosofia mattinale", al punto che Marx gli riconosce la sua classicità, specie nel campo delle scienze della natura, che dichiara apertamente di seguire nella sua Introduzione alla "Critica della Economia politica".

Non lo facciamo in nome di una Ragione Assoluta, di una scienza definita una volta per tutte, della pretesa di stabilire in che consista il tì estì di Platone ed Aristotele, ma proprio in nome della storicità della Ragione stessa, della sua "genealogia".

Quando noi sosteniamo la Ragione del proletariato e delle classi subalterne, e dunque una Ragione consapevolmente di parte, perché di classe, non lo facciamo perché essa è per definizione la Ragione "opposta", ma perché è anche una ragione genealogicamente giustificata, l'ultima in ordine di tempo e di necessità, prodotto della storia, con i suoi limiti ed errori che certo non trascuriamo. Ragione, comunque, che dopo aver reclamato i suoi diritti, aspira a farsi Ragione umana in generale. Il rischio di ricadere nella pretesa di ogni Metafisica, di proporsi cioè come Ragione assoluta, lo escludiamo dalle nostre premesse, alle quali intendiamo rimanere fedeli.

Insomma: nessuna paura: il Comunismo non è fine della storia. Oggi è il nostro fine, ma soprattutto, l'abbiamo detto tante volte, è solo l'inizio della vera storia.


Morale sociale

Dovremmo riflettere, sulla base delle leggi elementari della dialettica, o scienza delle contraddizioni, perché, una volta al Potere, ogni forza politica tenda a presentarsi (e se è veramente tale sa presentarsi così) come capace di rappresentare l'intera Società; al punto che le forze soccombenti, sia pure consistenti e credibili, anche se manifestano la velleità di contestarla e combatterla come espressione di parte, non hanno né il prestigio né la credibilità per ribaltare la situazione. Annotava il Machiavelli: «Facci dunque Principe di vincere e mantenere lo Stato; e mezzi sempre siano giudicati onorevoli e da ciascuno saranno laudati; perché el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa; e nel mondo non è se non vulgo (...) Chi vince riesce sempre a presentarsi come legittimo e degno del posto che occupa».

La spiegazione sta nel fatto che la conquista del potere dà l'impressione che la Ragione stia dalla sua parte per aver conciliato le contraddizioni, per averle "tolte", dando al "vulgo" l'impressione di poter godere di tale risultato. In secondo luogo perché una volta al Potere, anche le forze che nella fase del combattimento sono parse sul punto di lacerarsi, all'ordine si sottomettono e dare l'impressione della stabilità.

La Ragione della forza, a cose fatte, acquista la dignità del Diritto e della legittimità, la forza della Ragione. Non a caso San Paolo ebbe a sostenere che «ogni potere viene da Dio». Questo è il comune modo d'intendere la cosiddetta "scienza politica", che sarebbe valida in ogni tempo ed in ogni paese. Noi vogliamo invece sostenere che nelle società di classe anche il più realista degli scienziati della politica non va al di là delle ragioni della sua classe.


La ragione di Stato

Non ci si lasci dunque commuovere dal lamento quotidiano sulla mancanza di autorevolezza dello Stato a causa del turbinio con cui si alternano, nelle varie nazioni, le cosiddette "classi dirigenti" o "élite al potere": in realtà si approfitta di ogni situazione per rafforzare e modernizzare l'apparato di repressione sul proletariato. E anche quando con le forme di un probabile assetto federalistico, e non solo nel caso anomalo Italia, si vuol dare l'impressione di un alleggerimento della pressione della macchina Stato.

Nel tipo di modello trascendentista feudale la Ragion di Stato, e cioè la necessità di sacrificare qualunque ragione particolare della società alla suprema unità del potere delle classi possidenti, era intesa come "al disopra delle stesse leggi dello Stato". Il nascente liberalismo, sulla spinta della borghesia emergente e in odio all'ancien règime, promise di render chiaro il rapporto tra cittadini e Stato secondo la formula dello "Stato di diritto" di cui si ciancia insistentemente oggi, che comporta, almeno a livello teorico, che tutti i rapporti tra cittadini e apparati di governo devono essere soggetti alla Legge scritta, alla Costituzione. Ma la "ragion di Stato" non si compone e non scompare «quando, grazie alla generosa utopia liberale, noi occidentali ci siamo illusi che le costruzioni, i Parlamenti legiferanti, le magistrature indipendenti, tutto ciò insomma che definisce lo Stato moderno di diritto liberaldemocratico, potessero imporre il dominio della legge su tutti, nessuno escluso, gli atti dei poteri. Non è stato purtroppo così» (A. Panebianco, "politologo", Corriere della Sera). Perché: «con l'avvento della democrazia la Ragion di Stato si è semplicemente mimetizzata e gli imperativi di essa, più o meno ipocritamente ribattezzati come Unione nazionale».

Qual'è la natura del legame tra le esigenze di "trasparenza" dello Stato, definito da tutti, e quelle di segretezza degli atti di governo che devono raggiungere i loro effetti a tutti i costi? Mistero.

Solo noi abbiamo spiegato in forma chiara e razionale tale segreto. Lo Stato della borghesia è lo Stato di una classe, quella al potere, sorretta dai suoi alleati di turno, ma che esclude la classe proletaria, nonostante le ipocrisie democratiche e popolari. Il contenzioso sempre aperto e sempre più drammatico tra i vari Stati rispecchia la tensione tra le forme di concorrenza che nessun organismo sovranazionale o di arbitrato è in grado di risolvere. Ciascun Stato nazionale inserito nell'economia globale tende a difendere la sua fetta di mercato ed i suoi interessi: come può non avere la necessità di una diplomazia segreta, i suoi sistemi di corruzione, la sua voglia di cercare scorciatoie e mezzi violenti di fronte alle contraddizioni che gli si parano davanti?

Panebianco sostiene che l'instabilità è dovuta «alla struttura anarchica del sistema internazionale degli Stati, dominati dalle regole della politica di potenza ed al fatto che gli ordini politici democratici sono sempre potenzialmente sottoposti alla minaccia di eversioni interne». Molto bene: ma allora in che consisterebbe l'ideale di un ordine internazionale pacifico e capace di dirimere le sue tensioni attraverso le regole ed il diritto? È la solita utopia, che dovrebbe tenere i piedi per terra ricordando l'imperfezione della natura umana...

I teorici borghesi non intendono vedere il nesso stretto che lega il pericolo di «eversione interna» con le lotte e le guerre degli Stati tra di loro. Noi invece abbiamo sempre sostenuto che le tensioni e le guerre tra gli Stati non sono che l'espressione visibile e traumatica delle tensioni di classe interne ai singoli paesi, dove ogni borghesia, per competere all'esterno, devi dimostrarsi capace di mantenere l'ordine all'interno, cioè soggetta la propria classe operaia perché non si leghi a quella degli altri paesi afflitta dallo stesso male. Uno spettro s'aggira per l'Europa...

Scriveva Cesare Beccaria in "Della Taglia, Dei delitti e delle pene", «Questione è se sia utile il mettere a prezzo la testa di un uomo conosciuto reo, ed armando il braccio di ciascun cittadino, farne un carnefice. O il reo è fuori de' confini, o al di dentro: nel primo caso il sovrano stimola i cittadini a commettere un delitto, e gli espone ad un supplizio, facendo così una ingiuria ed una usurpazione di autorità negli altri dominii, ed autorizza in questa maniera le altre nazioni far lo stesso con lui; nel secondo, mostra la propria debolezza. Chi ha la forza per difendersi, non cerca di comprarla. Di più, un tal editto sconvolge tutte le idee di morale e di virtù, che ad ogni minimo vento svaniscono nell'animo umano. Ora le leggi invitano al tradimento, ed ora lo puniscono. Con una mano il legislatore stringe legami di famiglia, di parentela, di amicizia; e coll'altra premia che li rompe e che li sprezza: sempre contraddittorio a sé medesimo, ora invita alla fiducia gli animi sospettosi degli uomini, ora sparge la diffidenza in tutti i cuori. Invece di prevenire un delitto ne fa nascere cento. Questi sono gli espedienti delle nazioni deboli, delle quali non sono che istantanee riparazioni di un delitto ruinoso che crolla da ogni parte. A misura che crescono i lumi di una nazione, la buona fede e la confidenza reciproca divengono necessarie, e sempre più tendono a confondersi colla vera politica».

Il cane al guinzaglio viene trattenuto volutamente per renderlo diffidente ed aggressivo, per esasperarne la violenza riposta, ed al momento opportuno scagliarlo contro il nemico. È quello che fa il moderno Stato, solo apparentemente cervello della società, incapace di piani in grado di favorire confidenza e integrazione reciproca tra gli uomini. Che cosa sono gli hangar ricolmi di armi, che cosa "l'equilibrio del terrore" se non potenti bulldog allevati dai prepotenti per sbranare il nemico? Chissà come dev'essere il Cuore di Cane ora invitato alla fiducia verso gli animi sospettosi, ora eccitato ad aggredirli. Non si dovrebbe parlare così al Cuore, mettendolo cinicamente tra due fuochi, speculando sulla sua atavica confusione.

Ma gli Stati, lo Stato moderno, in preda permanente della propria intrinseca contraddizione, non sa uscire da essa. È necessario strappargli il guinzaglio. Chi può farlo? Solo chi conosce ed è in grado storicamente di organizzare un piano di Specie. È quello che abbiamo sempre detto: non potremo trasformare il vecchio apparato, che dovrà invece essere distrutto (Zertreten!, vedi Lenin in Stato e Rivoluzione). La Rivoluzione passa per questa via obbligata. In ogni epoca che pone e impone tempi "ultimi" apocalittici (cioè rivelatori) non si pongono alternative di comodo. Questo sentore-sentimento, e necessità, è comune a tutte le epoche di crisi, che hanno promesso e mantenuto le decisioni prese.

Quelli che sostengono un tempo storico "uguale", senza salti, graduale, fingono di non vedere e di non ricordare questi salti epocali. O perché li hanno vissuti, per modo di dire, come "bestie prive di ragione", o assistendovi senza turbarsi delle rovine, in forma istintiva e superficiale.

Il tempo storico non è lo stesso, procede per via dialettica. Il passaggio dalla Preistoria alla Storia non potrà essere indolore, o semplicemente "naturale". Nuovi cieli e nuova terra non sono metafore ad effetto. Sono e saranno veramente nuovi cieli e nuova terra. Non sarà aria fritta, un generico nuovo ordine metafisico, ma una condizione reale, da sempre Promessa, alla quale gli uomini sono stati chiamati per agire, non semplicemente per stare a vedere passivamente che l'opera si compia.


Sotto il giogo della necessità

Ma come sottrarsi, nell'azione per giungere al comunismo, al "giogo della necessità"? Questo è il nucleo forte della tragedia e della storia antica, come di ogni tragedia umana.

Il mondo greco non conosce il concetto di "libera scelta" o di "libero arbitrio". Il suo legame coll'eredità eroico-epica è resistente, anche in quegli autori che la mettono in dubbio. Il nesso libertà-necessità è dialetticamente stretto ed oggettivo. Non esistono parole magiche che lo possano risolvere per incanto. Gli uomini sono mossi a combattere per togliere o riparare un torto, un'ingiustizia, ma così facendo sono condannati a commettere altri torti, altre ingiustizie. L'animo tragico diventa definitivamente consapevole, eidos, e d'ora innanzi ogni decisione sarà soggetta a questa drammatica domanda: vale la pena di versare sangue, si può evitare, si può risolvere la questione secondo le regole delle polemicài tècnai? In questa tensione il calcolo razionale è presente, ma come in ombra, di fronte alla tragedia della scelta. La mentalità eroico-epica sente che dietro l'azione violenta sta il favore o l'opposizione degli dèi.

Ora che il velo è caduto e che l'eroe non può cercare l'alibi di forze "esterne" che lo tengono sottomesso al loro volere, un nuovo mondo si apre dinnanzi all'umanità. Prometeo ha strappato il fuoco agli dèi e l'ha consegnato agli uomini, pagando il suo prezzo eterno. Gli uomini sanno che quel fuoco di cui si sono appropriati li divora, e diventa per loro inevitabile farne un uso responsabile.

Fino a che punto è necessario ricorrere alla forza, alla violenza dispiegata, cinetica, come diciamo noi? Non è un problema che non ci riguardi. Non lo vedono più le forze reazionarie che credono di essere state legittimate una volta per sempre all'uso dello Stato e della sua macchina infernale. Noi invece, che conosciamo la dialettica più e meglio dei Greci, non ce lo possiamo permettere. Finché l'uomo ha il senso della storia, soffre la scelta. La politica è tragedia, ebbe a riconoscere uno spirito epico ed avventuroso della stazza di Napoleone il Grande.

Ma come matura questa convinzione? Quando nel mondo antico prevale lo "spirito epico" la responsabilità è mascherata dalla sottomissione al volere degli dèi. Se l'uomo, anche di potere, non avesse le spalle coperte da una forza così avvolgente e deresponsabilizzante, come potrebbe affrontare decisioni che spingono a sacrifici umani anche appartenenti al genos, perché l'impresa possa avere un esito favorevole?

Il passaggio allo "spirito tragico" segna una lacerazione ed una frattura. Nell'essere umano s'insinua il dubbio che il sacrificio non sia onesto, che sia sacrilego. Egli si sente allora diviso; gli dèi possono essere con lui, ma è lui che non è più d'accorso con se stesso.

Questo stato è lungo e complesso, ma è il momento di uno sviluppo etico e culturale che sembra assurgere a categoria, mentre è invece storico, concreto, documentabile, al punto che accompagna atteggiamenti diversi e situazioni diverse, ma vissute da questo dramma. Dover rinunciare al Fato, al Destino, alla forza esterna del volere degli dèi significa soppesare non solo costi e benefici (aspetto più pragmatico ma che meno coinvolge il cuore umano), piuttosto invece il rapporto dell'uomo con se stesso, operando una ferita profonda non ancora sanata.

Lo sa bene chi opera nel campo politico. È di Lenin l'affermazione rivolta al plotone d'esecuzione: «quando sentite di essere diventati indifferenti, smettete». Uccidere comporta indignazione, coscienza del male, anche se necessario. Finché questo sentimento è vivo l'uomo è negato, ma anche affermato, perché sente la reazione, non è una macchina che si modella sulla società, oggetto, merce, sostituibile e scambiabile in ogni momento. Ancora l'uomo reagisce a farsi ingranaggio, e dalla sua istintiva reattività al delitto, al sangue, può trarre i motivi per la sua perfezionabilità, la forza per continuare a cambiare delle relazioni ingiuste che lo turbano e lo spingono a combatterle.

Siamo responsabili in quanto siamo capaci di andare oltre la soddisfazione immediata di un bisogno primario. Anche l'animale è capace di soddisfare un bisogno primario, in quanto dotato di un patrimonio genetico altamente determinato che gli permette di scegliere anche meglio dell'uomo. Basti pensare a come gli animali evitano di mangiare cose dannose alla loro salute. Ma l'uomo, in quanto homo tecnicus, è capace di porre come oggetto della sua azione un certo tipo di obbiettivo che è il prodotto di un calcolo (magari approssimativo, a volte anche ampiamente errato) che si chiama desiderio cosciente di ottenere un certo risultato capace di soddisfare un suo bisogno. Questo calcolo ragionato è per il momento rivolto al suo utile individuale. La capacità di considerare una catena di "nessi causali" che possono portarlo al risultato desiderato fa sì che egli sia responsabile della sua decisione. Ma l'atto decisionale è da tener distinto dal semplice desiderio, anche se cosciente. Questo è il punto cruciale della "azione responsabile". Generalmente per "responsabile" intendiamo un'azione che comporti delle conseguenze per gli altri, capace di compromettere il diritto o le scelte possibili degli altri.

Ma prima si tratta di stabilire se l'uomo è capace di "calcolare" i rischi ed i costi in rapporto ai probabili vantaggi che un certo tipo di decisione può permettergli. Se si pensa alla cosiddetta serendipity e cioè alla considerazione teorica che spesso otteniamo nel corso della ricerca proprio il contrario di quello che ci aspettavamo, specie nell'ambito della ricerca scientifica, ci dovremmo rendere conto quanto sia vero il proverbio per cui tra il dire e il fare...!

La domanda è se l'uomo sia capace di decidere svincolandosi "relativamente" dall'ambiente (Umwelt), o fino a che punto, se cioè la sua azione sia deterministicamente condizionata, o fino a che punto.

Dobbiamo dire che la sua predeterminazione è "relativa", e che è capace, in determinate circostanze e in virtù di particolari tecniche, di sottrarsi al dominio incontrollato dell'ambiente. Questi processi si chiamano produzione e riproduzione della sua vita materiale, quello che più comunemente è detta Economia. Egli cioè (ad essere corretti, non individualmente ma socialmente) è in grado, per un concorso di fattori favorevoli, di "decidere" un tipo di azione che gli permette di calcolare la riuscita capace di conseguire un risultato utile per la sua attività.

Come si vede l'azione "responsabile" in senso etico, e cioè come rispetto dei diritti e preoccupata delle conseguenze che la nostra azione può comportare per soggetti che immaginiamo portatori di analoghi desideri e bisogni da soddisfare, non è ancora emersa, ma ha bisogno di questa base per poter essere posta e compresa.


Il "dissidio interiore"

Si tende a credere che nell'uomo "moderno" l'azione responsabile sia il frutto e la conseguenza di una lunga tensione interiore, prodotto d'un dissidio che porta all'assunzione di responsabilità, alla scelta del Bene contro la tentazione del Male.

Ciò nell'uomo arcaico è ben lontano dal suo cuore, sentito forse come organo fisico e non come sede di un sentimento, determinato da uno ostacolo che gli frappone il Cosmo. Segno che l'universo dell'uomo arcaico ha una struttura semplice ed organica, al punto che il suo personale sentimento, l'insorgere stesso d'un sentimento personale è visto come un evento che si frappone all'ordinato o comunque necessario svolgersi degli eventi naturali determinati dal "divino".

Ancora oggi nelle menti "arcaiche", o che hanno mantenuto forte il legame o la nostalgia con l'uomo antico (noi diremmo "armato di clava"), il sentimento lirico viene percepito come una sorta di debolezza, di ripiegamento interiore, non inteso come fonte di azione "eroica", ma di lacerazione, di doppiezza, spesso di proclività al tradimento. È certo comunque che il lirismo fu una forma di rassegnazione a un colpo subito dall'esterno, piuttosto che di libera elaborazione personale sofferta e stimolo alla iniziativa consapevole, alla de/cisione responsabile.

Ciò conferma quanto permutati siano i valori nel corso della vita della specie umana, quanto arbitraria sia la pretesa d'imporre un Decalogo oltre il tempo e lo spazio. Quando ciò avviene si ipostatizza un Tempo ed una Cultura, senza sospettare che il "dissidio individuale", la "libertà" come sentimento può essere concepito come debolezza, invece che come forza, prerogativa irrinunciabile e diritto naturale.


L'adesione personale alla milizia nel partito comunista

Da ciò facciamo discendere che l'adesione al Partito, seppure atto di libero arbitrio, mosso da un dissidio interiore e soggettivo, è il prodotto dell'interazione tra le determinazioni sociali – che spingono gli impegni ed i cuori più sensibili a desiderare e riconoscere i sentimenti e le relazioni proprie del comunismo – e la capacità di discernere, che è anche intellettuale e frutto di conoscenza, tra i diversi programmi politici, i diversi piani di sviluppo sociale complessivi, le contrapposte interpretazioni della realtà storica.

Non vediamo contraddizione tra l'adesione personale al partito, organismo collettivo ed organico, e l'elevarsi del singolo al suo metodo unitario di azione e di pensiero, che non richiede affatto, come beotamente si polemizza, la negazione della facoltà di elaborazione ed acquisizione anche individuale del patrimonio comune di dottrina, che in quanto tale travalica i confini tra generazioni, gli ambiti spazio-temporali, le diverse sensibilità culturali.

La capacità di sentire e di raziocinare del militante comunista, di fronte alle stridenti contraddizioni proprie della società divisa in classi, è volta alla sua aspirazione, che è personale e collettiva, a ricomporle in una dimensione organica felice. Se dissidio c'è, come nell'uomo arcaico, proviene dall'esterno del partito, e colpisce il suo sentimento che non accetta né si rassegna alla contraddizione, al male sociale opposto al sogno di una polis che sia corrispondente ad una ideale di giustizia, di bellezza, d'organizzazione armonica di storia e di natura. L'assunzione di responsabilità personale nel Partito si tramuta in gioia ed entusiasmo, in senso morale, nel significato che egli rinuncia alla illusione romantica di modificare la realtà con le sue sole forze, in nome della collaborazione fraterna con chi sente e vuole alla stesso modo, prima ancora di pensare analogamente.

La forza e le capacità individuali del militante sono integrate senza contraddizione nella sensibilità, nel metodo, nella storia, nella dottrina collettive, che nel partito assumono la dimensione e la forma di azione rivoluzionaria, capace pensare e battersi per l'unico e condiviso piano di specie.


Il nostro Comandamento

Certo, noi non conosciamo la morale assoluta dei popi, dei preti, delle università, del Vaticano, o delle messe di domenica a mezzogiorno. L'imperativo categorico di Kant e il filosofico Cristo senza carne e sangue, e senza i vantaggi artistici di un mito religioso, ci sono estranei quanto quel vecchio, crudele volpone di un Mosè, che scoprì sul Sinai il tesoro di una morale eterna. La morale è una funzione della vigente società umana, non v'è in essa nulla di assoluto; essa si modifica insieme alla società e serve di espressione generalizzata degli interessi delle sue classi, in particolare delle classi dominanti. La morale ufficiale è una briglia ideale sul collo degli oppressi.

Nel corso della lotta, la classe operaia si costruisce una sua morale, una morale rivoluzionaria, che comincia con l'abbattere iddio e le norme assolute. Per "onestà" noi intendiamo "coerenza fra parola e azione, agli occhi della classe lavoratrice", sotto il controllo dell'obbiettivo supremo del movimento e della lotta: la liberazione dell'umanità dalla schiavitù, attraverso la rivoluzione sociale.

«Noi, per esempio, non diciamo affatto che non si debba usare l'astuzia e l'inganno, che si debbano amare i propri nemici, ecc. Una morale così sublime è evidentemente accessibile solo a uomini di Stato bacchettoni come lord Curzon, lord Northcliff o mister Henderson. Noi odiamo e disprezziamo i nostri nemici, in quanto lo meritano; li battiamo o li inganniamo, a seconda delle circostanze; e, anche quando ci decidiamo a contrattare, non sentiamo nessun palpito di amore che tutto perdoni. Ma crediamo fermamente che non si debba mentire alle masse né ingannarle circa i fini e i metodi della loro lotta. La rivoluzione sociale poggia sullo sviluppo della coscienza di classe del proletariato, sulla sua fede nelle proprie forze e nel partito che le guida. Si può usare l'astuzia contro i nemici del proletariato, non contro il proletariato. Il nostro partito ha, con le masse e alla loro testa, commesso mille errori. Questi errori, noi i abbiamo apertamente riconosciuti di fronte alle masse, e abbiamo proceduto con esse ai necessari colpi di barra. Ciò che gli ipocriti e i santuzzi della legalità chiamano la nostra demagogia, è soltanto verità proclamata a voce per essi troppo alta, troppo rude, troppo allarmante. Ecco che cosa intendiamo noi per onestà, signori Henderson!» (Trotzky, Fra imperialismo e guerra, 1921).

Di che tipo sono gli errori di tipo individuale di cui la "morale rivoluzionaria" può macchiarsi? Perché i "capi" si sono circondati di falsi collaboratori? O perché non danno prova di buon carattere individuale? Può esserci anche questo, ma sarebbe una vera miseria in rapporto alle necessità storiche del proletariato. La responsabilità storica del Partito non può ridursi ad una sorta di galateo formale: il suo problema vero consiste nella necessità di non debordare dai principi e dal programma storico. Non esistono garanzie formali che questo non avvenga. Per ovviare a questo non c'è che il lavoro organico, senza illusioni di infallibilità. Lenin parla infinite volte della necessità di verificare nell'azione pratica la teoria, che è la guida per l'azione, e propone di correggere, anche cento volte, se necessario, quanto non va. È escluso che il partito comunista possa mentire alla classe che rappresenta. A maggior ragione che si possa mentire al partito senza con questo negarlo e distruggerlo.


«Lo sforzo dei marxisti di sinistra è di operare sulla curva spezzata dei partiti contingenti per ricondurla alla curva continua ed armonica del partito storico. Questa è una posizione di principio, ma è puerile volerla trasformare in ricette di organizzazione. Secondo la linea storica noi utilizziamo non solo la conoscenza del passato e del presente della umanità, della classe capitalistica ed anche della classe proletaria, ma altresì una conoscenza diretta e sicura del futuro della società e della umanità, come è tracciata nella certezza della nostra dottrina che culmina nella società senza classi e senza Stato, che forse in un certo senso sarà una società senza partito, a meno che non si intenda come partito un organo che non lotta contro altri partiti, ma che svolge la difesa della specie umana contro i pericoli della natura fisica e dei suoi processi evolutivi e probabilmente anche catastrofici» (Tesi di Napoli, 1965).

Come trovare il modo di far coincidere il Partito storico con il partito formale? Primo: non illudersi di "stare col partito storico infischiandosene di quello formale"; oppure, al contrario, di darsi un gran da fare per avere una forte organizzazione formale, magari anche pletorica, infischiandosene dei principi. Sono possibili misure amministrative che possano garantire da ogni degenerazione e da cattivi comportamenti? Certamente no, e lo diciamo con il senso dell'esperienza: statuti e commissioni di controllo e di vigilanza non solo non hanno impedito la degenerazione, ma ad un certo punto hanno contribuito a incoraggiarla e sanzionarla.

Ma se intendiamo parlare di disciplina, dedizione, presenza assidua, lotta e conoscenza delle necessità della classe, partecipazione dal vivo alle lotte, allora mai ne avremo abbastanza.

Insomma, tutto meno che forme di zelo ipocrita, tutto meno che rassegnazione alle cose, alla speranza che maturino da sé, senza il filo storico che solo il Partito nella sua intelligenza organica è in grado di mantenere, sia pure con tutti i difetti e le manchevolezze propri delle diverse contingenze storiche.

Ma soprattutto, nella morale rivoluzionaria – che non è la somma dei meriti individuali dei singoli militanti, bensì un valore collettivo, diffuso, misurato da una salute che si avverte nella gioia e nell'entusiasmo del lavorare insieme contro il Capitale e le brutture che ammorbano la società di classe – si sintetizzano secoli di esperienza e di battaglie, si precisano i contorni netti della tattica e della strategia per la vittoria definitiva, vicina o lontana poco importa, in rapporto alla necessità complessiva della storia.

Per la morale che noi pratichiamo il problema fondamentale cui attenersi è quello di non ingannare mai il proletariato facendo mercato dei principi o agendo da "astuti" contro i suoi interessi vitali permanenti, mediati ed immediati. Le astuzie a volte poco valgono anche contro il nemico, che di noi teme essenzialmente la coerenza rivoluzionaria: sappiamo bene che non sono certo gli escamotages da "007" o da gladiatori senza cervello e senza cuore a garantire la vittoria possibile. Nella nostra morale, considerata ingenua dagli opportunisti di sempre, la difesa delle condizioni immediate di vita, la lotta economica e sindacale non è mai in contraddizione col fine politico, con la presa del potere; al contrario: questo modo di intendere la lotta è la giusta "ginnastica" per i fini più alti della politica, come sostiene Lenin.

Nella storia del proletariato, ogni volta che il Partito ha difeso con intransigenza le sue esigenze materiali e non ne ha fatto mercato, si è spinto in avanti nei fini; quando per debolezze interne non lo ha fatto in modo cristallino, ha visto declinare la possibilità di vittoria.

Le astuzie contro il proletariato si pagano, perché significano rinculo verso il machiavellismo deteriore, che significa incapacità di commisurare il mezzo al fine, dimostrando impazienza o temerarietà, o peggio, rassegnazione e rinuncia, con conseguenti lunghi periodi di depressione del movimento. Nella nostra versione "morale rivoluzionaria" è il contrario di forzatura, puro atto di volontà, che non rispecchi le condizioni oggettive della realtà sociale. In generale nell'ambito borghese "volontà" viene intesa come atto che piega e travolge l'ostacolo disinteressandosi della sua natura: tale atteggiamento diventa nelle forme opportunistiche che hanno infestato storicamente il movimento proletario volontarismo, attivismo, o al contrario, codismo, rassegnazione e rinuncia, fino al tradimento aperto.

Morale (da mos = costume) significa per noi comportamento commisurato alla realtà e ai fini, coerenza di lungo periodo, capace di caratterizzare ed identificare una forza sociale. Per altri ha assunto il significato di volontà che può tutto, quanto più è cieca ed irrazionale, arbitraria ed estranea alla conoscenza dei dati reali della situazione.

Le forze, anche nel Partito, crescono o diminuiscono non in virtù di impulsi volontari, come espressione di genialità metastoriche, mentre sono la dedizione e la coerenza che s'innestano nella maturità della realtà sociale con le sue necessità che determinano i veri salti di qualità del processo rivoluzionario. Non c'è dubbio che questi valori comportano espletamento di tutte le funzioni, allenamento, devozione alla causa, anche se queste non sono in grado di dare le risposte che "vogliamo". La prassi non è un "fare" arbitrario, ma un tipo d'azione che è prodotto di forze sociali in contraddizione tra loro, che è dato modificare solo sulla base della conoscenza del loro grado di sviluppo, di crescita e di declino.

Una morale che pretendesse di non tener conto di queste condizioni non sarebbe che velleitarismo, demagogia dannosa per il movimento operaio, che ha conosciuto nel corso del suo sviluppo storico tutte le patologie proprie di ciascun momento per il quale è passato. Tutto ciò non ci meraviglia, ma ci ammonisce a non ricadere né nell'infantilismo, né nel verbalismo; tanto meno nel "senilismo", che potrebbe essere l'anticamera della rovina di tutte le classi.


Salute e degenerazione

La "degenerazione", una volta attaccato l'organismo, non è una malattia di poco conto che possa essere vinta con una terapia a base di "pillole".

Chi credette che la degenerazione del partito potesse essere combattuta con qualche raddrizzamento di tattica, dovette rendersi conto in seguito che un'intera epoca storica doveva consumarsi. Ancora una volta nessuna concessione alla rassegnazione, ma una constatazione grave e onesta: di fronte al male c'è una sola cura, difendere con le unghie e con i denti i principi. Ogni adattamento di facile somministrazione era destinato ad aggravare la malattia, ed avrebbe attaccato non solo la "base", ma più ancora i "vertici", i gradi dirigenti.

Anzi, la base, magari per istinto, avrebbe continuato a credere, fino a esprimersi in commoventi sussulti (vedi riti di massa, come i funerali di "grandi capi"). Ma il "cancro" mano a mano ha attaccato anche la "base", con l'evidente caduta della "morale proletaria" che un certo moralismo operaista lamenta, a proposito di concessioni al consumismo, di morale sessuale degenerata (niente di più subdolo)... Il proletariato in quest'ottica avrebbe dovuto mantenersi integro, nonostante il tradimento. Il cancro avrebbe dovuto risparmiare... gli innocenti!

Ma l'àncora di salvezza non poteva invece che essere il riferimento alle basi "profetiche", alla "utopia reale" del Manifesto, alla necessità strutturale, per la classe operaia, di riconoscere nel Comunismo il suo esito storico e naturale. La "degenerazione" così non sarà in grado di oscurare quella Promessa che viene da lontano, dall'esterno della classe, dovremmo dire dall'esterno stesso del Partito.

Ma il Partito "formale" vive in una compagine organizzata. È necessario che un minimo di legame venga mantenuto anche quando solo un pugno di militanti è in grado di farlo. Dovunque ci si riunisce per difendere il Programma c'è il Partito.


Il "Corpo mistico" del partito di classe

Il Partito di classe lotta ed aspira ad un tipo di comunità umana in cui nessuno dei suoi membri sia escluso dai benefici della collaborazione e del lavoro comune, secondo la formula valida, per la sua base superiore, "ad ognuno secondo i suoi bisogni". Questo fine ultimo, che è considerato dagli avversari e dai nemici "utopia", è in realtà la realizzazione del "corpo mistico" per il quale tutti i movimenti comunistici, in qualche misura, lungo il corso di regimi sociali precedenti, antichi o più vicini a noi, hanno combattuto, cercando, anche se impropriamente, di dargli consistenza.

Nell'attuale regime lacerato dalla più acuta divisione tra le classi sociali, una delle quali, la borghesia, ha escluso dal godimento dei beni necessari alla vita la grande maggioranza dei nullatenenti, soltanto nel Partito è prefigurato e praticato il Comunismo come "corpo organico". Esso non pretende di essere embrione del comunismo dispiegato alla scala storica, di sostituire già i rapporti economici della società comunistica a venire, ma si sforza di praticare al suo interno il modulo del centralismo organico.

La "mistica comunista" non è la stessa cosa e non ha la stessa natura delle altre note esperienze mistiche di altre correnti di pensiero, politiche o religiose. Il centralismo organico, saldo masso su cui tenere i piedi, è prima di tutto una tensione, una aspirazione, in quanto tale sempre meglio praticabile. I suoi segni di imperfezione e di mancanza non potranno essere risolti che nella società comunista dispiegata alla scala sociale. Ma questa ammissione e questa consapevolezza non giustifica nel Partito l'attesa ed il rimando della sua pratica come impossibile, semmai reclama di impiegare tutte le sue forze perché il vantaggio del "corpo mistico" possa essere goduto fin da ora.


Comunismo sentimento primario

L'uomo è un "essere sociale", dice Marx; non "socievole", come preferisce Aristotele, ideologo inconsapevole, e neanche sappiamo quanto, della società greca già divisa in classi. Si pensi soltanto alla sua definizione di schiavo come "utensile", strumento oltre che utile, parlante... Per la nostra concezione l'uomo è fin dalle sue oscure origini un essere impossibile da pensare fuori dal suo contesto, dalla sua relazione col tutto, dal clan, tribù, fino alla società organizzata secondo forme diverse nel corso storico. La comunità delle origini, per quanto ristretta da tutti i punti di vista, è incomprensibile alle moderne teorie dell' "individuo" in qualche modo dotato di diritti propri, autosufficiente ed il più delle volte asociale.

Nella realtà del comunismo rozzo e primitivo, la conoscenza che esso ha di sé data dal rapporto diretto, carnale; non esiste ancora teoria astratta, perché non esistono differenziazioni di funzioni intese come privilegio da far valere da parte di individui contro altri della comunità.

Come abbiamo avuto modo di sostenere, qualitativamente la società comunista delle origini vive un livello di vita molto alto, che solo la società comunista dispiegata alla scala generale come noi la immaginiamo potrà raggiungere, dopo aver superato l'atomismo e la disgregazione propria del capitalistismo. Tale nozione elementare poggia su un enunciato che nella nostra versione non avrebbe bisogno di "dimostrazione" e di prove, in quanto attiene ad un sentimento primario, ma che abbisogna di teoria e di argomentazione quando viene opposta all'ideologia borghese, la quale poggia la sua visione del mondo sulla coscienza individuale, sull'astrazione concettuale e su altri modi di giustificare la sua prassi antitetica alla nostra.

Infatti il Comunismo, più ancora che una necessità sociale proiettata nel futuro, è un'evidenza che scorre sotto gli occhi di chi ha lo sguardo chiaro. Il Comunismo non ha bisogno d'essere dimostrato attraverso teoremi scientifico-positivistici: è un'esigenza che s'impone di fronte alle necessità che ogni giorno vengono erette dal capitale contro il lavoro. Certamente questo non viene con altrettanta naturalezza riconosciuto da chi al contrario vive di lavoro altrui.

Da quando la società organica e naturale si è divisa nelle società di classe, per necessità storiche che hanno infranto l'equilibrio precedente, si è generato un sentimento di frattura che poté essere chiamato colpa, peccato, o non meglio identificata causa. Ma nella lacerazione sta, dialetticamente, la necessità e la condizione del suo superamento. Questa è la legge della dialettica che ci governa, che la vogliamo o la contrastiamo.


Il "realismo metafisico"

«La verità s'impone dall'esterno: come una cosa. Attorno a quest'idea l'Occidente realizzava l'idea d'un mondo esterno e si staccava dai sogni dell'infanzia. Dava un posto alle cose. Realizzava la nozione d'un mondo fuori di noi» (Sgalambro, "Sole-Cultura", 15 ottobre 1995). Ciò che non è nascosto, che sta alla luce del Sole, lo percepiamo come "esterno", oggettivo. Invece tendiamo a nascondere nel segreto della coscienza ciò che non vogliamo portare alla luce ed alla pubblica conoscenza.

Questo atteggiamento trae origine da una storica "separazione", da una lacerazione necessaria che divise "Oriente" da "Occidente", se vogliamo stare ad un topos storico-geografico che ha in sé una evidente valenza metaforica. Forse, più esattamente, proviene da una frattura più antica e profonda, che per noi consiste nella rottura dell'involucro del comunismo primitivo, l'età dell'oro, l'età dei sogni dell'infanzia. In quella condizione non c'era posto per le cose fuori di noi, né per un dio estraneo, perché egli stava con l'uomo, né fuori né dentro, ma accanto, conversando amichevolmente con lui, poiché l'uomo era amico dell'altro nella "esperienza organica degli inizi". La de/cisione di mettere dio fuori, nella condizione metafisica della trascendenza, tanto raccomandata dai Sacerdoti, è significato un metterlo fuori gioco, in un'ambigua posizione, in segno di protesta e riferimento massimo, ma anche di allontanamento, perché non disturbasse più, non interferisse nella autonomia umana.

Un'operazione capitale, che lo stesso Engels ricorda nella "Dialettica della Natura", di cui la Specie umana paga ancora il prezzo, quello che fu comunque necessario per poter parlare di oggettività e di scienza. Così è stata accettata la nozione secondo la quale la verità s'impone dall'esterno, come una cosa, fino a riconoscere il suo diritto a coartarci, ad imprimersi sulla nostra coscienza.

I fanatici della Verità non hanno mai esitato ad imporla sotto la velata pedagogia del "proporla" (la Chiesa, ogni Chiesa, propone di credere) rivendicando, come nelle antiche gerarchie, d'esserne i depositari eletti ed esclusivi. Ma se essa, la Verità, risplende, in quanto non nascosta per definizione, non dovrebbe aver bisogno di sacerdoti, come il Sole che riscalda ed accompagna per sua natura. In questo forma, i moderni gerarchi hanno potuto sostenere la loro necessità e la loro funzione: «Ogni forza è forza morale, perché si rivolge sempre alla volontà. Infatti, qualunque sia l'argomento adoperato, dalla predica al manganello, esso sollecita interiormente l'Uomo e lo persuade a consentire» (G. Gentile, "Lode del manganello").

Che il Dio del "realismo metafisico" abbia la condiscendenza di tornare accanto all'Uomo-Specie e che la Verità non venga più imposta come una Cosa! Perché questo avvenga è necessario che si compia il rovesciamento d'ogni prassi come si è consolidata nella società del Capitale. Ma questa possibilità non potrà realizzarsi se l'uomo, che per noi non è ancora l'uomo "generico", bensì rapporto sociale di classe, si sottrarrà al suo compito storico.


L'Essere... è

«Prima viene l'Essere, poi la Coscienza» ("Ideologia tedesca", Marx). Gli enunciati elementari della Teoria generale dell'Essere, nella loro semplicità ed evidenza, non sopportano nessun intervento dell'analisi, pena il deturpamento determinato da ogni conato di dimostrazione. Il loro contenuto è la loro Forma, riconducibile a giudizi analitici che non richiedono, almeno a prima vista, altro che «adesione», sine glossa.

Dzog-chen: «Esso invita a tornare allo stato naturale dell'Uomo, nel quale egli non si distingue dal mondo esterno». "Tutto è in tutto", come pensava Anassagora, uno dei filosofi dal doppio volto, uno ancora rivolto ad Oriente, l'altro ad Occidente, di cui contribuisce a creare le forme nel pensiero. Alcune delle più elevate riflessioni sono presenti in tutte le culture e in tutte le tradizioni, a testimoniare la comune matrice dell'umanità.

Nel sanscrito antico RA significa semplicemente "Umanità", mentre oggi sembra alludere a "razza", con tutte le aberrazioni dell'Umanità.

Il sogno di tornare allo stato "naturale" risorge continuamente nel corso della storia umana nei momenti salienti di grande disorientamento provocato dalle civilizzazioni, che dopo aver molto dato e promesso hanno messo a nudo i loro limiti e la necessità del loro superamento. Ecco perché un personaggio umbratile e complicato come Rousseau, all'aurora del mondo borghese moderno, potè teorizzare il ritorno all'uomo semplice delle origini, non ancora rovinato ed imbarbarito dalla civiltà.

Ma l'Eden, o età dell'oro, i cui barbaglii infiammano ogni tanto le regioni più lontane del nostro comune orizzonte, era probabilmente quel tempo e quel luogo in cui e durante il quale l'uomo non si distingueva dal mondo esterno, nel quale non era ancora emersa la «coscienza» come l'intendiamo oggi. In quel tempo la "conoscenza" viene rivendicata da Dio: Lui solo sa. L'uomo stesso approda ad essa, ma non con la mente, bensì in un atto di rapporto diretto e carnale con la sua compagna. In generale, comunque, "beato" viene considerato colui che non sa. Giacomo Leopardi, in una lettera a l'amico De Sinner (1832) riconosce biblicamente (lui che si è imparato da solo l'ebraico) la vanitas vanitatum sapientiae. La "coscienza" non era ancora, intesa come centro che permette all'uomo di distinguersi e di separarsi dal mondo esterno, secondo un'individualità autosufficiente e responsabile, o come oggi si dice, il principio di realtà, che dà all'uomo la possibilità di non confondere i tempi, di escludere la reversibilità di essi, pena la ricaduta nello stato naturale.

La consapevolezza d'essere «distinti» dal mondo esterno, monadi dotate di autonomia, responsabilità, etica, differenza sociale, viene considerata la conquista precipua del mondo occidentale. Dal momento in cui l'uomo la conquistò, mise tra sé e l'altro quella differenza che lo fa "individuo", entità che non si confonde col tutto, né con la natura, né con gli altri esseri sociali. Comincia la storia con le sue contraddizioni, lontana ormai dal comunismo cosmico, rozzo o primitivo, in cui era parte integrante d'un tutto intero ed organico, non sviluppato né "smembrato".

Per gli antichi indù il mondo esterno è come lo smembramento del corpo di Ka (chi?), il Dio Progenitore Prijapati, che quelli che verranno dopo dovranno ricomporre. Per quella cultura oggi noi viviamo nell'eone del ciclo di Kalpa, e precisamente nell'ultimo, che si chiama Kaliyga, «l'età del colpo perdente», corrispondente a 4.320 milioni di anni... Non identico è il modo di percepire il tempo e lo spazio nelle diverse tradizioni.

Dovremmo dunque rinunciare alla cultura della differenza, dell'individualità e del principio di realtà? Il comunismo non è affatto indifferente a questi problemi generali, e nello stesso tempo sa collocarsi nelle varie e differenziate esperienze storiche. È certo che non nasconde, anzi proclama esplicitamente di avere in odio l'atomismo sociale borghese in cui il Capitale ha fatto piombare la storia umana. Postula senza mezzi termini che il suo fine storico è quello di realizzare una comunità di uomini solidali, uniti in un legame che non conosce il profitto individuale, che persegue e realizza la comune cooperazione e felicità, proprio come promesso... dalla Costituzione americana! Utopia? No! Necessità storica. Si tratta di mettersi su questa linea di continuità.


Oriente e Occidente

Nella teoria della "coscienza" occidentale, secondo le regole della sua "razionalità", si passa dal mondo greco fino al moderno "razionalismo" di tipo borghese, dai demoni, che Platone nel "Cratilo" riconosce come "custodi saggi" dell'età dell'oro, citando "Le opere e i giorni" del poeta Esiodo: «poscia che il destino questa stirpe dissolse demoni sacri, li si disse, della terra, benigni, tutori, custodi degli uomini mortali», ai demoni della società del Capitale di cui parla Marx. Nella mistica d'oriente, invece, i demoni di Madre Luce «ci tengono al laccio delle percezioni e dei desideri, facendoci credere ad un mondo esterno, segnato da noi».

Per il "principio di realtà", questa percezione chiara della differenza della coscienza in rapporto al mondo esterno (la realtà materiale), diviene custode del nostro corpo, del nostro Essere (non si dimentichi la formula: essere con la coscienza a posto...). Nella cultura occidentale, del Sole che cade, diventa il pegno, la garanzia della stabilità, della Verità, della responsabilità morale. Quante cose sono avvenute e sono cambiate da che il Sole è salito nella volta celeste, toccando il Mezzogiorno senz'ombra! La "coscienza" occidentale si vanta di saper mettere tra sé ed i corsi esterni del mondo uno schermo che le assicura conoscenza oggettiva e scienza controllabile.

Facendo a meno dei "custodi", dei dèmoni di Esiodo, il daimon socratico si è introdotto dentro la persona, diventata centro da cui il mondo esterno acquista significato. Non solo: ci fa credere che "dentro di noi" siano possibili e necessarie ulteriori distinzioni, separazioni, aggregazioni, fino al moderno Super Io freudiano che una volta "introiettato" diventa il controllore morale del nostro soggetto, o Io. Cosi viviamo nel ghiaccio, infranto da questo "custode" che monta la guardia contro i nemici, fino al punto che l'uomo moderno "è morso" dalla coscienza, pronta a richiamarlo al senso del dovere, alla vigilanza critica, alla percezione dell'"errore".

La Madre Unica del Tibet, al contrario, sostiene che non è questa la realtà, e soprattutto che per questa via non è dato raggiungere uno stato di armonia, di felicità autentica. Al laccio dei demoni dei desideri e delle percezioni, occhiuti ed esigenti, noi ci sentiamo colpevoli, limitati, infelici. Dobbiamo sperare ed agire perché essi tramontino e portino via con sé ogni nuvola ed ogni preoccupazione. Quanto più la coscienza-demone governa il mondo, tanto più il mondo vero, in cui non c'è soggetto diviso dall'oggetto, ne risulta diviso, disgregato, non solo in senso fisico-operativo (si pensi alle tecniche di scissione nucleare), ma nel senso psichico, sia sociale sia individuale.

Non solo l'"individuo" (categoria e idolo della cultura razionalistico-critica), ma la stessa Specie umana hanno perduto, sotto la sua azione, unità e interezza. Il soffio guardiano salutare delle origini è diventato un torturatore. Non c'è altra strada ed esercizio mistico allora che la liberazione dai lacci, percezione e desideri che ci fanno "servi", proprio come teorizza Hegel nella Fenomenologia dello Spirito, e precisamente nella famosa figura del "servo-padrone" che tanto ha influenzato la ideologia borghese, Marx compreso, prima della scoperta del materialismo storico e dialettico. Rompendo quei lacci l'uomo avrebbe un... mondo da conquistare!

Dall'autocontrollo, tanto caro al razionalismo borghese, potrebbe passare ad uno stato nuovo, dove non si percepisce la differenza tra interno ed esterno, soggetto ed oggetto.


Forme della mistica

Ogni cultura ha prodotto le sue forme di «mistica», ma nella nostra concezione il desiderio di superamento delle contraddizioni che impediscono l'unità, l'armonia, contro la divisione, l'atteggiamento e la condizione schizoide che deprime e depriva l'essere umano, non può essere concepito al di fuori del contesto reale della vita sociale, produttiva, che costituisce la struttura sulla quale si elevano non solo le idee, ma anche i sentimenti più personali, individuali ed intimi degli uomini.

La tendenza, oggi molto ricorrente, a presentare le forme della mistica come al di sopra d'ogni differenza di modo di produzione, di vita culturale specifica di determinate aree di sviluppo, corrisponde alla tentazione di fare d'ogni erba un fascio, senza rispetto per il prima ed il dopo. Tutto in nome della «comune natura umana», sempre in definitiva uguale a se stessa.

Noi opponiamo a questo metodo la nostra visione, per la quale se è vero (e noi siamo fautori del monismo!) che la Specie umana è una, e dunque legata «nel sol arco che unisce l'uomo con la clava all'uomo comunista», è anche vero che quest'arco si svolge secondo necessità dialettiche, processi di materiale e spirituale liberazione, che non possono essere genericamente risolti con il termine astratto di "Libertà".

La libertà, compresa quella che nella mistica allude ad un intreccio inestricabile ed integrato di soggetto e di oggetto, non è un "valore" che cade dal cielo, ma una conquista difficile. L'analisi di certe forme di mistica – che per la loro "suggestività" sembrano proporsi come paradigmatiche della comune aspirazione umana all'unità ed al superamento d'ogni paratia interna ed esterna agli uomini ed alla natura – ci permetterà di vedere come esse sono espressione di "cultura", di conquista, ma a volte anche di ripiegamento negativo, di rassegnazione, di rinuncia e di reazione. Non sempre è agevole operare questa distinzione e differenza, ma se non lo facciamo finiamo per fraintedere e mistificare.

Nella confusione voluta di culture si crede di poter scambiare a buon mercato l'unità spirituale e materiale come se fosse una merce da vendere all'incanto: in realtà il materialismo dialettico sa riconoscere la differenza tra le merci, nonostante che Il Capitale di Marx le presenti come quella "enorme accolta" che contraddistingue l'anarchica e coatta produzione che non risponde ad un reale piano di Specie in grado di soddisfare le esigenze ed i bisogni umani. Figuriamoci se analizziamo i prodotti dello "spirito umano", che costituiscono le sovrastrutture, e dunque quelle formazioni estremamente complesse che sono il sublimato delle sottostanti realtà materiali dalle quali traggono origine.

Quando si è anche filologicamente corretti, otteniamo i migliori risultati scientifici. Che cosa dice di tanto grave il marxismo quando, a proposito di realtà filosofiche e religiose, parla di sovrastrutture? Gli stessi fautori di esse concepiscono i loro valori "in alto", "sopra", e di questa posizione fanno un potere, un primato, quando non una minaccia, oppure, nel migliore dei casi, una consolazione senza la quale la vita rischia di diventare invivibile.

Ma non vogliamo ora insegnare il mestiere ai "mistici" di altra scuola: siamo convinti da sempre, però, che le stesse arti, religione e filosofia sono delle realtà troppo importanti per essere lasciate nelle mani dei mestieranti e dei loro presunti legittimi ministri.

Un punto di contatto tra mistiche di culture lontane nel tempo e nello spazio consiste nell'aspirazione comune a ristabilire un rapporto equilibrato tra uomo e natura, magari con l'auspicio d'un ritorno da parte dell'Uomo allo "stato naturale". Non si può negare che questo è stato un motivo ricorrente nelle varie esperienze umane, ed il marxismo le ha analizzate con diversa comprensione e sensibilità, quando hanno avuto una valenza rivoluzionaria o reazionaria.

La "coscienza" come centro che permette all'uomo di "distinguersi" dal mondo esterno, secondo la modalità dell'individuo, costituisce l'inizio della "separazione" dal mondo circostante. Questa è "l'eresia", come la chiama Alan Cromer, il cui lato peculiare è quello di aver instillato nell'uomo l'abitudine, del tutto "innaturale", a guardare «fuori di sé, con spirito libero e disincantato, svincolando la sua intelligenza dal sapere religioso tradizionale che invece tendeva ad instaurare un legame magico tra l'Io e il mondo».

Quest'operazione, che non è indipendente dalle condizioni storiche d'un certo tipo di sviluppo economico e sociale, comporta la rottura di un involucro, un mettere tra sé e l'altro da sé una differenza che fa dell'essere umano un "individuo", fino all'attuale "monade" atomizzata, chiusa, o comunque disarmonica, a causa delle contraddizioni tra il lavoro sociale comune all'appropriazione privata che determina sfasature e tensione, irriducibilità di base tra il "borghese" ed il "cittadino".

L'eresia, che noi consideriamo nella sua portata storica, e non in astratto un "errore", comporta che la storia si approfondisca sempre di più come "storia della lotta delle classi", storia di sofferenze e di sviluppo, di spinte in avanti e di lacerazioni insanabili del vecchio organico sistema sociale. La fine del comunismo "rozzo e primitivo", "selvaggio", come lo definisce Lafargue, in cui ognuno fa parte di un tutt'uno intero, inconsapevole, beato nella comunità naturale e sociale, comporta il passaggio ad un modo di produzione nuovo, ad un modo di concepire l'interno e l'esterno come due volti che guardano ciascuno da un'altra parte, senza ricomposizione soddisfacente. In fin dei conti la nozione di Oriente ed Occidente data a quelle circostanze, che la Bibbia definisce nella cacciata dal giardino felice, chiuso alle spalle dell'Uomo e custodito dai due Cherubini.

Dovremmo dunque rinunciare alla cultura dell'eresia della differenza, dell'individualità e del principio di realtà che ne discende, in nome d'una nuova forma di vita organica? Certamente la nostra concezione è capace di riconoscere alla nascita della coscienza un valore propulsivo in senso dialettico, ma non è disposta a considerarlo insuperabile, definitivo o eterno.

Il buddismo propone di portare l'uomo in uno stato nel quale non si distingue tra interno ed esterno, per il quale la coscienza è un male, la liberazione dagli enti che affollano la nostra mente un'igiene necessaria per assaporare il vacuo, quello che forse noi immaginiamo con la parola "testa sgombra da pensieri e da preoccupazioni".

Si può riprendere contatto con Madre Gea, con la comunità degli uomini solidali, secondo un sentimento che accompagna gli uomini anche dopo l'affermazione dell'eresia, ma non ci illudiamo che nelle condizioni storiche del nostro tempo si possa fare con un balzo all'indietro. Questo atteggiamento è tipico delle "utopie", appunto, che sanno vedere i guasti del presente, ma non individuare le loro cause.

L'illusione che viene seminata a piene mani attraverso la merce di moda, la religione esoterica o esotica, parte dal presupposto errato che si possa raggiungere una nuova dimensione organica aderendo a "idee", o riti, indipendentemente dalla liberazione dalle condizioni materiali che le hanno determinate.


Pensiero e azione

Una delle caratteristiche del pensiero filosofico-religioso più antico consiste nel non conoscere il distacco tra pensiero e pratica di vita. Le parole si traducono in azione, ed hanno il potere di cambiare l'esistenza dell'individuo e della comunità.

Questa nozione, abbastanza diffusa, del pensiero proveniente da Oriente e che avrebbe trovato nella cultura dell'Occidente, come dice la parola, il suo tramonto, è un topos ormai soggetto ad una serie interminabile di generalizzazioni abusive, ma in realtà anche sintomatiche. Nella cultura occidentale, anche moderna, l'identità di pensiero e di azione ha avuto una fortuna ed una storia molto controversa. Si pensi alla formula di Mazzini, nel Risorgimento italiano, di «pensiero ed azione», appunto, come mistica che respinge ogni tentativo di separare la teoria dalla pratica. In generale tutti i movimenti rivoluzionari sono stati affascinati da questa formula a causa della loro inevitabile esigenza di trovare il rapporto giusto tra "necessità" e "libertà", tra possibilità di trasformazione dello status quo e le difficoltà oggettive da superare per poterlo fare in realtà.

Il problema si è posto inevitabilmente anche al partito rivoluzionario dei lavoratori: il materialismo dialettico ha trovato nella sua stessa definizione l'equilibrio necessario tra la rivendicazione d'un sano materialismo sul quale fondare l'azione, il riconoscimento che la volontà non può tutto, se non parte da elementi oggettivi, identificabili, a loro volta suscettibili di trasformazione attraverso il lavoro e l'azione. Così, di fronte agli "spiritualismi" di maniera degli avversari politici ed ideologici, ha rivendicato una sua distinta teoria, per non cadere vittima delle manipolazioni del nemico e, nello stesso tempo, in una forma piatta e volgare di materialismo primitivo. In realtà, al di là dei nominalismi, il materialismo storico e dialettico si è trovato a sviluppare le sue posizioni teoriche non in un astratto iperuranio, ma nell'ambito d'una tensione storica e sociale che non è certamente estranea alle formulazioni anche più sofisticate e scientificamente complesse, dalla teoria del plusvalore alla stessa nozione di "comunismo" in termini filosofici.

Nessuna concezione teorica è nata nella testa di Giove, cosicché Mito e Logos rispecchiano dialetticamente le condizioni nelle quali la storia ha prodotto le sue contraddizioni. Ciò comporta che, ad essere esigenti, un astratto "materialismo" contrapposto ad un altrettanto fumoso "spiritualismo" finirebbe per diventare una vuota parola ed un vuoto concetto, se non altro perché ogni "ismo", notoriamente, esprime punti di vista polarizzati ed unilaterali. Marx nelle tesi su Feuerbach si è preoccupato molto sinteticamente di sottolinearlo. Prendiamo ad esempio la classica e molto citata tesi 3: «la questione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva, non è una questione teorica, bensì una questione pratica. Nella prassi l'uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non realtà del pensiero – isolato dalla prassi – è una questione meramente scolastica».

È sufficiente per rimarcare che lo stesso materialismo dialettico non può essere risolto e ridotto a pura questione "scolastica", come è successo nella degenerazione opportunistico-staliniana con la nefasta esperienza del DiaMat. Non è il materialismo storico una questione da dirimere a livello accademico. Quello che noi facciamo, ed abbiamo sempre rivendicato, è non tanto una difesa astratta dell'ortodossia (ed ecco, la nostra inconfondibile e semplice nozione di "mistica"), quanto la rivendicazione d'un modulo di vita partitica, sociale e politica, che non si chiuda all'interno dell'oggettività o soggettività del pensiero, che sia coerente espressione (come nel pensiero "orientale") dell'unità di teoria e pratica, in modo tale che la difesa della teoria non diventi idolo, verità in sé, ma guida per l'azione, come mille volte rivendicava Lenin. E nello stesso tempo che la pratica non divenga "cieca" e senza fine, secondo la formula bernsteiniana, «il movimento è tutto, il fine nulla»!

Ci si potrebbe obiettare: una sorta di "giusto mezzo" tra il materialismo volgare, ancora oggi circolante in forme le più strane all'interno stesso dell'ideologia borghese, ed uno spiritualismo-idealismo in qualche modo mascherato. Poiché la questione non è "scolastica", come dice Marx, non c'è saggio o formulazione capace in sé di risolvere la difficoltà.

Ancora una volta, la nostra tradizione "di sinistra" si è segnalata storicamente proprio in questo: di fronte alla chiara separazione tra l'enunciazione dei principi, in sé corretta, e una pratica fetida e traditrice, noi abbiamo rivendicato una pratica coerente. Portiamo qualche esempio: facendo il bilancio della Comune di Parigi, Marx, rimarcati gli errori, rivendica la sana prassi istaurata: quella dell'unificazione dei tre astratti poteri, propri del tanto decantato ed inesistente Stato di diritto, e la soluzione dello Stato proletario in un organismo di lavoro complesso, nel quale la funzione legislativa, esecutiva e giudiziaria non vengono esercitate per compartimenti stagni, o casse di compensazione dei poteri, ma come attività coerente dello Stato dei lavoratori insorti per la rivoluzione. Ecco un esempio concreto di "mistica pratica".

Quando nella pratica opportunista i "rivoluzionari di professione" sono stati scoperti volgarmente impiegati da retribuire secondo le forme di corruzione proprie dello Stato borghese che li aveva attratti nella sua orbita, noi abbiamo rivendicato per i delegati operai al Parlamento il medio salario operaio come misura pratica contro ogni omologazione al mestiere di traditori della classe. Come si vede risposte pratiche, non vane enunciazioni, che senza una pratica conseguente non sono che giaculatorie.

Nella polemica politica ed ideologica la sinistra comunista è stata vittima di incomprensioni quanto meno "fanatiche". Si pensi alla definizione di "nullismo rivoluzionario" degli anni '20, alla accusa di appartenere a specie di animali preistorici, iguanodonti di primitivismo antidiluviano, da parte dell'opportunismo togliattiano, fino alla liquidazione,con l'accusa di "piatto determinismo meccanicistico". Non citiamo le più pesanti accuse di combutta col nemico nazista, perché di queste è piena la storia dell'astio nei confronti dei veri rivoluzionari da parte d'una tradizione opportunistica che ha alzato bandiera bianca riconoscendo il proprio fallimento storico e passando armi e bagagli dalla parte del nemico.

La sindrome opposta potrebbe essere quella del complesso della "vittima". La Sinistra, anche nel suo linguaggio polemico, in realtà nelle condizioni difficili dell'isolamento necessario, ha mantenuto lucidità ed ironia. Il rivoluzionario non può indulgere al vittimismo, che è un atteggiamento pessimistico e pericoloso quanto e forse più, come è noto, della tendenza opposta dell'aggressività. Si dimentica facilmente che la Sinistra ha sottoscritto sempre le staffilate polemiche di Lenin contro la malattia infantilista dell'estremismo parolaio. Lenin aveva perfettamente compreso che le semplificazioni degli estremisti erano sintomo di un fanatismo dovuto a mancata crescita sia nei termini d'una lotta di lungo periodo, sia di debolezze strutturali di tipo teorico. Il "fanatico", letteralmente da Fanum, Tempio, allude a luminosità ed evidenza, che nel significato deteriore porterebbe alla tendenza visionaria, propria di soggetti «misticheggianti, portati a ipercompensare il proprio dubbio latente e la propria insicurezza di fondo con intransigenza semplificatoria e manifestazioni di rigidità eccessiva» (Jung).


Sono, dunque penso

Penso, dunque esisto, ebbe a sostenere Cartesio alle origini della moderna società razionalistico-borghese. Ci rendiamo conto delle "ragioni" della sua tesi, ma noi ci permettiamo di rovesciare la sua proposizione: nella nostra concezione l'evidenza e il primato dell'Essere sociale comporta che pensiamo, tra le altre funzioni del corpo, in quanto siamo. La consapevolezza critica della nostra esistenza è il risultato dell'azione, della vita nella sua dinamica, che non è riconducibile soltanto alla "coscienza vigile". Essa è il prodotto della cultura, dell'affinamento che è stato possibile in virtù di complesse esperienze, di conquiste sociali ed individuali.

«L'essere precede la coscienza», sostiene Marx ne "L'Ideologia tedesca", come contrappunto evidente al razionalismo borghese, riattingendo alle radici dell'Essere primario, naturale e sociale. La concezione comunista con ciò non disdegna di riconoscere il valore della coscienza e delle sue forme, prodotte dallo sviluppo storico e dalle sue contraddizioni che ad un certo grado diventano contraddizioni di classe: alla condizione però di ristabilire le basi di partenza della cultura nel suo nesso intrinseco con la Natura, con le condizioni materiali della vita, tanto in senso biologico quanto in senso economico.

Lo sviluppo della società moderna ha trovato motore e spinta nell'assunto cartesiano, fino all'affermazione del primato della Ragione nella sua forma trascendentale e disincarnata. Nella nostra versione il rovesciamento del cogito nel primato dell'Essere non comporta soltanto un ristabilimento o una restaurazione dell'antico sentimento primario della realtà, ma una spinta rivoluzionaria che la critica della critica determina per il rivoluzionamento della società di classe. Il valore astratto della Ragione viene ricondotto alla sua inevitabile natura di "ragione sociale" e dunque di classe. Per noi non esiste una Ragione al di sopra delle classi, e così, mentre la borghesia ha illuso e si illude che la "Coscienza muove il Mondo", nella concezione materialistica della storia la coscienza è sempre coscienza di qualcosa, e come tale subisce le trasformazioni che essa contribuisce a determinare nel corso dell'azione. Rifugge così da una visione della realtà che oscilla tra realismo ingenuo ed idealismo asettico, indifferente ed anzi ostile sia al "cinismo" proprio della decadenza borghese, che ha esasperato il coscienzialismo fino ai limiti estremi del nichilismo, del cupio dissolvi sia alle "filosofie dello stupore" che, fingendo una falsa ingenuità ed illudendo ad una apertura all'Essere di tipo estetizzante, contribuiscono a disarmare la necessaria lotta rivoluzionaria, che rivendica senza mezzi termini che senza teoria non c'è azione.

«Innanzi tutto ogni produttore è un disruttore – ha recentemente ricordato E. Severino – Creando l'Universo Dio annienta la propria solitudine beata. Dio odia tutte le cose che egli non crea e che non potrebbe creare. L'azione umana fatta ad immagine e somiglianza di Dio imita l'amore, cioè l'odio divino». Una volta che s'indaghi sui sentimenti fondamentali dell'amore e dell'odio, si rimprovera l'ideologia comunista (illudendosi che sia definitivamente "caduta"...) perché pretende di dar vita alla «comunità felice degli uomini in questo mondo», ma poi si ammette che i due sentimenti sono strettamente e dialetticamente uniti.

L'estetismo di moda tende a rivitalizzare il "misticismo magico", la Rationelle Mystik di cui si occupò Feuerbach contro Hegel, in un abbraccio promiscuo ed equivoco. Al contrario la concezione materialistica, che non è estranea alla mistica, ma al "misticismo", si preoccupa, come direbbe il saggio terapeuta, di evitare l'implosione autolesionistica sia alla società, nel suo interno antagonismo, sia all'individuo, comunque legato al suo ambiente sociale di classe. È necessario mantenere aperta la nozione di nemico principale ed esterno. La borghesia, dopo le prove di forza delle sue punte avanzate fascistiche e nazistiche, ripropone come facciata ipocrita il Sentimento e la Ragione dell'Umanità, parla di "avversari" e non di "nemici" illudendosi di aggiustare con le parole una realtà sempre più solcata dalle contraddizioni.

Come possono andare d'accordo le simultanee esigenze della difesa della vita quotidiana con l'aspirazione e la tensione necessaria verso il comunismo? Chi può mandarle d'accordo? La Volontà, l'Istinto, la Ragione? Nella versione comunista la "mistica" non è speculativa, ma attiva: il proletariato è votato al lavoro non per sua scelta arbitraria, ma perché determinato alla vendita della sua forza lavoro dalle condizioni generali del modo di produzione capitalistico. In questo senso il suo lavoro è prassi necessaria e coatta, cioè determinata da una forza esterna, proprio come l'immagina Calvino nella sua interpretazione della "coazione all'azione". Questa è la sua morale eteronoma, che gli proviene dall'esterno. Egli non può sottrarsi a questa potente determinazione, se vuole continuare ad essere nell'ambito sociale.

In quanto costretto a vendere la forza lavoro, si trova a reagire alla pressione del Capitale, ed in determinate circostanze, ad opporre la sua "volontà", non puramente individuale, ma di classe, nella resistenza all'oppressione, fino alla possibilità, niente affatto generalizzata, di aderire e di incontrarsi col programma rivoluzionario, una forza anch'essa "esterna", che tende ad accoglierlo, come una guida attiva nel percorso che conduce al comunismo.

Se ne deduce che la "morale rivoluzionaria" si trova a rispondere a pressioni di classe che ne unificano il "costume", il suo modo di atteggiarsi, il suo modo e possibilità di individuare fini più larghi della pura difesa del salario, all'interno della quale tende a circoscrivere la sua azione l'interesse del Capitale. L'uomo proletario, diviso e coatto dal Capitale, nella classe e nel Partito diventa un tipo d'uomo che contribuisce a decidere per il futuro suo e della specie umana in generale. Così la sua morale è nello stesso tempo particolare ed universale. In questo è mistica...

Non è necessario per questo una "falsa coscienza", astratta, essendo l'azione e l'entusiasmo capacità di reazione e di azione rivoluzionaria.

Sunday, January 31, 2010

Trionfa Amadeo Bordiga



Il nostro sondaggio sul più grande rivoluzionario italiano del secondo dopoguerra si è concluso con una vittoria, seppure risiscata, di Amadeo Bordiga (26%) su Livio Maitan (23%). Ottimo anche il risultato di Arrigo Cervetto (16%) che ottiene un simbolico bronzo. Nettamente staccati seguono Berlinguer (8%), Scalzone e Curcio (6%), Togliatti e Damen (5%) e Capanna (3%). Fanalino di coda con l'1% l'ambizioso Bertinotti.

Friday, January 29, 2010

Ancora su Rosarno

La rivolta dei proletari africani immigrati nelle terre delle mafie calabresi insegna ai proletari italiani che al centro della lotta operaia ci deve essere non solo il bisogno economico ma la dignità di vita per ogni lavoratore! (tratto da www.pcint.org sito del partito comunista internazionale (il comunista))

Proletari!

Sulla rivolta dei proletari africani di Rosarno di questi giorni, gli stessi media borghesi non hanno potuto nascondere che nella civilissima Italia esistono da decenni vastissime zone in cui è normale sfruttare bestialmente e come schiavi decine e decine di migliaia di proletari immigrati dai paesi dell’Africa, dell’Est Europeo, del Medio e dell’Estremo Oriente o dell’America Latina.

Il vampirismo dei capitalisti italiani, nelle terre del Sud, si mescola quasi sempre con la lubrificatissima organizzazione criminale delle varie mafie italiane, quelle mafie che hanno insegnato a tutto il mondo come utilizzare ogni occasione, ogni minima debolezza economica, ogni ambizione di prestigio sociale e politico, ogni possibile anfratto nei meandri degli apparati pubblici per accumulare enormi ricchezze. Mafie che non si dedicano esclusivamente alle attività cosiddette illegali, ma che invadono qualsiasi terreno, qualsiasi ambito nel quale si prospetti la possibilità di lucrare a dismisura e in tempi rapidi. E a tutti è noto che, mentre al nord e al centro d’Italia queste attività sono sotterranee e invisibili, nei territori del sud d’Italia sono invece molto visibili, costituendo di fatto gli esempi pratici e viventi del potere effettivo posseduto dalle varie famiglie che in Sicilia sono dette mafiose, in Calabria ‘ndrine, in Campania camorriste, in Puglia componenti della Sacra Corona Unita. Questa fitta rete, radicata profondamente nelle regioni del sud Italia ma talmente ramificata e vasta da coprire senza problemi non solo l’intero territorio nazionale attraverso il sistema bancario e finanziario, ma molti centri importanti all’estero da New York a Mosca, dai Balcani alla Nigeria, dal Sudafrica al SudAmerica, costituisce di fatto uno Stato nello Stato. Dove “manca” lo Stato ufficiale, la gestione del territorio e degli affari è in mano allo Stato delle mafie che si occupa di gestire quotidianamente e capillarmente la vita economica, politica, sociale di moltissime zone, come è il caso della Piana di Gioia Tauro nella quale è situata la cittadina di Rosarno, epicentro attualmente della rivolta degli schiavi salariati provenienti dai paesi centroafricani.



Proletari!



Il comune di Rosarno è stato sciolto nel gennaio 2008 per infiltrazioni mafiose ed è retto da allora da un commissario prefettizio. Ciò non ha impedito ai caporali di continuare ad organizzare masse di immigrati, da più di vent’anni convogliate, per lo più clandestinamente, per la raccolta degli agrumi (arance, mandarini, clementine). Di chi sono gli agrumeti? Delle ‘ndrine, naturalmente.

Come lavorano e come vivono la stagione della raccolta i proletari africani?

12-14 ore al giorno per un compenso di 20 euro di cui 5 vanno al caporale che li porta nei “giardini”, e 5 vanno per il prezzo del trasporto di andata e ritorno dai “giardini”; restano 10 euro per un lavoro giornaliero massacrante e sempre sottoposto al ricatto perché fatto da “clandestini”!

Dove “vivono”? La minoranza regolarizzata con permesso di soggiorno – secondo i dati ufficiali poco più di 6.000 su 20.000 – vive per lo più in “centri di ricovero” ma in condizioni estremamente precarie quanto a igiene e servizi, mentre la maggioranza obbligata alla clandestinità – ma evidentemente tollerata tranquillamente visto che tutti sanno perfettamente della loro esistenza – è costretta a rintanarsi in giacigli di fortuna nelle fabbriche in disuso, nei casolari diroccati, in letti e pareti di cartone.

Vera e propria massa disumanizzata di schiavi salariati costretti a sputare sudore e sangue per un salario pressoché inesistente, sfruttati più delle bestie, questi proletari subiscono quotidianamente umiliazioni e vessazioni di ogni genere. E il clima di razzismo e di criminalizzazione continua della loro presenza “clandestina” nel territorio italiano non è che il terreno di coltura di continui soprusi e degli atti di ulteriore intimidazione come sparare contro di loro da macchine in corsa.

Il vigliacco sport del “tiro all’immigrato” non è un fatto episodico. A Rosarno stesso era già successo nel dicembre 2008 di fronte alla stessa fabbrica-dormitorio della Rognetta quando due ivoriani erano stati gravemente feriti. Anche allora scoppiò la protesta degli immigrati, e ci furono molte promesse ma nessuna mantenuta! Oggi, qualcuno ha sparato di nuovo alla Rognetta e qualcun altro all’ex Opera Sila come fosse stata un’azione combinata. Altre belle promesse si profilano all’orizzonte, ma è certo che non verranno mantenute!

In Italia, da almeno trent’anni, per i nostri governanti e per la gran parte dei media, l’immigrazione costituisce un problema: attratti da uno sviluppo economico che offre la possibilità di una sopravvivenza meno precaria che nei loro paesi di origine, centinaia di migliaia di proletari e di diseredati dei paesi alla periferia delle potenze imperialistiche si riversano sulle nostre coste e nei nostri confini alla ricerca di un posto lontano dalle guerre, dalle deportazioni, dalla miseria, dalle malattie, dalla morte per fame. L’Italia, paese che ha sfornato in cent’anni della sua storia moderna milioni di emigranti fuggiti come gli attuali africani, orientali o est-europei dalla morte per fame e dalla miseria se non dalle devastazioni di guerra, negli ultimi tempi è diventata terra “promessa” per migliaia di migranti in cerca di una sopravvivenza più dignitosa che nei propri paesi.

Ma la legge del capitale è cinica, crudele, ossessivamente dipendente dagli interessi economici e politici dei capitalisti che agiscono esclusivamente al fine di mantenere i loro privilegi sociali e di arricchirsi sempre più, cosa che ottengono dallo Stato e dalle sue forze dell’ordine in difesa della loro economia e della loro società e dallo sfruttamento sempre più bestiale – anche attraverso le organizzazioni malavitose - di masse crescenti di proletari e di senza riserve la cui differente nazionalità serve soltanto per aumentare la discriminazione tra proletari e acutizzarne la concorrenza.

I migranti costituiscono una massa di lavoratori a basso prezzo, con pochissimi diritti quando sono “regolarizzati” e senza alcun diritto quando sono costretti alla “clandestinità”; massa di lavoratori ricattabilissima, in genere ghettizzata e disorganizzata. Come bestie da soma, i proletari immigrati, siano convogliati nel lavoro bracciantile dei campi nel sud Italia o indirizzati verso il lavoro nero nelle città, se da un lato formano una massa di braccia da sfruttare senza scrupoli, dall’altro possono costituire un “pericolo” per la pace sociale e la cosiddetta “convivenza civile”. E non sempre le organizzazioni pacifiste dei volontari e dei religiosi riescono a contenere le spinte di ribellione che muovono volta a volta piccoli o grandi gruppi di migranti che protestano contro condizioni disumane di vita e di lavoro e contro le continue discriminazioni e gli atti razzisti di cui spesso sono oggetto. La “convivenza civile” vorrebbe che rimanessero invisibili, ghettizzati, separati dalle abitudini sociali e religiose degli italiani, mentre la mentalità meschina tipica della piccolaborghesia si incarica di trattarli come una umanità che rasenta costantemente di cadere nella feccia e nella criminalità. E da rifiuti del genere umano vengono trattati da leggi che partono dal presupposto della loro condizione sociale di senza riserve, di diseredati, di fuggiaschi, di miseri costretti a vagare per il mondo per sopravvivere, per classificarli come criminali in pectore, decretando la clandestinità come la loro generale condizione di partenza. E come rifiuti del genere umano vengono trattati sia dagli italiani che li sfruttano bestialmente nei campi o nei cantieri, sia dagli italiani che si armano di fucili e di taniche di benzina per dare loro “lezioni di civiltà”!



Proletari!



La politica borghese nei confronti dei proletari immigrati è lo specchio della società borghese, della società in cui i proletari, i lavoratori salariati, possono vivere soltanto se si fanno sfruttare secondo le esigenze del capitale e del profitto capitalistico, e secondo le sue leggi scritte e non scritte.

Gli immigrati che le leggi di questa società identificano con la clandestinità, e quindi vengono considerati già colpevoli prima ancora di sbarcare sul suolo italiano, costituiscono in realtà una risorsa essenziale per i capitalisti per diversi motivi:



■ le loro condizioni di necessità primaria di sopravvivere in paesi devastati dalle guerre, dalla miseria, dalle carestie, dalla fame, dalla corruzione, dai soprusi più bestiali (da parte di vari potentati sostenuti e armati di volta in volta da gruppi multinazionali interessati alle risorse minerarie, o idriche, o petrolifere, o alle posizioni strategiche nei mari, nei fiumi, nei laghi, nei territori collocate nei vari paesi della periferia dell’imperialismo) costituiscono la base materiale della loro debolezza e della loro ricattabilità

■ il bisogno assoluto di trovare una situazione lavorativa e di vita fuori dei loro paesi d’origine sia per sopravvivere in modo meno disperato sia per far sopravvivere le proprie famiglie, li gettano nella condizione di cercare in tutti i modi (e sempre più spesso non seguendo le faticosissime e costose procedure che le leggi dei paesi ricchi impongono per accettarne la presenza) un lavoro a qualsiasi prezzo, nell’illusione di superare almeno la situazione di disperazione da cui provengono

■ la loro inevitabile disponibilità a qualsiasi tipo di lavoro e a qualsiasi condizione sia salariale che di vita quotidiana, la loro attitudine a sopportare la fatica di 12, 14, 16 ore di lavoro al giorno mangiando e dormendo poco, e la loro condizione di senza diritti, senza casa, senza famiglia, senza radici, li rendono veri e propri schiavi a disposizione dei capitalisti e dei loro mazzieri.



A fronte di un certo numero di immigrati che faticosamente hanno raggiunto una situazione lavorativa appena appena accettabile, e che si sono formati magari una famiglia in Italia, vivendo “regolarmente” nel nostro Bel Paese, vi sono centinaia di migliaia di proletari convogliati in Italia illegalmente esattamente per soddisfare la domanda da parte dei capitalisti italiani di manodopera a basso costo e piegata a qualsiasi condizione di lavoro e di sopravvivenza.

La clandestinità non è una “scelta” dei proletari che migrano, ma è una forma giuridica in cui sono obbligati dalle condizioni sociali da cui fuggono e dalle condizioni sociali che incontrano nei nostri civilissimi paesi!

Gli immigrati africani, in particolare, ricordano la tratta degli schiavi di antica memoria quando i negrieri li andavano a rapire nei loro villaggi per portarli a morire di fatica nelle piantagioni di cotone nelle Americhe. Le foto e le descrizioni dei viaggi nei barconi e della sopravvivenza nei campi di concentramento in cui vengono rinchiusi come bestie in gabbia, o negli edifici fatiscenti e diroccati in cui trovano rifugio, mostrano che poi molta differenza non c’è. Ma mostrano anche quale è la sorte che può toccare agli stessi proletari italiani se perdono il lavoro, se vengono licenziati, se non hanno più un salario e se non se la sentono di farsi “assumere” dalle organizzazioni malavitose. La grande attenzione che i media usano nel mettere in evidenza questi aspetti, come il grande rumore dato alle loro proteste violente, in realtà vanno ad alimentare proprio questa paura: la paura di fare la loro stessa fine, di cadere talmente nella miseria e in basso da non avere più alcuna speranza in una vita dignitosa e di doversi abbandonare totalmente alla condizione di schiavi.



Proletari!



I lavoratori salariati sanno che cosa significa faticare una vita intera per un modesto salario e per una pensione ridicola, sanno che cosa significa aver profuso le migliori energie e aver sopportato ogni sacrificio richiesto per il bene delle aziende, e del paese, per avere di ritorno una vita senza sbocchi e con ancor meno sbocchi per i propri figli!

I lavoratori salariati italiani, anche se non seguono le prediche sulla carità cristiana e sulla bontà d’animo, sanno benissimo che i proletari immigrati sono uomini come loro, ma in più devono sapere che sono loro fratelli di classe perché senza riserve e in condizioni ancor peggiori perché senza diritti e senza radici; sono esattamente queste condizioni che li mettono nella situazione di essere più ricattabili e di essere esposti più drammaticamente ad una concorrenza dalla quale ne trae beneficio soltanto la classe dei capitalisti, piccoli, medi o grandi che siano. I lavoratori salariati italiani si devono rendere conto che il trattamento da schiavi dei proletari immigrati li riguarda direttamente perché anch’essi subiscono un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro.

Le condizioni sociali peggiorate anche prima della crisi, e con la recente crisi rese ancor più acute, mettono i proletari italiani nelle condizioni di subire non solo la concorrenza fra proletari italiani ma, in più, con i proletari delle nazionalità più discriminate contro i quali è diventato fin troppo facile indirizzare la causa di un disagio sociale che, in realtà, è provocato dallo stesso capitalismo. Ieri, in periodo di espansione, il capitalismo prometteva benessere e prosperità per tutti, mentre oggi, in periodo di crisi, non fa che piangere sui mancati profitti e colpevolizza del disagio sociale l’immigrazione clandestina e la criminalità organizzata, quando è esso stesso che la genera e la organizza!

I lavoratori italiani, finché seguiteranno a subire l’influenza della classe borghese – che cerca sempre di condividere con il proletariato la crisi economica caricandone il peso maggiore sulle spalle del proletariato stesso, ma di tener ben separati i benefici anche solo di una leggera ripresa economica con l’aumentare dell’intensità di lavoro dei proletari occupati e liberandosi di milioni di proletari ritenuti in “esubero” rispetto alla sua esigenza – e finché si faranno trascinare nei vicoli chiusi della mentalità piccoloborghese sempre disposta a dare addosso alla parte più debole della popolazione scaricando su di essa la propria paura di cadere nella rovina e di perdere la sacrosanta proprietà, i lavoratori italiani non avranno mai una identità di classe attraverso la quale esprimere una dignità di vita che la borghesia, così succube del denaro e del profitto capitalistico, non potrà mai rappresentare.

La rivolta dei proletari africani di Rosarno, alla stessa stregua della rivolta dei proletari immigrati di Castel Volturno o di Villa Literno, dimostra ben più che uno scatto di rabbia contro le malversazioni e le fucilate dei civilissimi italiani. Regolari e irregolari, insieme, a volto scoperto, hanno gridato a voce alta e con inevitabile violenza quel che le belle anime italiane non vogliono sentire, e cioè che loro sono sfruttati come bestie a raccogliere arance e sono ridotti in condizioni disumane in una sopravvivenza nella quale gli italiani non penserebbero mai di tenere nemmeno i propri animali domestici! Alla violenza quotidiana che subiscono senza che nessuno alzi mai un dito, hanno risposto che loro hanno una dignità per cui battersi e che nessuno deve avere il “diritto” di trattarli come schiavi!

I lavoratori italiani, invece di accodarsi alle dimostrazioni di disprezzo nei loro confronti, dovrebbero unirsi nella protesta e lottare perché proletari come loro non debbano essere trattati come rifiuti umani. I lavoratori italiani dovrebbero scendere in lotta insieme coi proletari africani per eliminare i soprusi con cui i caporali e i proprietari degli aranceti li tengono sotto il proprio tallone e perché la loro paga sia equiparata a quella dei lavoratori italiani!

Solo attraverso la lotta proletaria di classe è possibile superare le barriere di lingua, di abitudini, di culture, di religioni, e soprattutto superare la concorrenza fra proletari delle diverse nazionalità e vincere la diffidenza che questa concorrenza ingenera tra i proletari. Solo attraverso la lotta proletaria di classe i lavoratori italiani possono dimostrare ai proletari africani, come a tutti i proletari immigrati, di non condividere con i capitalisti italiani la crudeltà schiavista dello sfruttamento di proletari in condizioni di maggiore debolezza!



► Per la solidarietà incondizionata coi proletari africani sfruttati come bestie nella Piana di Gioia Tauro!

► Per la regolarizzazione di tutti i cosiddetti “clandestini” che lavorano come braccianti nella Piana di Gioia Tauro e in qualsiasi altro posto!

► Per un salario ai braccianti africani equiparato al salario dei braccianti italiani!

► Per una sistemazione abitativa dei braccianti africani degna di questo nome!

► Per l’abolizione del reato di “clandestinità”! Contro ogni discriminazione tra “regolari” e “clandestini”

► Pari diritti fra proletari italiani e proletari immigrati!

► Per la lotta di classe unitaria fra i proletari di tutte le nazionalità!

Partito comunista internazionale (il comunista)

Supplemento a «il comunista» n. 114

9 gennaio 2010